Chi, mesi fa, sosteneva che dall’orrendo pantano ucraino si sarebbe potuti uscire soltanto per mezzo di una trattativa sappiamo come è stato trattato: alla stregua di una quinta colonna putiniana in Italia, come un traditore dell’Occidente e della democrazia. Ma oggi, dopo un anno e mezzo di conflitto caldo, le possibilità rimaste sul tavolo non sono poi molte e ieri, sulla Stampa, Domenico Quirico (non certo sospettabile di simpatie per il presidente russo, anzi) le ha elencate con grande lucidità. «All’inizio sembrava tutto chiaro», ha scritto. «L’obiettivo russo era la egolatrica cancellazione dell’Ucraina come soggetto indipendente e anti russo e la sostituzione di Volodymyr Zelensky con qualche manovrabile vassallo che accetti moscoviti beneplaciti padronali. Il dichiarato obiettivo ucraino era speculare: riprendersi quanto perduto dal 2014 e ottenere infrangibili e automatiche garanzie, soprattutto militari, dagli Stati Uniti. Lo scopo di Washington e dei suoi alleati più maneschi, Inghilterra, Polonia e baltici, si fissava nella sconfitta-esecuzione di Vladimir Putin e nell’usura irrimediabile della potenza militare ed economica russa. Dopo 500 giorni nessuno di questi scopi esiste più». Constatazione amara ma intrisa di realismo, anche se forse l’inconsistenza degli obiettivi era visibile già da prima. Continua Quirico: «Mosca non riuscirà più a rimettere sotto controllo Kiev diventato uno Stato militarizzato. Ma la riconquista dei territori rubati, a sua volta, è fuori portata per l’esercito ucraino pur imbottito di tutte le armi dell’Occidente: semplicemente perché è al di sopra delle sue forze. L’annientamento della Russia come potenza militare, poi, richiederebbe un intervento diretto della Nato, difficile da fare accettare come necessario alle opinioni pubbliche occidentali, comodamente non belligeranti».
Dunque si avvicina il momento della trattativa, anche se immaginare una pace resta molto difficile. È forse alla luce di queste constatazioni che si può meglio comprendere il nervosismo manifestato ieri da Zelensky e dai suoi collaboratori. Il leader ucraino incontrerà oggi a Vilnius, in Lituania, il suo più potente omologo americano, Joe Biden. La splendida cornice è il summit della Nato, l’Alleanza atlantica per cui Kiev vorrebbe avere una via d’accesso privilegiata. Peccato che il primo a bloccare la via sia stato proprio Biden tramite un’intervista concessa a Fareed Zakaria della Cnn nel fine settimana. Il succo del discorso è stato il seguente: la guerra in Ucraina deve finire prima che l’alleanza possa prendere in considerazione l’aggiunta di Kiev ai suoi ranghi. Biden è apparso insolitamente cristallino: «Non credo che ci sia unanimità nella Nato sull’opportunità o meno di portare l’Ucraina nella famiglia atlantica ora, in questo momento, nel mezzo di una guerra», ha detto Biden. Che per chiarire meglio il concetto ha aggiunto: «Se la guerra è in corso, allora siamo tutti in guerra. Siamo in guerra con la Russia». Insomma, niente pace, niente Nato: nulla di strano, in fondo.
Per Zelensky, tuttavia, la faccenda è decisamente complicata. Per ottenere la fine delle ostilità dovrebbe vincere la guerra. Ma, appunto, le possibilità di vittoria sembrano essere prossime allo zero, come ricordava Quirico e come ha ammesso di recente anche Fiona Hill, consigliere per la sicurezza di vari ex presidenti statunitensi. Che gli eserciti Nato mettano gli stivaloni sul terreno a sostegno di Kiev è altrettanto improbabile, nonostante inglesi e nordici scalpitino da mesi. Non resta che l’accordo, ma Zelensky non se lo può permettere politicamente: è un presidente di guerra, e i suoi referenti probabilmente non gradirebbero vederlo in un altro contesto.
