- Germania e Francia contro la censura al presidente degli Usa La linea dei big Ue manda in crisi gli intellò integralisti nostrani
- Parler, la piattaforma di condivisione alternativa a Facebook e Twitter usata dai fan di The Donald, rimossa dalla Rete Whatsapp farà incetta di dati sensibili per aumentare la pubblicità. Sospesi i finanziamenti a chi ha votato contro Joe Biden
Lo speciale contiene due articoli
L’Europa, a sorpresa, si schiera contro la brutale censura decretata dai social network nei confronti di Donald Trump. A difendere il diritto di parola del presidente degli Stati Uniti, anche online, ieri Angela Merkel ha criticato la decisione di Twitter, così come quella di Facebook e di Instagram, che avevano stabilito di «sospendere l’account di Trump almeno fino al 20 gennaio», il giorno in cui passerà le consegne al successore Joe Biden. Forte probabilmente di quei primi 35 anni di vita trascorsi sotto il regime comunista della Germania Est, la cancelliera ha dichiarato che «la libertà di opinione è un elementare diritto fondamentale», e «spetta soltanto al legislatore, quindi allo Stato, definire il quadro all’interno del quale la comunicazione sui social media possa aver luogo». La Merkel ha ammesso che «le grandi piattaforme digitali non possono non agire di fronte a contenuti che incitano all’odio e alla violenza», ma poi ha aggiunto che «la possibilità d’interferire nella libertà di espressione è possibile solo nei limiti definiti dalle leggi, e non può venire dalla decisione autonoma e opaca di un’impresa privata».
La presa di posizione della Merkel è tanto più significativa se si considera l’avversione che la Kanzlerin ha manifestato nei confronti del presidente americano, cui non ha mai espresso vicinanza politica, né stima personale. Ma ieri non è stata la sola ad alzarsi e parlare. Anche il ministro francese dell’Economia Bruno Le Maire ha criticato lo stop imposto dai social network alla Casa Bianca: «Mi sconvolge», ha detto Le Maire, «perché la regolamentazione dei giganti del Web non può essere fatta dalla stessa oligarchia digitale». Poi ha lanciato quasi un anatema: «L’oligarchia digitale è una delle grandi minacce che gravano su Stati e democrazie». E subito dopo anche le istituzioni europee si sono schierate. Il commissario Ue al mercato interno, Thierry Breton, ha bollato il blocco dei social media come «privo di controllo legittimo e democratico» e sostenuto sia «sconcertante» che i loro azionisti, da Mark Zuckerberg a Jack Dorsey, possano «staccare la spina dell’altoparlante del presidente degli Stati Uniti senza alcun controllo: questa non è solo una conferma del potere delle piattaforme online, ma mostra anche profonde debolezze nel modo in cui la nostra società è organizzata nello spazio digitale». E Manfred Weber, capogruppo del Partito popolare nell’Europarlamento, ha chiesto che l’Unione europea «non lasci che Facebook e Twitter decidano cosa rientri nei limiti dell’accettabile», perché «non possiamo permettere siano loro a decidere come discutere e non discutere, o che cosa si possa e cosa non si possa dire in un discorso democratico».
È evidente che questo coro di voci negative ha un retroterra ideale nel tentativo europeo, fin qui abortito, d’imporre il giusto carico fiscale ai giganti statunitensi dell’online, che pagano tasse in misura indecorosamente bassa: da anni, a Bruxelles e nelle principali capitali del Vecchio continente, si discute a vuoto di una «Web tax» che ponga un limite alla colossale evasione tributaria dei social network, e alla loro concorrenza sleale. Che succederebbe se, magari in disaccordo per un provvedimento di questo tipo, gli stessi social agissero contro l’accout dell’Eliseo o della Cdu? Nel frattempo, le tante voci europee che ieri si sono levate hanno intanto avuto l’effetto di zittire d’un colpo la canea dei commentatori anti-Trump e pro-censura. Mentre al Nasdaq il titolo di Twitter è piombato dai 51,50 dollari dell’8 gennaio ai 48 di ieri (-6,8%), e quello di Facebook è sprofondato da oltre 267 dollari a 260 (-2,6%), da ieri sono in crollo anche le quotazioni dei tanto esaltati sostenitori della ghigliottina mediatica. Forse spiazzati dalle giuste perplessità europee, sono scomparsi, svaniti, evaporati. E sono tanti. Come Gianni Riotta, che sulla Stampa aveva giustificato la censura di Twitter e Fb addirittura come «tardiva azione di autodifesa, per evitare ulteriori tragiche violenze e conseguenze dirette agli azionisti». O Riccardo Luna, che su Repubblica aveva scritto: «Espellere Trump non salverà il mondo, ma servirà a dire che i social network non possono essere usati per attentare alla democrazia». Per non parlare dei cronisti dei tg Rai, generalmente inclini allo spellamento di mani per il silenziatore imposto al presidente. O di Wired, la rivista di tecnologia che passa come «la Bibbia di Internet», impancatasi a decretare che «le misure prese da Facebook e Twitter non sono censura, ma la tardiva e insufficiente reazione contro un uomo che ha infranto ogni regola possibile».
È un fronte che ha dimenticato come Fb e gli altri social network siano stati e restino il più denso brodo di coltura del terrorismo islamico, cui hanno garantito una vetrina per l’indottrinamento, il reclutamento e l’addestramento di migliaia di fanatici e kamikaze. Né che online possano parlare impunemente gruppi terroristici come Hamas, o l’ayatollah iraniano Seyyed Ali Khamenei, che ogni giorno predicano la distruzione dello Stato di Israele. O che decine di dittatori, dal presidente venzuelano Nicolas Maduro al «caro leader» nordcoreano Kim Jong-un, siano liberi di dire la loro, senza filtri. Un fronte che non s’è certo sognato di zittire i grillini, quando su internet minacciavano di «circondare il Parlamento», o che l’avrebbero «aperto come una scatola di tonno». E non ha silenziato Davide Casaleggio, che del Parlamento postula l’inutilità. Eppure, almeno quanto a parole sparse online, nessuno tra loro sembra meno pericoloso di Trump.
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