Tre indizi fanno una prova. Non la prova che abbia ragione Vladimir Putin. Lui rimane un autocrate senza scrupoli. Ma non è uno stupido né uno squilibrato. Segue una sua logica. La logica, magari perversa, delle grandi potenze.
Indizio numero uno: il New York Times rivela che la Cia aveva piazzato 12 basi in Ucraina, in località situate al confine con la Russia, a partire dal 2014, nel periodo in cui venne occupata la Crimea. E scrive: «Verso la fine del 2021», lo zar «stava valutando se lanciare la sua invasione su vasta scala, quando si incontrò con il capo di uno dei principali servizi di spionaggio russi, il quale gli riferì che la Cia e l’MI6 britannico controllavano l’Ucraina e la stavano trasformando in una testa di ponte contro Mosca». Dunque, se scelse di non accontentarsi più di Sebastopoli e di attaccare la nazione confinante, per deporre Volodymyr Zelensky, è anche perché lo zar credeva che gli occidentali avessero reso Kiev un loro avamposto. Il processo sarebbe culminato con l’adesione dell’ex Repubblica sovietica alla Nato – prospettiva che al Cremlino consideravano una minaccia esistenziale. In quest’ottica, calpestare la sovranità di una nazione sembrava un’opzione accettabile; come ai tempi della crisi dei missili nucleari, allorché John F. Kennedy dovette riflettere sull’ipotesi di aggredire Cuba.
Secondo il quotidiano della Grande Mela, le preoccupazioni del leader russo erano esagerate: in realtà, gli americani, per evitare incidenti, si muovevano con i piedi di piombo. Fatto sta che le attività di spionaggio, iniziate quando alla Casa Bianca c’era Barack Obama, sono proseguite durante le amministrazioni di Donald Trump e Joe Biden. Tuttora, i vertici dell’agenzia Usa interloquiscono con la resistenza: il quotidiano riporta che, giovedì scorso, il numero uno della Cia, William J. Burns, si è recato in segreto in Ucraina per portare rassicurazioni sull’aiuto americano.
I risultati della cooperazione sono stati rilevanti: sono stati captati segreti militari russi, hackerati i codici dei droni, intercettate conversazioni e addestrati agenti. Tra essi, l’attuale capo degli 007 ucraini, Kyrylo Budanov. Ed è da costui che arriva il secondo indizio della razionalità strategica di Putin. Manco l’avesse imbeccato il Cremlino, il militare ha dichiarato che Alexei Navalny sarebbe morto per un coagulo di sangue. «Potrei deludervi, ma ciò è più o meno confermato». Il che non cancella la responsabilità oggettiva del regime russo. Ma è palese che il dissidente era la pedina di un gioco più grande, nel quale la sua dipartita, almeno all’apparenza, conveniva poco allo zar. Ieri, la presidente della Fondazione anticorruzione creata dall’attivista, Maria Pevchikh, ha confermato che l’oppositore era al centro di un negoziato per lo scambio di prigionieri con Washington e Berlino. La Russia avrebbe rilasciato lui e due detenuti di cittadinanza statunitense, pur di poter rimpatriare un ex ufficiale dell’Fsb, Vadim Krasikov, in cella in Germania per omicidio. La Pevchikh ritiene che il presidente, proprio alla vigilia della scarcerazione, abbia cambiato idea, ordinando l’uccisione di Navalny, che considerava troppo pericoloso. La dirigente ha perciò puntato il dito contro americani e tedeschi, colpevoli di aver ritardato troppo le trattative.
Ieri, sulla triste vicenda è intervenuto anche il Segretario di Stato vaticano, il cardinale Pietro Parolin, invocando un’indagine sulla morte dell’anti zar. Difficile si arrivi alla verità. In ogni caso, non stupisce che nella seconda Guerra fredda, come nella prima, si sfruttino i prigionieri.
Terzo indizio sulla mente calcolatrice di Putin: la ricerca di una via d’uscita dal conflitto. Il presidente russo ha sempre affermato che, ai colloqui in Turchia di marzo 2022, la controparte fosse disposta a un compromesso. Sarebbe stato Boris Johnson a convincere Zelensky e compagni a far saltare il tavolo. Ad avvalorare in parte la ricostruzione è stata, con un editoriale sulla Bild, Annalena Baerbock, ministro degli Esteri tedesco. L’esponente dei Verdi ha ammesso che «l’Ucraina ha negoziato con la Russia a Istanbul ed era pronta a fare concessioni», purché gli invasori ritirassero le truppe. Il racconto diverge sulle cause: non lo zampino di BoJo, bensì l’indignazione per il massacro di Bucha.
Saranno forse gli storici a dirci se un accomodamento sarebbe stato possibile prima del 24 febbraio 2022, se gli azzardi di Washington abbiano contribuito a innescare l’incendio, se gli occidentali hanno sabotato una pace possibile. Intanto, dovremmo imparare a porci le domande giuste. Putin ha sbagliato a credere che l’Occidente non avrebbe reagito alla sua offensiva? O si è sentito costretto a reagire alla percezione di una tenaglia? Vuole resuscitare l’Unione sovietica? O mira a un perimetro di sicurezza? Alle risposte è appeso l’incubo di una terza guerra mondiale.
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