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Un incendio all'interno di un serbatoio di gasolio in seguito a un attacco al complesso petrolifero di Zawiya, a Ovest di Tripoli (Getty Images)

La Libia rischia di scivolare ancora una volta nel caos, dopo un periodo in cui il percorso di pacificazione e riunificazione nazionale sembrava poter decollare.

A Bengasi un’autobomba ha ucciso il generale Fawzi al Mansouri, responsabile dell’intelligence militare del cosiddetto Esercito Nazionale Libico (ENL), la milizia privata del Feldmaresciallo di Libia Khalifa Haftar.

Al Mansouri è stato colpito nella propria abitazione in un’area della seconda città più grande del Paese ritenuta sicura e dove vivono molti alti dirigenti ed ufficiali della Cirenaica. Il suo ruolo era stato determinante nelle campagne militari portate avanti negli ultimi 10 anni ed ultimamente stava lavorando al consolidamento militare delle forze di Haftar, che negli ultimi mesi hanno preso il controllo di quasi il 70% dell’intero territorio libico.

Il primo ministro di Bengasi Osama Hammad, che si limita ad eseguire gli ordini di Haftar, ha definito questo attentato come un atto vile e che mira a destabilizzare il Governo di Stabilità Nazionale (GNS), da lui guidato. Lo stesso Haftar ha promesso immediata vendetta per chi aveva ucciso uno dei suoi più fedeli alleati ed amico personale di tante battaglie. L’eliminazione di un cosiddetto intoccabile come al Mansouri mette in imbarazzo l’esecutivo di Bengasi e soprattutto il clan Haftar, che ha sempre garantito la sicurezza nella Libia orientale.

Abdullah Belhaq è il portavoce della Camera dei Rappresentanti, il parlamento libico che ha sede a Tobruch ed è il massimo organo che rappresenta la Cirenaica. «Siamo sicuri che gli assassini del generale al Mansouri siano venuti da fuori, il presidente del parlamento Aguila Saleh Issa non ha escluso che si tratti di un piano di chi vuole distruggere il nostro futuro. Un omicidio eccellente nel cuore di Bengasi è una ferita aperta, ma nonostante la perdita di un patriota non fermeremo il percorso intrapreso negli ultimi mesi».

Il difficile percorso verso la riunificazione

Gli Stati Uniti hanno infatti riaperto il dossier libico ed hanno coinvolto Italia e Turchia. Il governo di Giorgia Meloni sta lavorando da tempo per raggiungere la riunificazione del Paese arabo con i cosiddetti incontri 4+4, composti da quattro rappresentanti della Tripolitania e quattro dalla Cirenaica.

«A Tripoli Abdul Hamid Dbeibah ormai resiste soltanto grazie all’appoggio di alcune milizie criminali a lui fedeli» – continua Abdullah Belhaq – «la città è ormai diventata pericolosa ed instabile a causa di scontri sempre più violenti. Stiamo valutando di tenere le elezioni nella prossima primavera, sia presidenziali che parlamentari e per questo motivo dobbiamo tutti metterci ad un tavolo e discutere su come arrivare in maniera democratica a fare esprimere il voto al popolo libico. Il Governo di Stabilità Nazionale, anche se la Comunità internazionale non vuole riconoscerlo, ha il controllo del territorio al contrario di quello di Tripoli e lo abbiamo dimostrato con diverse elezioni locali. Vogliamo parlare con tutti ed ascoltare tutti, servono sacrifici per riportare la Libia al posto che merita».

Droni contro la raffineria di Zawiya

Ma la situazione nell’ex patria del colonnello Muhammad Gheddafi appare ancora più complicata perché a Zawiya, nella parte occidentale del Paese, alcuni droni sono stati lanciati contro una raffineria che brucia da giorni. Lo stabilimento di Zawiya è il maggiore attualmente operativo e dispone di una capacità nominale di circa 120.000 barili al giorno. Zawiya è uno dei pochi pozzi che garantiscono una resa costante in un panorama energetico complesso come quello della nazione araba affacciata sul Mediterraneo.

Le milizie della città sono fedeli al governo di Tripoli, ma nelle ultime settimane sono stati molti scontri ed è probabile che si tratti di un regolamento di conti interno. In questo periodo convulso sono arrivate anche le dimissioni del governatore della Banca Centrale libica Naji Issa, la preda più ambita da entrambi i governi, che ha dichiarato la sua impossibilità nel portare avanti il lavoro. Questo organismo è cruciale per la gestione delle entrate petrolifere libiche ed è stato più volte al centro del confronto politico tra le autorità rivali del Paese che avevano faticosamente accettato il nome di Naji Issa, come primo atto unitario dopo anni di conflitto.

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