La Cina marchia gli infetti dal virus per monitorare i loro spostamenti
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  • A ogni cittadino è assegnato un codice colorato che va esibito per usare stazioni, autostrade e perfino entrare nei palazzi, mentre i droni sorvolano il traffico e registrano tutto. Espulsi tre reporter del «Wsj».
  • Il governo si vanta per la rigidità delle contromisure al Covid-19, però un cittadino ligure sbarcato dalla crociera con infetti in Cambogia è tornato a casa senza verifiche. Anche i 2.500 cinesi di rientro in Toscana dopo il capodanno non saranno filtrati.

Lo speciale contiene due articoli

Nella lotta al coronavirus la Cina non guarda in faccia nessuno, nemmeno i propri cittadini. Certo, le libertà individuali non sono mai state una priorità del regime asiatico, che ha sempre svolto un controllo pervasivo sulla vita di ogni persona.

Con la diffusione delle app per comunicare e dei social network, per l’occhio del regime è stato ancora più facile sorvegliare accuratamente i cinesi in ogni aspetto della loro quotidianità.

Ma, con l’arrivo del virus, la tecnologia digitale e i social sono diventati per il Dragone un’arma a doppio taglio. La morte di Li Wenliang, il dottore che a Wuhan aveva lanciato l’allarme per primo, nel dicembre scorso, sulla nuova infezione, ma che non venne ascoltato e anzi fu osteggiato dalle autorità locali, ha provocato nell’opinione pubblica una forte indignazione, diffusasi principalmente su Weibo, il Twitter in mandarino, e Wechat, sistema di messaggistica simile al nostro Whatsapp.

Le critiche al potere e le richieste di maggiore trasparenza e libertà non hanno avuto, però, l’effetto desiderato. Il presidente Xi Jinping, oltre a epurare i vertici del partito comunista dell’Hubei e di Wuhan, ha infatti allungato i tentacoli del controllo. Per i cittadini cinesi ora è più difficile leggere le notizie dai siti esteri, avendo il governo stretto sugli accessi degli utenti, come ha segnalato il Financial Times.

Il regime non è nuovo alla censura della stampa estera: spesso, per esempio, molti server vengono bloccati durante l’anniversario del massacro di piazza Tienanmen. Ieri, pero, Pechino ha addirittura revocato le tessere a tre giornalisti del Wall Street Journal (due statunitensi e un australiano) residenti nella capitale cinese, come punizione per un articolo comparso sulla testata americana, ritenuto diffamatorio nei confronti degli sforzi fatti dai cinesi per il contenimento del virus, come ha spiegato il portavoce del ministero degli Esteri, Geng Shuang. L’articolo in questione era stato scritto da un altro giornalista, basato negli Stati Uniti, ma i tre reporter in Cina dovranno comunque lasciare il paese entro quattro giorni.

Il governo cinese però ha ideato un sistema di controllo ben più articolato della semplice censura della stampa. Con l’ausilio dell’Alibaba group holding e della Tencent holding – colossi del commercio elettronico – Pechino sta tracciando le persone assegnando loro un colore. Dopo aver compilato un questionario con i loro dati, i loro ultimi spostamenti e i sintomi eventualmente avvertiti in quel momento, gli utenti ricevono sui propri telefoni cellulari un codice Qr a colori che indica il loro stato di salute: chi ottiene il rosso deve rimanere in quarantena per 14 giorni e fornire regolari report sulla propria salute tramite l’app Dingtalk, agli utenti con il colore giallo è richiesto un isolamento di sette giorni, mentre gli utenti con un codice verde possono viaggiare liberamente.

Chi ha il permesso di uscire, deve mostrare il proprio codice non solo nelle stazioni ferroviarie o per accedere alle autostrade, ma anche per entrare nella propria casa, il cui ingresso è presidiato da una guardia di sicurezza locale che registra le temperature dei residenti.

Il servizio di mappatura tramite codice Qr sarà esteso presto a tutta la nazione.

Ma farsi misurare la febbre da uno sconosciuto davanti la propria porta non è la cosa peggiore che possa capitare. Nel tentativo di salvaguardare gli uomini delle forze dell’ordine, tenendoli lontani dalle masse, le autorità stanno utilizzando dei droni attorno ai posti di blocco. In città come Shenzen, nella provincia del Guangdong, i dispositivi sorvolano le vetture in coda trasmettendo messaggi registrati che spiegano come utilizzare lo smartphone per scansionare il codice Qr che portano in giro appeso a sé e inviare informazioni sanitarie a un sito Web gestito dal governo: «Si prega di abbassare il finestrino, estrarre il telefono cellulare e scansionare il codice per registrarsi» scandiscono i dispositivi.

La psicosi per il virus e la smania di controllo del regime è testimoniata anche dalla diffusione di droni usati per disinfettare le aree che sorvolano e perfino per urlare, tramite degli altoparlanti, di indossare la mascherina protettiva alle persone.

Un contesto difficile da immaginare, che può essere ritenuto inquietante per i livelli parossistici di ingerenza nella vita degli individui, ma che allo stesso tempo si rende necessario in un Paese che conta, solo sul proprio territorio, circa 72.200 contagi e più di 2.000 decessi.

Nella giornata di martedì, però, i numeri sull’infezione hanno cambiato tendenza. Le guarigioni (1.824) hanno infatti superato i nuovi contagi (1.749).

Ieri un responsabile regionale dell’organizzazione mondiale della Sanità, Richard Brennan, ha sottolineato «gli enormi progressi fatti in poco tempo» nel contrasto al coronavirus dalla sua comparsa a dicembre, ma ha avvertito che è «ancora troppo presto» per abbassare la guardia. Ipotesi che Pechino non sembra prendere nemmeno lontanamente in considerazione.

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