Esiste una storia nota attorno il 22 febbraio del 2021, il giorno in cui l’ambasciatore Luca Attanasio e il carabiniere Vittorio Iacovacci vennero uccisi in Congo. I due temevano per la propria sicurezza. Non c’era un’auto blindata con la quale muoversi e un solo militare di scorta, Iacovacci appunto, non era sufficiente per quella missione così pericolosa. Come è noto, il 20 agosto del 2020 l’ambasciatore indice una gara per un appalto al fine di avere un’auto blindata. L’8 gennaio dell’anno successivo Attanasio approva il bando per l’operatore economico Gruppo Effe srl con sede a Barlassina. La macchina sarebbe dovuta arrivare di lì a poco. Questa la storia nota, almeno fino a oggi.
Perché proprio nei primi giorni di febbraio 2021, il 4, Iacovacci si mette in contatto con suo fratello, Dario, incursore del Comsubin. Gli chiede se ha qualche contatto che possa fargli avere una macchina blindata in poco tempo perché la missione deve andare avanti. E deve essere condotta in sicurezza. La situazione è al limite. Iacovacci chiede formalmente anche un altro carabiniere, che però non arriverà mai, per rafforzare la scorta ad Attanasio. La zona est, dove i due troveranno la morte, è infatti estremamente pericolosa. Bisogna trovare una soluzione tampone per l’auto blindata, almeno finché non arriva quella del bando.
Suo fratello Dario contatta quindi un suo collega, incursore in congedo e operativo nel settore della sicurezza, che gli trova subito un mezzo e pure un team in grado di aumentare la sicurezza dell’ambasciata. Il caso, che sarebbe potuto diventare fortuna, aveva fatto sì che l’auto fosse disponibile già il 6 febbraio quindi due settimane prima dell’attentato. Sarebbe bastato solamente accettare. Eppure non arriva alcuna risposta nonostante i tentativi dell’ambasciata di mandare avanti la pratica con la Farnesina.
Il 14 febbraio, otto giorni prima dell’attentato, chi si è mosso per trovare l’auto chiede a Dario Iacovacci se ci sono novità. Ma nulla. Bisogna ancora aspettare. La burocrazia è molto più lenta dei killer che, forse, stanno già preparando l’assalto.
Quell’auto avrebbe potuto salvare Attanasio e Iacovacci, ma non arrivò mai. Dario, il fratello del carabiniere ucciso, racconta alla Verità: «Non c’entra solo l’auto, però. Le negligenze, da quello che emerge, sembrano essere state molteplici: procedure lente, richieste rimaste senza risposta, valutazioni di rischio che andavano aggiornate e rafforzate. In un contesto come quello dell’est del Congo, ogni dettaglio sulla sicurezza fa la differenza. E poi c’è un altro aspetto che pesa: individuare eventuali responsabilità diventa estremamente complesso quando chi potrebbe essere chiamato a rispondere può appellarsi a forme di immunità. Per questo la verità piena è ancora lontana, e non possiamo limitarci a un solo elemento senza guardare all’insieme di ciò che non ha funzionato».
Le commissioni d’inchiesta fin qui organizzate sono infatti sempre finite nel nulla. Non si è mai fatto realmente chiarezza sugli ultimi momenti di Attanasio e Iacovacci e, soprattutto, su cosa non ha funzionato a livello di sicurezza. Eppure quelle due morti, forse, si sarebbero potute evitare.
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