- I media di Teheran avevano diffuso i dettagli del memorandum «condiviso»: ritiro delle forze Usa, fine del blocco navale a Hormuz e ripristino del traffico commerciale entro un mese (in gestione con l’Oman). Ma il tycoon smentisce: «Siamo ancora insoddisfatti».
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Lo speciale contiene due articoli.
Lo Stretto di Hormuz torna a essere il centro della crisi tra Iran e Stati Uniti, mentre dietro le quinte proseguono contatti diplomatici sempre più fragili e la minaccia di una nuova escalation militare continua ad aggravare le tensioni in Medio Oriente. Teheran sta infatti lavorando insieme all’Oman a un nuovo sistema di gestione del traffico navale nel Golfo Persico, mentre Washington valuta la possibilità di nuovi bombardamenti contro obiettivi iraniani nel caso in cui i negoziati dovessero fallire. La nuova fase dello scontro è iniziata dopo la diffusione, da parte della televisione di Stato iraniana, di quella che sarebbe una bozza di memorandum d’intesa tra Teheran e Washington. La Casa Bianca ha reagito duramente, definendo il documento «una completa invenzione» e accusando i media iraniani di diffondere propaganda. In un messaggio pubblicato su X, l’amministrazione americana ha invitato a non credere alle informazioni diffuse dagli organi ufficiali della Repubblica islamica, insistendo sul fatto che solo «i fatti contano».
Secondo la versione rilanciata dai media iraniani, l’intesa prevederebbe il ritiro delle forze Usa dalle aree vicine all’Iran e la fine del blocco dei porti iraniani. In cambio, Teheran garantirebbe il ripristino del traffico commerciale nello Stretto di Hormuz entro un mese, riportandolo ai livelli precedenti al conflitto. Il punto centrale dell’accordo sarebbe però il mantenimento del controllo iraniano sul traffico navale nello Stretto, elemento considerato strategico dalla leadership della Repubblica islamica. A confermare la centralità di Hormuz è stato Ali Bagheri, vice capo del Consiglio supremo per la sicurezza nazionale. Parlando a Mosca, Bagheri ha spiegato che Iran e Oman stanno negoziando un nuovo meccanismo congiunto per il transito delle navi. «Le condizioni e le procedure saranno completamente diverse rispetto a quelle precedenti al conflitto tra Iran e Stati Uniti», ha dichiarato il dirigente iraniano, precisando che i contatti indiretti con Washington proseguono ma che «qualsiasi accordo potrà arrivare soltanto nell’ambito di una soluzione complessiva che affronti tutte le questioni ancora aperte tra i due Paesi».
Sul fronte americano, Donald Trump continua a usare toni durissimi. Durante una riunione di governo il presidente statunitense ha dichiarato: «L’Iran vuole fare un accordo: sta negoziando allo stremo. Noi non siamo ancora soddisfatti. O lo saremo o dovremo finire il lavoro». Trump ha ribadito che Teheran non potrà mai ottenere l’arma nucleare e che non ci sarà alcun alleggerimento delle sanzioni in cambio della rinuncia all’uranio altamente arricchito.
Il presidente americano ha inoltre sostenuto che la Repubblica islamica non abbia altra scelta se non quella di raggiungere un’intesa. «La loro economia è in caduta libera. L’inflazione è al 250%. Pensavano di riuscire a sfinirmi nell’attesa. Saremo noi a sfinire loro», ha affermato. Più prudente la posizione del segretario di Stato Marco Rubio, che ha insistito sulla necessità di lasciare spazio alla diplomazia. «L’Iran non avrà mai l’arma nucleare. La diplomazia è sempre la prima opzione e continuiamo a lavorare con l’Iran: stiamo dando alla diplomazia ogni chance di successo», ha dichiarato Rubio, aggiungendo che eventuali progressi potrebbero emergere «nelle prossime ore o nei prossimi giorni».
Per Teheran, però, il vero strumento di pressione nei confronti degli Stati Uniti resta il controllo dello Stretto di Hormuz. Ali Akbar Velayati, consigliere internazionale della Guida Suprema Mojtaba Khamenei, ha dichiarato che «documenti e firme da soli non bastano» e che il vero garante della sopravvivenza di qualsiasi accordo sarebbe proprio il controllo iraniano dello Stretto. In un messaggio pubblicato su X, Velayati ha ricordato che «la geografia non mente» e che il Golfo Persico continua a rappresentare il principale elemento di forza strategica dell’Iran. Nel frattempo il Pentagono starebbe preparando una nuova lista di obiettivi da colpire nel caso in cui Trump decidesse di riprendere i bombardamenti contro la Repubblica islamica. Secondo fonti dell’amministrazione americana citate da Nbc, gli obiettivi più vulnerabili sarebbero già stati distrutti nelle precedenti operazioni, mentre quelli rimasti sarebbero molto più difficili da neutralizzare perché nascosti sotto montagne o vicini a centri abitati.
Un funzionario statunitense ha ammesso che eventuali nuovi raid non garantirebbero gli stessi risultati ottenuti nella fase iniziale della guerra. Il dossier nucleare continua a rappresentare uno dei principali ostacoli nei colloqui. Durante le celebrazioni dell’Eid al-Adha, il presidente iraniano Masoud Pezeshkian ha parlato di «dignità, libertà e rifiuto della paura» di fronte alle «potenze arroganti», accusando Stati Uniti e Israele di aggressione contro la Repubblica islamica e invitando il mondo musulmano all’unità contro «ingiustizia e oppressione». Ad aumentare ulteriormente la tensione è stato infine il caso della nave sudcoreana Hmm Namu, colpita nello Stretto di Hormuz da due oggetti volanti non identificati. Secondo il governo di Seul, le analisi tecniche farebbero pensare all’utilizzo di missili anti-nave Noor sviluppati dall’Iran.
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