Tusk chiude la Polonia: no al grano ucraino
Donald Tusk (Ansa)
Il premier fieramente anti sovranista annuncia «decisioni difficili» sui confini per impedire il passaggio di merci. Volodymyr Zelensky vola in Albania e pretende altri aiuti militari. Ankara propone l’ennesima mediazione. La moglie di Navalny: «Temo arresti ai funerali».

Da popolare a populista. Si potrebbe definire così la parabola del premier polacco, Donald Tusk, eletto a dicembre 2023 e osannato dalla sinistra europea per aver soffiato il potere, con la sua vittoria, «ai pericolosi fascisti» della destra. Populista, o anche sovranista, perché ieri Tusk ha annunciato l’intenzione di chiudere le frontiere con l’Ucraina per impedire il passaggio dei prodotti agricoli ucraini. «Sono pronto a prendere decisioni difficili per quanto riguarda il confine, ma in accordo con l’Ucraina», ha dichiarato il primo ministro. Inoltre ha aggiunto che «al forum dell’Unione europea, la Polonia proporrà di inasprire significativamente le restrizioni sulla fornitura di prodotti agricoli dall’Ucraina». Inevitabile se si considera che da settimane gli agricoltori polacchi stanno protestando ai confini chiedendo un limite all’importazione incontrollata dei prodotti agricoli ucraini. «Vogliamo vendere i nostri prodotti e il prezzo è troppo basso a causa dell’import senza limiti di grano e altri prodotti ucraini», chiedono i manifestanti. Il governo polacco non ha mai limitato le proteste e adesso, anzi, le sostiene e l’Ucraina nei giorni scorsi, secondo alcune fonti, avrebbe preso in considerazione l’idea di limitare le importazioni agricole polacche in segno di rappresaglia.

Quello delle merci è solo uno dei moltissimi problemi di Kiev. «Se l’Europa vuole essere libera, è fondamentale che il presidente russo, Vladimir Putin, e il suo regime perdano», ha scritto in un tweet il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, mentre si trovava in Albania per un vertice con il governo di Tirana per incoraggiare un ulteriore sostegno a Kiev da parte dei Paesi dell’Europa sudorientale. «Con il premier albanese, Edi Rama, abbiamo discusso delle esigenze di difesa dell’Ucraina e della potenziale produzione congiunta di armi», ha commentato Zelensky. L’Albania, membro della Nato dal 2009 e candidata all’adesione all’Ue, ha espresso il suo pieno sostegno a Kiev contro l’invasione della Russia e dall’inizio della guerra ha fornito assistenza militare sotto forma di munizioni e addestramento dell’esercito ucraino. È stato uno dei primi Paesi a offrire rifugio ai rifugiati ucraini, aderendo anche alle sanzioni internazionali contro funzionari e istituzioni russe. Ed è proprio con i Paesi Nato che Zelensky sta stringendo accordi bilaterali sul sostegno militare e civile, alla cui lista da ieri si aggiunge anche il Belgio, in attesa che la sua richiesta di ingresso possa essere accolta alla fine della guerra.

Nel frattempo l’Alleanza atlantica è concorde sul non dispiegare le proprie forze di terra in Ucraina. Lo ha spiegato nuovamente il portavoce del governo tedesco, Steffen Hebestreit. Puntualizzazione che arriva a seguito delle parole del presidente francese, Emmanuel Macron, secondo il quale non può essere escluso l’invio di truppe da Paesi occidentali in Ucraina. Quella del governo tedesco non è la prima presa di distanza, erano già arrivate quelle della Casa Bianca e della Nato. Per la Lettonia, «se gli alleati della Nato dovessero raggiungere un accordo sul dispiegamento di truppe in Ucraina, si prenderebbe in considerazione la possibilità di parteciparvi», ha spiegato il portavoce, aggiungendo che «la Lettonia continua a esaminare molte opzioni diverse per rafforzare il sostegno all’Ucraina».

I russi però restano convinti di un coinvolgimento attivo della Nato sul territorio ucraino. «Non è un segreto che il personale militare dei Paesi della Nato sia in Ucraina da molto tempo e stia aiutando attivamente le forze armate ucraine, anche nell’operazione dei sistemi d’arma trasferiti a Kiev», ha dichiarato la portavoce ufficiale del ministero russo degli Esteri, Maria Zakharova, sottolineando che «Macron non ha detto nulla di nuovo».

E mentre in Europa ci si prepara a una probabile escalation del conflitto non si fermano i tentativi di negoziazione. Oltre a quelli del Vaticano, anche la Turchia torna in scena dicendosi «pronta a ospitare ancora una volta i negoziati tra Russia e Ucraina a Istanbul per dare nuova speranza alla pace», ha detto il presidente turco, Recep Tayyip Erdogan chiarendo di essere «ancora dell’idea che sia necessario dare una possibilità al dialogo e alla diplomazia per raggiungere una pace duratura e giusta».

Intanto Yulia Navalnaya, nell’attesa di poter seppellire il marito, Aleksej Navalny, morto il 16 febbraio scorso, ha parlato al Parlamento europeo durante una plenaria organizzata per commemorare il dissidente russo. «Il funerale si svolgerà domani e non so ancora se sarà pacifico o se la polizia arresterà coloro che sono venuti a salutare Aleksej», spiega attaccando il presidente russo duramente: «Non avete a che fare con un politico, ma con un sanguinario mafioso. Putin è il capo di una banda criminale organizzata. Noi dobbiamo adottare i metodi della lotta alla criminalità. Non note diplomatiche, ma indagini. Non dichiarazioni di preoccupazioni, ma una ricerca dei consociati della mafia nei vostri Paesi».

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