Nigeriana in affitto con carte false? La Procura chiede l’archiviazione
Ansa
  • Milanese firma contratto di locazione con un’inquilina africana, la quale esibisce tre buste paga da 1.500 euro ma non paga il canone. L’uomo scopre che i cedolini erano tarocchi e denuncia: le toghe non riscontrano reati.
  • L’Africa nera patria della nuova contraffazione. Sono in costante crescita i casi di documenti falsificati, permessi di soggiorno in primis.

Lo speciale comprende due articoli.

Prima domanda: che cosa è la truffa? Per il nostro codice penale, è il reato che viene realizzato da chi, «con artifici o raggiri», induce una persona in errore allo scopo di trarne «un ingiusto profitto». Seconda domanda: contro una truffa, che cosa può fare un cittadino? Ovvio, deve denunciarla all’autorità giudiziaria. Con il terzo quesito passiamo a un esempio, un caso concreto: avete dato una casa in affitto a un immigrato che, a garanzia dei futuri pagamenti, vi ha consegnato i cedolini di alcune sue buste paga; dopo poco, però, l’affittuario smette di pagarvi l’affitto e le carte che vi ha dato si dimostrano del tutto false. Che fate? Risposta: di certo denuncereste il fatto come truffa e falso, sperando nella rapida attivazione della giustizia.

Bene. Anzi, male. Perché a Milano c’è un signore che da quasi quattro anni si trova in questa spiacevole situazione e nell’aprile 2017 ha fatto la sua bella denuncia, ma finora la magistratura gli ha risposto picche. Perché, sorprendentemente, ritiene che la truffa non sussista.

La storia di Giorgio, chiamiamolo così, comincia nel settembre 2015, quando decide di concedere in affitto un appartamento ammobiliato che possiede in una zona residenziale a est del centro. A firmare il contratto, per 750 euro al mese spese incluse, è una quarantenne cittadina nigeriana, dotata di regolare permesso di soggiorno. Per convincere Giorgio della propria solvibilità, l’affittuaria gli consegna tre cedolini con tanto di timbro dell’Inail e intestazione del suo datore di lavoro, una ditta milanese che fa pavimenti speciali. Da quelle carte risulta che è stata assunta nel 2008 a tempo indeterminato e che il suo stipendio mensile è sui 1.000-1.500 euro netti.

Il problema è che dopo pochi mesi la donna smette di pagare l’affitto. Nel gennaio 2017, quando Giorgio ormai ha accumulato un danno da oltre 10.000 euro, non gli resta che intimarle lo sfratto e infilarsi nel labirinto burocratico che purtroppo ne consegue. L’uomo contatta anche la ditta dei pavimenti presso cui la nigeriana ha detto di lavorare. La risposta scritta che Giorgio ottiene è netta e sconcertante: la società dichiara infatti «di non avere alcun rapporto di qualsiasi natura, direttamente o indirettamente, con la signora», e soprattutto che costei «non è mai stata alle nostre dipendenze». A quel punto, Giorgio corre dall’avvocato e il 6 aprile 2017 presenta alla Procura di Milano una denuncia contro l’affittuaria nigeriana. La citazione descrive minuziosamente la presunta truffa subita e segnala in particolare che i cedolini paga falsificati costituiscono «un’alterazione della garanzia patrimoniale alla base della stipula del contratto di locazione». Giorgio è convinto che la querela possa suscitare l’interesse degli inquirenti anche perché, oltre alla presunta truffa, inevitabilmente ipotizza l’esistenza di un falsificatore. Il quale in teoria potrebbe avere lavorato non soltanto per la sua affittuaria, ma anche per altri immigrati, e forse potrebbe essere impegnato nella creazione di documenti da utilizzare per scopi più gravi: per ottenere un indebito permesso di soggiorno, ad esempio, ma anche peggio.

Ci sarebbe di che indagare, insomma, e magari anche in fretta. Il tempo, invece, passa senza che dal palazzo di giustizia arrivi il minimo segnale. Dopo un sollecito nel maggio 2018, cui la Procura di Milano non dà risposta, Giorgio si decide a fare un passo più «duro» e il 29 settembre 2018 presenta un’istanza alla Procura generale della Corte d’appello perché intervenga e attivi le indagini che in quasi 18 mesi non hanno prodotto risultati. L’uomo, insomma, chiede che i magistrati inquirenti di secondo grado subentrino nell’inchiesta. È una facoltà prevista dalla legge, ma la mossa di Giorgio a quel punto avvia soltanto un curioso domino. In meno di una settimana, il 5 ottobre, la Procura generale gli risponde di avere chiesto informazioni ai colleghi della Procura e di averne avuto la risposta che «il procedimento risulta definito con richiesta di archiviazione per infondatezza della notizia di reato», e che quella richiesta è stata presentata appena tre giorni prima al giudice. La Procura ha diligentemente informato la Corte d’appello che dai documenti ottenuti da Giorgio con la querela «non sembrano rinvenirsi gli elementi tipici della fattispecie criminosa», cioè la presunta truffa. La richiesta di archiviazione, datata 2 ottobre 2018, sostiene che nel comportamento dell’indagata nigeriana «non si ravvisano manipolazioni o trasfigurazioni della realtà esterna» (cioè gli «artifici» indicati dal Codice penale, ndr), né «avvolgimenti ingegnosi di parole atte a far apparire il falso per vero» (i «raggiri» previsti dallo stesso Codice, ndr). La Procura aggiunge che «ai fini della sussistenza del reato di truffa, non bastano semplici dichiarazioni menzognere, ma servono comportamenti architettati e presentati in modo tale da assumere l’aspetto della verità e da trarre in inganno il soggetto passivo del reato».

Secondo Giorgio, questo è esattamente quello che gli è accaduto con le false buste-paga. Eppure la Procura di Milano sembra convinta del contrario: «Le circostanze indicate nella querela», conclude l’atto, «non sembrano presentare tali requisiti, trattandosi piuttosto di una controversia civilistica derivante dall’inadempimento del contratto di locazione». Insomma: no reato, no indagini. Se ne occupi il Tribunale civile.

Giorgio non crede ai suoi occhi. Gli resta una sola mossa. Il 29 ottobre 2018 presenta un’opposizione formale alla richiesta di archiviazione, nella quale conferma con forza che «la falsità dei cedolini-paga costituisce proprio la manipolazione e trasfigurazione della realtà» dalla quale nel 2015 è stato indotto a cadere nella presunta truffa. Chiede quindi al giudice per le indagini preliminari di far sì che la Procura verifichi anche presso la prefettura «con quali documenti l’indagata abbia comprovato l’esistenza di un rapporto di lavoro in Italia, ai fini dell’ottenimento del suo permesso di soggiorno». Giorgio sostiene anche che sarebbe utile interrogare la donna nigeriana, e chiede di ascoltare il responsabile della ditta di pavimenti che ha riconosciuto la falsità dei cedolini.

Da allora sono trascorsi altri cinque mesi, ma Giorgio non ha più saputo nulla. Per inciso, il suo avvocato oggi dice alla Verità che uno dei titolari della ditta dei pavimenti gli ha rivelato, parlandogli di persona, che «non è la prima volta che ci capita un fatto del genere».

Chissà, forse ci vorrebbe davvero un’indagine.


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