«Una Libia instabile favorisce la Francia sul petrolio e ci penalizza sui migranti»
  • Daniele Ruvinetti, analista politico esperto di questioni mediorientali per la Fondazione Med Or: «L’autostrada Tripoli-Bengasi dovrebbe essere realizzata da aziende italiane, ma non ci sono grossi passi in avanti. Dopo il fallimento dell’Onu serve di più da parte del nostro Paese»
  • Dopo aver ceduto diversi asset nell’Africa centrale, tra cui 2 blocchi in Angola e 7 in Gabon, Total vuole concentrare la sua produzione in Nord Africa. Risetto allo scorso anno il calo giornaliero della produzione di barile è stato del 15%.

Lo speciale contiene due articoli


«In Libia serve un interlocutore rappresentativo, ossia servono certezze, senza di queste l’Italia come gli altri Paesi possono fare ben poco. L’assenza di punti di riferimento politici unici è una delle criticità libiche da molto tempo. Davanti a potenziali nuove divisioni, rischiamo di certo una nuova ondata migratoria e una destabilizzazione più ampia che toccherebbe anche settori dell’Oil&Gas così come potrebbe essere sfruttata per la penetrazione di attori competitivi». Daniele Ruvinetti, analista politico esperto di questioni mediorientali per la Fondazione Med Or, spiega alla Verità quello che sta succedendo in Libia e quali sono i rischi che corre il nostro Paese durante questa fase di transizione a Tripoli.

Sono passati ormai due mesi dal 24 dicembre, quando si sarebbe dovuto votare in Libia. Cosa sta succedendo?

«Il 24 di dicembre non si è riuscito a votare come era stato tracciato dalla road map dell’Onu. Le Nazioni Uniti avevano promoss un il compito di accompagnare il Paese alle elezioni».

Cosa è successo?

«La discesa in campo di Saif al Islam Gheddafi ha creato le principali problematiche. Saif gode di un forte supporto interno, e i principali candidati Abdul Hamid Dbeibeh, Khalifa Haftar e Fathi Bashagha lo hanno sempre visto come un grande pericolo. Oltre a questo ci sono state le polemiche per il mandato di cattura internazionale. E’ una candidatura che ha generato polemiche e che ha di fatto creato non poca instabilità in un momento molto delicato per la Libia. Così dopo il 24 dicembre il governo ha perso il senso del suo incarico ad interim e dunque ha perso il senso della fiducia, che era legata proprio alle elezioni e il parlamento ha quindi deciso di votare un nuovo primo ministro»

Quindi ora cosa dobbiamo aspettarci?

«C’è un dialogo in corso tra l’attuale primo ministro incaricato Bashaga e le altre componenti libiche di est e ovest. E’ un contatto che sta andando avanti, che porterà molto probabilmente alla presentazione da parte di Bashaga della lista dei ministri nella settimana del 28 Febbraio per l’approvazione del Parlamento. Ma ha un peso: Dbeibeh non vuole mollare. E allo stesso tempo il consiglio di stato di Tripoli sta cercando un modo per costruire la riforma costituzionale e andare al voto tra 14 mesi. Prevedo che Bashaga avrà la fiducia del Parlamento sul suo governo perché negargliela significherebbe l’invio da parte del Parlamento di forte delegittimazione , visto che Bashaga è stato voluto e votato all’unanimità dalla stesso Parlamento».

In tutto questo ci sono gli interessi economici nazionali e internazionali

«C’è bisogno di un governo forte, con personalità di spessore, che sia una mediazione tra le varie tribù libiche. Senza un esecutivo capace sarà impossibile dialogare, sarà complicato per la Libia fornire all’esterno un messaggio di affidabilità e dare finalmente un nuovo sviluppo economico e infrastrutturale al Paese».

La Turchia di Erdogan continua a essere uno degli attori principali

«Erdogan spingeva per le elezioni, ma in realtà per mantenere lo status quo che vede una forte presenza turca in Tripolitania. E’ stato di recente negli Emirati Arabi Uniti e anche gli emiratini guardano con sospetto alle mosse degli altri paesi. La Russia, ricordo, ha fatto un endorsement a Bashaga. Ognuno ha i propri interessi, ma in questo momento sensibile sembra presente una sorta di allineamento d’astri. E poi c’è l’Europa che dovrebbe, e sia chiaro potrebbe, giocare un ruolo più forte ed incisivo ma che purtroppo non riesce ad esprimere una posizione unitaria».

L’Italia rischia di perdere terreno rispetto ai i suoi asset economici?

«La Libia ha la fortuna di essere comunque un paese ricco grazie al petrolio e al gas. Ma non c’è sviluppo, i libici non riescono a mettere a terra i progetti, anche per queste continue crisi istituzionali. Dovrebbero puntare molto sulle infrastrutture. L’autostrada Tripoli-Bengasi dovrebbe essere realizzata da aziende italiane, ma non ci sono grossi passi in avanti, lo stesso vale per l’appalto della ricostruzione dell’aeroporto internazionale di Tripoli sempre in mano ad un consorzio italiano. Si va avanti con difficoltà. Di progetti di sviluppo ce ne sarebbero tantissimi da fare, ma non c’è una stabilità politica che permetta di operare. Su petrolio e gas Eni per fortuna continua a esserci».

Ma i francesi continuano a cercare spazio

«Non solo Total. Anche i russi hanno i loro interessi. E’ chiaro che in Francia, alle prese con le presidenziali di aprile, c’è un po’ di disattenzione in questo momento».

E l’Italia?

«Stiamo provando a ritagliarci un ruolo, ma è l’Europa che rischia di essere assente. Serve un’azione sinergica europea altrimenti russi, turchi ed egiziani la fanno da padrone. Il trattato Francia-Italia potrebbe servire da azione sinergica, ma bisogna comunque sapere quale governo avremo in Libia».

Il nostro governo dovrebbe essere più presente?

«L’Italia da sola può fare poco. Bisogna essere partecipi e guidare un processo dentro la Libia. Essendo l’Onu indebolito, deve essere l’Europa ad avere un peso diverso. Servono accordi. L’Italia può cercare di arrivare a una stabilità, ma per incidere oltre a dare supporto alle Nazioni Unite deve muoversi con l’Europa, anche perchè le nazioni unite hanno perso credibilità in Libia».


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