Grazia o domiciliari, ma Roggero deve uscire di prigione
Mario Roggero (Getty Images)

E intanto, però, Mario Roggero è ancora in carcere. E non si sa se e quando potrà uscire. La bufera mediatica è passata, i talk show estivi parlano d’altro, anche nelle cene del post Ferragosto l’argomento non tira più.

Chi se ne importa se c’è una persona perbene rinchiusa in una cella tre per tre con un narcotrafficante, 35 gradi notte e giorno, a scontare la grave colpa di essersi difeso da un’aggressione? Di Roggero si occupa ancora Matteo Salvini, che continua con coerenza ad andare nel carcere di Bollate, portando generi di conforto.

E si occupa La Verità che ieri ha pubblicato un’intervista in cui Mario ha raccontato il Ferragosto da detenuto, con tanta nostalgia per la sua famiglia e per gli agnolotti della moglie Mariangela. E in cui, soprattutto, ha chiesto alle istituzioni di questo Paese «un gesto di umanità». Per il resto, solo silenzio: come se, spenti i titoli dei tg, il problema fosse risolto.

Invece no. Il problema è tutt’altro che risolto. Il problema è che c’è in carcere una persona che non dovrebbe starci perché è una persona onesta, che nei suoi 72 anni ha sempre pensato a fare del bene a sé, alla sua famiglia e al Paese, e che anche quel maledetto giorno d’aprile del 2021 non avrebbe fatto del male a nessuno se non gli avessero puntato una pistola in testa e se non avessero malmenato la moglie sotto i suoi occhi.

Una persona che, se uscisse di cella, non sarebbe una minaccia per nessuno, perché non è mai andato in giro a rubare o ad assaltare negozi, ma per tutta la sua vita ha lavorato sodo, crescendo figli e nipoti, e se tornasse a casa metterebbe a rischio al massimo la sua linea, minacciata, quella sì, a suon di agnolotti e tagliatelle alla piemontese. Ecco il problema: in un’Italia in cui delinquenti e criminali girano a piede libero, Mario Roggero sta in carcere. E di questo bisogna continuare a parlare anche se non fa più tendenza sui social o share in Tv.

Come si tira fuori dunque Roggero dal carcere di Bollate, che è un carcere modello ma pur sempre un carcere? Come lo si porta fuori da quella cella di tre metri per tre? A fine luglio, durante la cerimonia del ventaglio, il presidente Mattarella ha di fatto serrato la prigione a doppia mandata buttando via la chiave: «Non si adattano le leggi ai singoli casi», ha detto senza citare il gioielliere di Grinzane, ma facendo intendere che si riferiva a lui. E tutti l’hanno preso sul serio: nel Paese delle leggi ad personam, delle leggi ad partitum, delle sentenze assurde, della grazia a Nicole Minetti e agli scafisti, è passata l’idea quirinalizia che su Roggero bisogna essere inflessibili.

Così la prossima volta Mario impara: anziché lavorare una vita in negozio faccia il trafficante di uomini, magari lo guardano con più clemenza. Ora però una domanda è lecito farla: a che punto sta la domanda di grazia? La moglie di Roggero l’ha presentata a luglio. È stata presa in carico? È all’esame degli uffici? Quali sono i tempi previsti? Le procedure sono complesse, ma non dimentichiamo che proprio nel luglio dell’anno scorso fu presentata l’istanza per la Minetti. E per lei la grazia arrivò puntuale a febbraio, dopo poco più di sei mesi. Sono prevedibili tempi simili? L’iter è avviato? Quali saranno le prossime tappe?

Visti i precedenti, e visto l’interesse suscitato dalla vicenda, sarebbe bene che la procedura fosse gestita con la massima trasparenza. Senza buchi neri, e senza ritardi, considerato che si tratta di un uomo di 72 anni che rischia di morire dietro quelle sbarre. Peraltro, il prossimo 16 settembre il Tribunale di Sorveglianza di Milano dovrà pronunciarsi anche sulla richiesta di sospensione della pena (per sei mesi) presentata dagli avvocati di Roggero: un motivo in più per avere tutte le informazioni possibili sulla pratica.

C’è poi un’altra strada per tirare fuori Roggero: i domiciliari. Secondo la logica del buon senso pare impossibile che si consentano i domiciliari a delinquenti incalliti e non a una persona di 72 anni che, lo ripetiamo, fuori dal carcere non sarebbe un pericolo per nessuno. È vero che, in caso di sentenza definitiva per omicidio volontario, come è nel caso di Roggero, la legge ammette i domiciliari solo nel caso in cui si sia alla fine della pena o ci siano gravi condizioni di salute, ma è anche vero che questa è una fattispecie molto particolare di «omicidio volontario»: Mario, come riconosciuto anche dal perito d’accusa, ha reagito a un’aggressione per difendere la sua famiglia. Possibile che di questo non si tenga conto in alcun modo?

È vero che al momento le condizioni di salute di Roggero non sono gravi perché, per fortuna, ha reagito da piemontese, dandosi da fare, trovando lavoro nel carcere, negli uffici e in biblioteca, facendosi benvolere dagli altri detenuti, a cominciare dal suo compagno di cella con cui si alterna ai fornelli.

Ma non è detto che possa resistere a lungo. Si tratta di un uomo anziano, che ha passato la vita a lavorare e che ora si trova di fatto condannato a morire in carcere, un uomo che non ha scelto di essere vittima di una rapina, che si è trovato in quella situazione per colpa di chi lo ha aggredito, che ora è preoccupato per la sua famiglia, per la sua attività, per gli 800.000 euro che deve come risarcimento alle famiglie dei delinquenti (potrebbero diventare 3 milioni di euro), per le sue case pignorate, per non poter essere d’aiuto ai figli e non poter abbracciare i nipoti. Il Parlamento ha approvato una legge per permettere ai tossicodipendenti di scontare la pena in comunità. «Chiedo anche io un gesto di umanità», ha detto Roggero alla Verità. Un appello che non deve essere seppellito dal silenzio.

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