Da qui, con tutta probabilità, la stizza che ha espresso ieri via Telegram. «È inaudito e assurdo che non ci sia un calendario né per l’invito né per l’adesione dell’Ucraina alla Nato e che si aggiungano strane formulazioni sulle condizioni anche solo per l’invito», ha ruggito il leader ucraino. «Apprezziamo i nostri alleati. Apprezziamo la nostra sicurezza condivisa. E apprezziamo sempre una discussione aperta. L’Ucraina verrà rappresentata al summit Nato di Vilnius. Perché è una questione di rispetto. Ma anche l’Ucraina merita rispetto». A suo dire «viene lasciata una finestra di opportunità per contrattare l’adesione dell’Ucraina alla Nato nei negoziati con la Russia. Per la Russia questa è una motivazione per continuare col suo terrore. L’incertezza è debolezza». In serata Zelensky ha poi arringato la folla radunata per la manifestazione #UkraineNATO33 a Vilnius: «La Nato renderà l’Ucraina più sicura e l’Ucraina renderà la Nato più forte».
Per tutta risposta, il segretario di Stato Usa, Antony Blinken, ha risposto al focoso Volodymyr come si risponderebbe a un giovanotto troppo esuberante. «Credo a tutti sia chiaro, anche a Zelensky, che nel mezzo di una guerra non ci può essere l’adesione, ma hanno fatto dei reali progressi e l’Alleanza fisserà le altre riforme, riguardo alla loro sicurezza e la loro democrazia, necessarie per proseguire il cammino». Come a dire: bravi, bene, ma state calmi che qui giocano gli adulti. Vero, il segretario della Nato, Jens Stoltenberg, ha dichiarato di voler mandare «un messaggio positivo sul percorso verso l’adesione dell’Ucraina alla Nato» e ha spiegato di aver «proposto un pacchetto di tre elementi che prevede un sostegno più concreto con un programma pluriennale, per garantire la piena interoperabilità tra le forze ucraine e quelle della Nato. Questo avvicinerà l’Ucraina all’Alleanza». Tra le altre cose Stoltenberg ha previsto, al fine di rafforzare i legami politici con Kiev, «l’istituzione del Consiglio Nato-Ucraina. Domani (oggi, ndr) si terrà la riunione inaugurale con il presidente Zelensky». E poi «l’eliminazione del Piano d’azione per l’adesione: questo trasformerà il processo di adesione da un processo in due fasi a un processo in un’unica fase. Tutto ciò invierà un messaggio positivo e forte».
Finora, però, a esporsi con entusiasmo sull’ammissione di Kiev alla Nato sono stati i soliti noti: polacchi, baltici, inglesi. Cioè gli anti russi più battaglieri, con l’Italia a fare da corredo. Il tema vero su cui tutti convergono, almeno per ora, è l’invio massiccio di armi. «Tutti concordiamo sul fatto che il compito più imminente ora è assicurarsi che l’Ucraina prevalga come nazione sovrana e indipendente. La cosa più importante è continuare a fornire sostegno militare all’Ucraina», ha detto Stoltenberg. Ed è stato sempre lui a chiarire quale sia il vero perimetro in cui Zelensky è chiamato a muoversi. «Tutti gli Alleati sono d’accordo che quando una guerra è in corso non è il momento per fare dell’Ucraina un membro a pieno titolo dell’Alleanza». Il comunicato ufficiale del vertice di Vilnius, uscito ieri sera, conferma: «Il futuro dell’Ucraina è nella Nato», recita. Ma precisa: «Saremo in grado di estendere un invito all’Ucraina ad aderire all’Alleanza quando gli alleati saranno d’accordo e le condizioni saranno soddisfatte». Palla in tribuna.
Restano le armi, in conclusione. La Germania annuncia 700 milioni di forniture belliche, la Francia promette i missili Scalp a lungo raggio. Mosca, dal canto suo, assicura adeguata risposta e tramite il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, avverte: «Il possibile ingresso dell’Ucraina nella Nato è molto pericoloso per la sicurezza europea. Chi prende una decisione del genere dovrebbe esserne consapevole».
Al netto degli scontri verbali di routine, il bilancio della giornata di ieri non è stato troppo esaltante, per Kiev ma pure per il resto d’Europa. Il cammino ucraino verso la Nato appare irto di ostacoli (e per fortuna, viste le conseguenze che potrebbe provocare a livello di guerra continentale). Le conferme sull’invio di armi, invece, non lasciano immaginare scenari confortanti. Già oggi l’Ucraina è militarizzata, e anche se dovesse avviarsi lungo la strada della trattativa non è affatto detto che incontri la pace. Al contrario è facile (benché triste) immaginare una sorta di israelizzazione: una nazione che vive in una condizione di allerta permanente e di conflitto costante ma a intensità variabile. E questa è la migliore delle ipotesi. La peggiore rimanda il pensiero alla situazione siriana, e non sarebbe una festa per nessuno.
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