• Il pronosticato crollo non c’è stato, anzi: gli States crescono molto più dell’Ue. E grazie alle tariffe incasseranno fino 267 miliardi. La mossa (sottovalutata) sulle stablecoin.
  • Dagli ordini esecutivi ai regolamenti, ormai si fa ricorso contro ogni atto dell’esecutivo.

Lo speciale contiene due articoli

L’economia americana si sta dimostrando più solida di quanto gli economisti mainstream profetizzavano con l’ingresso di Donald Trump alla Casa Bianca. Tuttavia, vi sono elementi di debolezza, che hanno radici più profonde e precedenti l’arrivo del tycoon a Washington.

Partiamo dai dati più recenti, che segnalano uno scenario complesso ma ancora positivo. Nel secondo trimestre del 2025 il Pil è cresciuto del 3,8 % su base annua, grazie alla spesa dei consumatori, agli investimenti delle imprese e alla contrazione delle importazioni che ha migliorato il saldo del commercio estero. Contrazione certo dovuta alla prima ondata di dazi imposti da Donald Trump. Nel terzo trimestre si stima una crescita dello 0,9%, che porterebbe al 4% la crescita annuale, un dato che si confronta con lo 0,2% dell’eurozona.

L’inflazione annuale si è attestata intorno al 2,9 %, con la componente «core» – al netto di energia e alimenti – poco sopra quel livello (3,1%). Secondo Truflation, un servizio che utilizza parametri meno ortodossi ma più vicini alla realtà, l’inflazione reale sarebbe in realtà al 2,2%.

Le imprese segnalano costi in aumento per i materiali importati, ma la concorrenza e la prudenza sui listini limitano la trasmissione sui prezzi finali. L’inflazione da dazi, insomma, per ora non c’è, il che ha sorpreso la messe di economisti mainstream che presagivano catastrofi.

Sul fronte del lavoro, i segnali sono ambigui. Ad agosto l’occupazione non agricola è cresciuta di 22.000 unità, un ritmo insufficiente a mantenere stabile il tasso di disoccupazione, che è al 4,3%. La stretta sull’immigrazione ha portato a un rallentamento nella creazione di posti di lavoro, ma ha portato ad un aumento della produttività, che secondo le ultime stime è salita del 3,5%. Gli immigrati infatti lavorano spesso in settori a bassa produttività, contribuendo più ai posti di lavoro che al Pil. All’aumento della produttività contribuiscono anche i tagli nel pubblico impiego. Il mercato del lavoro non è brillante, dunque, ma non è ancora dentro quella crisi annunciata da più parti.

Gli indici dell’attività economica descrivono un’economia che continua a espandersi, anche se con passo più lento. Il Pmi manifatturiero di S&P è a 52, segnalando una lieve crescita, mentre l’indice Ism Manufacturing Pmi è salito da 48,7 a 49,1 nel settembre 2025, pur restando sotto 50 (quindi in contrazione moderata). La produzione industriale ad agosto è salita dello 0,1%.

Insomma, la paventata distruzione dell’economia americana a causa delle politiche di Trump non si vede ancora. Intanto, le dogane americane stanno incassando come non mai dopo l’innalzamento dei dazi. Nel solo mese di giugno sono stati incassati 27 miliardi di dollari, che portano il totale nel semestre a 113 miliardi. Il governo stima di incassare alla fine dell’anno una cifra variabile tra 195 e 267 miliardi dai dazi.

Il tema dell’inflazione è affrontato da Trump in maniera piuttosto diretta. La Casa Bianca fa esplicite pressioni sul governatore della Federal Reserve, Jerome Powell, perché abbassi i tassi. Un primo taglio minimo (-0,25%) c’è stato a settembre, ma Trump (che ha pubblicamente chiamato Powell «idiota» e lo ha soprannominato «too late», troppo tardi) si aspetta tagli più massicci nelle prossime riunioni. Tassi di interesse più bassi permetterebbero ritorni più alti sugli investimenti, rate dei mutui più basse e un costo del debito pubblico americano più basso. Per questo la battaglia di Trump è anche sull’indirizzo politico della Fed, una battaglia che scandalizza i fautori della presunta indipendenza delle banche centrali dal potere politico.

Gli scossoni che Trump sta assestando all’economia americana sono parte di una strategia tesa a ridisegnare una architettura economica globale di cui la Cina è diventata negli anni la maggiore beneficiaria. Nel progetto trumpiano, i dazi non sono solo una misura difensiva, ma un modo per far pagare agli esportatori stranieri una sorta di affitto per accedere al mercato americano. L’obiettivo è duplice. Da una parte, scoraggiare le importazioni e ridurre la dipendenza dalla Cina per molti beni, dall’altra favorire il ritorno in patria delle produzioni industriali. Ci sono molti dubbi sul fatto che questa manovra possa avere successo, ma la direzione è chiara.

Tutto ciò avrà un costo, senza dubbio. Intanto però la Casa Bianca è molto dinamica sui dossier energia e materie prime, con un attivismo che arriva sino a creare partecipazioni dirette in iniziative industriali sui semiconduttori, terre rare e materiali critici. L’idea è di rimettere il cappello del governo sulle attività strategiche, dall’intelligenza artificiale alle criptovalute, dall’acciaio alle miniere e alle terre rare. Alcune mosse assai importanti della Casa Bianca, poi, sono passate quasi inosservate, oscurate dal clamore sui dazi. Parliamo del Genius Act del luglio scorso, che consentirà un grande sviluppo delle stablecoin (criptovalute agganciate al dollaro) rendendo già obsoleto l’euro digitale che la Banca centrale europea vorrebbe lanciare nel 2028.

Un motivo serio di preoccupazione non deriva dalle politiche di Trump ma dalla situazione debitoria dei privati. Il mese scorso è fallito First Brand, colosso dei ricambi auto, con un buco di 2 miliardi di dollari, e prima ancora il finanziatore di mutui subprime Tricolor. Ciò sta portando a un esame approfondito sull’esposizione dei gestori di fondi verso debitori in difficoltà e punta il faro di nuovo sulla qualità dei crediti concessi. Questa è la vera mina vagante dell’economia americana.

La vera transizione americana oggi non è quella verso il green ma verso un ridisegno dell’economia secondo linee strategiche. Questo passaggio, che alcuni chiamano decoupling, non sarà indolore per l’economia statunitense. Ci saranno effetti collaterali che gli economisti della Casa Bianca hanno messo nel conto, certamente, ma non sappiamo in che misura. Non è chiaro cioè se questo tentativo di rifondare l’economia americana su basi più autonome sia effettivamente sotto controllo. La spettacolarità dell’azione politica di Trump non aiuta a decifrare le linee dell’azione politica di Washington, e probabilmente questo è voluto.

Il passaggio verso una economia ibridata dalla strategia in chiave anticinese richiede che anche gli alleati degli Stati Uniti, e dei Paesi che più hanno relazioni economiche con gli Usa, si allineino. L’esempio più chiaro è quello dell’Unione europea. Oltre a pagare un dazio generalizzato del 15% sulle merci esportate negli Usa (quella sorta di canone per partecipare al mercato americano di cui abbiamo parlato sopra), l’Ue deve anche attrezzarsi per non venire travolta dall’ondata di prodotti cinesi che non valica la frontiera americana e giunge in Europa a prezzi pressoché imbattibili. Questo costringerà l’Unione europea a proteggere a sua volta il proprio mercato, come è appena avvenuto per l’acciaio.

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