- Per frenare la perdita di consensi, cerca alleanze in vista delle europee e lancia l’idea di nazionalizzare alcuni media.
- Su 13 milioni per la campagna del presidente, oltre 11 giunti da poche, grosse offerte.
Lo speciale contiene due articoli
Emmanuel Macron cerca nuovi alleati politici in Europa, ma nel frattempo si lascia tentare dalla possibilità di imbavagliare la stampa in Francia. Il suo partito, La République en marche, starebbe per integrare il gruppo liberale al Parlamento europeo, ma solo dopo le elezioni di maggio. È quanto ha dichiarato al Financial Times, Luis Garicano, futuro capolista alle europee del partito spagnolo Ciudadanos. Il nuovo gruppo parlamentare dovrebbe accogliere anche gli esuli dei partiti socialdemocratici e della destra moderata dei 27 Paesi Ue. Secondo il quotidiano britannico, nel gruppo rientrerebbero anche alleati di Matteo Renzi e dei membri del Partito popolare europeo, che vorrebbero lasciare questa formazione politica a causa della presenza di Viktor Orban tra i suoi ranghi.
Insomma, Macron vorrebbe fare in Europa ciò che ha già fatto in Francia, riservando poltrone a potenziali futuri trombati di destra e di sinistra. Per esempio, alle legislative del 2017 aveva accolto tra i candidati del suo partito, l’ex primo ministro socialista Manuel Valls (ora candidato sindaco di Barcellona grazie alla sua doppia cittadinanza, ndr). Poi ha piazzato alcuni ex del partito Les Républicains – Édouard Philippe, Bruno Lemaire e Gérard Darmanin – alla guida o in posti chiavi del governo.
Nei piani dell’inquilino dell’Eliseo comunque, le elezioni europee potrebbero non essere l’unico appuntamento elettorale dei prossimi mesi. Secondo vari media, Macron starebbe pensando di organizzare nella stessa data anche un referendum per uscire dalla crisi dei gilet gialli. Una chiamata alle urne in occasione della quale i francesi potrebbero essere doversi esprimere su molte domande. Tra queste però – dicono i bene informati – non figurerebbero quelle relative alla fiscalità. Insomma, i gilet gialli dovrebbero mettersi il cuore in pace perché una delle loro principali richieste – la reintroduzione dell’imposta sulla fortuna – non sarà presa in considerazione. Perché allora annacquare le europee con dei referendum? Forse per evitare cocenti sconfitte.
Nel frattempo, il presidente francese rimane attivissimo nel cercare di limitare la libertà di stampa. Con l’entrata in vigore della legge contro le fake news, le autorità potranno – nei periodi elettorali – staccare la spina ai media stranieri, basati in Francia, qualora diffondano delle notizie «deliberatamente» false. Ma Emmanuel Macron non si ferma qui. Ora pensa anche a una sorta di «nazionalizzazione» parziale dei media, da attuare attraverso alcuni giornalisti delle varie redazioni, stipendiati dallo Stato. Lo spiega bene Etienne Gernelle nel settimanale Le Point. La settimana scorsa, lui e pochi altri giornalisti selezionati hanno incontrato le président all’Eliseo. Pare che il leader francese l’abbia sparata grossa. «Il bene pubblico è l’informazione. E forse è ciò che lo Stato deve finanziare», ha detto Macron, che poi ha insistito: «bisogna assicurarsi che (l’informazione) sia neutra. Finanziare delle strutture che assicurino la neutralità. Per quanto riguarda la verifica delle informazioni, che ci sia una forma di sovvenzionamento pubblico accettata, con dei garanti che siano dei giornalisti. Questa remunerazione deve essere svincolata da qualsiasi interesse. Ma da un certo punto di vista, questo deve venire anche dalla professione». Parole che non sono state pronunciate da dittatori come Saddam Hussein o Muammar Gheddafi, ma da Macron. La stessa persona che negli scorsi mesi ha attaccato l’Italia per le decisioni prese in tema di immigrazione. La stessa che si è autoproclamato capo dell’armata progressista europea che farà di tutto per evitare che la «lebbra nazionalista» si espanda in Europa in occasione delle europee.
Difficile immaginare cosa accadrebbe se Giuseppe Conte, Matteo Salvini o Luigi Di Maio rendessero noti i piani di un sistema di controllo della «neutralità» della stampa italiana. Nel frattempo, ieri, la redazione del sito d’informazione indipendente Mediapart è stata raggiunta da una richiesta di perquisizione, che il giornale ha rifiutato per tutelare le fonti. Il 31 gennaio, Mediapart ha pubblicato registrazioni audio contenenti una conversazione tra Alexandre Benalla e un suo collaboratore, il riservista della Gendarmeria Vincent Crase, indagati per aggressione ai manifestanti del 1° maggio 2018. La procura ha aperto un’inchiesta per «violazione della privacy» e per chiarire come sia stata intercettata la conversazione. Un tweet pubblicato sull’account della testata online francese lanciava l’allarme: «Due procuratori, accompagnati da tre poliziotti, hanno chiesto di perquisire questa mattina, alle 11.10, i locali di Mediapart». Nel pomeriggio, il direttore della testata, Edwy Plene, ha sottolineato che Mediapart non è «al di sopra della legge, pubblichiamo articoli, inchieste (…) e nella nostra Repubblica ,finché rimane democratica, ne rendiamo conto nell’ambito della legge che protegge la libertà della stampa. Il diritto dei cittadini di sapere, la legge del 1880». Il corresponsabile delle inchieste della testata, Fabrice Arfi, ha spiegato perché questa perquisizione è da considerarsi « un attacco al sale stesso della democrazia».
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