- Il premier vorrebbe accedere al Mes, ma sperava che la Francia facesse il primo passo. Da Oltralpe, però, arriva la smentita.
- Tra i pericoli del Meccanismo di stabilità c’è quello di veder declassati i titoli di Stato
Lo speciale contiene due articoli
Il Mes è morto, i pochi spiccioli del Sure e della Bei è come se lo fossero, ed anche il Recovery Fund non si sente molto bene. I prestiti del Sure agli Stati e della Bei alle imprese attendono che si costituisca il fondo di garanzia per poter essere operativi. Per l’Italia si tratta di prestare circa 3 miliardi di garanzie a favore del Sure e circa 5 miliardi a favore della Bei. Niente male come salasso iniziale per il nostro Paese.
La morte del Mes sembrava essere stata già decretata, nei giorni scorsi, dalla micidiale sequenza di dichiarazioni di alcuni membri dei governi spagnolo, portoghese e greco. Ieri sul quotidiano La Repubblica faceva bella mostra di sé un retroscena secondo cui «Palazzo Chigi si contempla una sola possibilità per ricorrere al Mes: che almeno un altro dei Paesi fondatori dell’Ue ne faccia richiesta. Un identikit che in questa fase si attaglia solo alla Francia. Se Parigi dovesse attivarlo, anche l’Italia potrebbe farlo senza rischiare di essere iscritta nell’elenco dei “cattivi”». Peccato che, quasi in contemporanea, il ministro dell’Economia francese, Bruno Le Maire, si fosse affrettato a dichiarare alla stampa che la Francia, avendo tassi negativi sui titoli di Stato decennali, non aveva alcuna intenzione di ricorrere al Mes. A questo punto, bisogna riconoscere al presidente Giuseppe Conte una certa dose di sfortuna. Appena si azzarda ad attribuire a qualche Stato la volontà di fare ricorso al Mes, puntuale giunge la smentita. Del resto, lo immaginate un ministro della République Française firmare una richiesta di prestito su cui c’è scritto che la stabilità finanziaria del suo Paese è a rischio? Sarà un caso che sia Spagna che Portogallo hanno già rimborsato in anticipo parte dei prestiti ricevuti? La prima 17 miliardi su 41, il secondo 2 miliardi su 26.
Il lontano martedì 17 marzo fummo i primi a raccogliere le indiscrezioni del Financial Times, relative al lavoro sottotraccia degli uomini del ministro Roberto Gualtieri, finalizzato a rendere disponibile il Mes. Oggi ritorna la domanda che ci ponemmo in quei giorni. Se, come peraltro ha sempre sostenuto Conte, quello strumento non serve a noi, e non serve nemmeno a nessun altro Paese dell’eurozona, allora per chi hanno lavorato Gualtieri e i suoi uomini, e sulla base di quale mandato?
Al termine dell’Eurogruppo di venerdì, le parole del presidente Mario Centeno, combinate con quelle del direttore generale Klaus Regling, rivelano che la cassetta degli attrezzi dell’Ue contiene solo uno strumento che, di fatto, non vuole nessuno.
Regling, di fronte all’osservazione che nemmeno la Grecia pare voglia accedere al Mes, si è trincerato sul distinguo tra disponibilità e utilizzo. A lui interessa che il Mes sia disponibile, non che qualcuno lo usi. Inoltre chiederne l’accesso, non significa utilizzarlo. Strana logica. Come se al mercato fosse sufficiente esporre la merce, non venderla.
Centeno ha ripetuto ormai stancamente la litania della triplice rete di sicurezza, un artificio verbale che la dice tutta sull’assenza di soluzioni operative. Hanno solo reti di sicurezza, e pure bucate o irte di chiodi. Sul Recovery Fund, Centeno continua a usare termini generici per le sue caratteristiche (temporaneo, mirato, e di adeguata dimensione) senza aggiungere nulla a quanto già sappiamo. Tranne constatare che la Commissione, che avrebbe dovuto presentare il piano entro il 6 maggio, dovrebbe essere pronta solo per la fine del mese. Giova sottolineare che, per Conte, questo fondo dovrebbe essere il fiore all’occhiello per far digerire ai riottosi parlamentari del M5s anche un eventuale ricorso al Mes. Il famoso pacchetto. Centeno – parlando di «condivisione di ulteriori risorse» e di uso del fondo «come opportunità per accelerare la modernizzazione delle nostre economie, in particolare la transizione verso una economia digitale e sensibile all’ambiente», nonché «riprendere il processo delle riforme» – rischia di deludere profondamente le attese del governo italiano.
Infatti, l’articolo 122 del Tfue, su cui si base anche il fondo Sure, è l’unico strumento previsto dai Trattati per aiutarsi l’un l’altro in Europa. Ma, lì si parla di «assistenza finanziaria», quindi prestiti e non di sussidi o sovvenzioni. Questi ultimi possono solo arrivare dal bilancio Ue, di cui – non ci stancheremo mai di ripeterlo – siamo i terzi contributori netti. Un significativo effetto macroeconomico per l’Italia non dovrebbe essere inferiore al 2-3% del Pil, circa 50 miliardi. In ogni caso sarebbero sottoposti a condizioni per il loro impiego. Qualcuno è disposto a credere che il prossimo bilancio Ue ci veda beneficiari netti per quella somma, dopo essere stati contribuenti netti per 37 miliardi nell’ultimo settennio?
Il Mes potrebbe essere utile al nostro Paese in un solo caso: liquidandolo. Come azionisti al 17,7% torneremmo in possesso di circa 14,7 miliardi e ci faremmo carico pro-quota anche dei suoi crediti e debiti che sostanzialmente si equivalgono e si autofinanziano.
Sarebbe il caso di fare presto.
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