- Il bilancio post 7 ottobre di Netanyahu: «Asse iraniano smontato pezzo a pezzo».
- La mancata difesa dell’alleato Assad potrebbe valere diverse contropartite: dagli sbocchi sul Mediterraneo (grazie alla Turchia) alle compensazioni Usa per una pace a Est. Donald Trump secco: «In Ucraina Vladimir Putin ha perso».
Lo speciale contiene due articoli
La caduta di Bashar Al Assad è ricca di implicazioni per la Russia. Innanzitutto bisognerebbe capire se Mosca non sia riuscita a difendere l’alleato siriano a causa della guerra in Ucraina o se, proprio per questo, abbia intenzionalmente rinunciato a sostenerlo, anche in considerazione dell’intrinseca debolezza a cui era ormai soggetto il regime di Damasco. In altre parole, non è escludibile che il Cremlino possa essersi accordato sottobanco con la Turchia, vale a dire il grande sponsor degli insorti, lasciando campo libero ai miliziani islamisti, in cambio di rassicurazioni per le basi russe nelle città siriane di Tartus e Latakia.
Non a caso, ieri il Cremlino ha fatto sapere che le autorità di Mosca stanno adottando le «misure necessarie per stabilire contatti in Siria con coloro in grado di garantire la sicurezza delle basi militari». Sempre ieri, l’agenzia di stampa statale russa Ria Novosti attribuiva la responsabilità della caduta allo stesso Assad, precisando che l’interesse di Mosca risiederebbe soltanto nella tutela delle basi: un modo per stornare dal Cremlino l’accusa di debolezza. Non solo. Capire se la Russia si sia accordata o meno con la Turchia potrebbe avere delle ripercussioni anche sulla stabilità della Libia. Ricordiamo che il Paese nordafricano è diviso tra due governi rivali: quello di Tripoli, spalleggiato da Ankara, e quello di Bengasi, legato al generale Khalifa Haftar, che è a sua volta sostenuto dai russi. A seconda di quello che è successo, si prospettano due scenari alternativi: o nuove tensioni interne alla Libia o un rilancio dell’influenza russa sull’Est del Paese in accordo con Ankara.
Resta comunque il fatto che la caduta di Assad rappresenta al momento un danno d’immagine per Mosca. Innanzitutto, questa crisi potrebbe rendere più baldanzosi i movimenti islamisti presenti nel Caucaso settentrionale: basta ricordare gli attacchi terroristici verificatisi nel Daghestan a giugno. Del resto, secondo la Jamestown Foundation, sembrerebbe che la guerra in Ucraina stia impedendo al governo di Mosca di affrontare con decisione il riemergere di sigle islamiste nell’area. E la situazione potrebbe peggiorare a seguito della caduta di Assad. Tra l’altro, non è escluso che il crollo del regime siriano possa indirettamente alimentare l’attivismo dei gruppi qaedisti nel Sahel, dove vari governi golpisti – soprattutto in Mali e in Burkina Faso – si sono avvicinati a Mosca nella speranza di contrastare i locali movimenti jihadisti.
Il secondo nodo che Vladimir Putin dovrà affrontare riguarda invece i negoziati per la crisi ucraina che prevedibilmente inizieranno dopo l’insediamento di Donald Trump. Lo zar si avvia al tavolo delle trattative con una zavorra in meno, è vero, ma, al contempo, con un’influenza politico-militare ridotta in Medio Oriente. Una situazione, questa, che potrebbe lasciargli un margine negoziale più limitato. Non a caso, Trump sembrerebbe pronto ad approfittarne. Domenica, per spingere Putin a trattare sul dossier ucraino, ha affermato che lo zar avrebbe de facto abbandonato l’alleato siriano, dichiarando: «Assad se n’è andato. È fuggito dal suo Paese. Il suo protettore, la Russia guidata da Putin, non era più interessato a proteggerlo». Il presidente americano in pectore ha poi proseguito, affermando che Mosca ha perso interesse per la Siria a causa della guerra ucraina: un conflitto che, ha concluso Trump, dovrebbe finire. Ieri, dopo aver sostenuto che Volodymyr Zelensky «vuole la pace», il tycoon ha rincarato la dose, dichiarando: «Putin dovrebbe pensare che sia giunto il momento di fare la pace, perché ha perso: quando perdi 700.000 persone, è giunto il momento».
In altre parole, Trump ha trasmesso a Putin due messaggi. Primo: la guerra in Ucraina sta ledendo i tuoi interessi in altre aree. Secondo: hai abbandonato il tuo protetto e non ci hai fatto una bella figura. Conclusione: siediti al tavolo ucraino e tratta. Affermazioni, quelle del presidente americano in pectore, che devono aver lasciato il segno, tanto che Putin, proprio ieri, ha voluto non solo ribadire l’impegno di Mosca nell’Organizzazione del trattato di sicurezza collettiva ma ha anche concesso ad Assad asilo politico in Russia. Sempre ieri, il capo del Cremlino ha detto di «non avere dubbi sulla vittoria della Russia». In parole povere, lo zar vuole evitare che Mosca venga percepita come debole, traditrice o non in grado di rispettare i propri impegni internazionali. Trump punta invece proprio su questo: vuole spingere Putin a trattare sull’Ucraina, facendogli capire che, se non lo farà, sarà costretto a vedere sempre più compromessa la sua credibilità internazionale. Parallelamente, il tycoon sta mettendo pressione anche a Zelensky per farlo sedere al tavolo delle trattative: è così che va letta la sua recente ipotesi di ridurre l’assistenza a Kiev.
Trump sta comunque alternando la carota al bastone. Sabato, ha categoricamente escluso un nuovo coinvolgimento americano in Siria. Il che, sotto certi aspetti, può esser letto come una mano tesa allo zar, soprattutto se il nuovo regime a Damasco dovesse garantirgli la sicurezza delle basi. Dall’altra parte, pur avendo rafforzato notevolmente la propria influenza in loco, lo stesso Recep Tayyip Erdogan è consapevole di non poter gestire da solo l’intero dossier siriano. Trump potrebbe quindi puntare a mediare un nuovo bilanciamento di influenza tra Russia e Turchia nell’area. E potrebbe usare proprio questa mediazione come pedina di scambio, per spuntare da Putin condizioni più vantaggiose durante i negoziati sul conflitto ucraino.
Il punto è che l’aver concentrato tutte le proprie forze sull’Ucraina, lasciando sguarniti altri fronti, potrebbe rendere lo zar meno disposto a mostrarsi morbido nelle trattative. Il disimpegno siriano, subìto o scelto che fosse, potrebbe portare Putin a irrigidirsi. Una circostanza porterebbe Trump a fare altrettanto. Entrambi hanno bisogno di ripristinare la deterrenza. Chi si ricorda la Guerra fredda, sa che cosa questo significhi. Nei prossimi mesi, potremmo ballare. E parecchio anche.
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