- L’inchiesta su Finmeccanica e il caso dei militari avevano azzerato i rapporti. Ci sono voluti 10 anni, ora Roma può affacciarsi sul Pacifico e cercare alternative a Pechino.
- Nuova Delhi cresce e investe il 3% del Pil. In prima fila nel campo dell’energia l’italiana Mareterra di Filippo Ghirelli.
Lo speciale contiene due articoli.
Nel 2012 i vertici di Finmeccanica vengono indagati con l’accusa di illeciti nella vendita di 12 elicotteri al governo indiano. Si tratta di un vero e proprio salto di qualità rispetto ai 30 mesi precedenti caratterizzati da una vera e propria via crucis giudiziaria per il colosso della Difesa italiano. Varie Procure e altrettante inchieste tutte dirette a Piazza Monte Grappa. Nessuna delle inchieste precedenti era però arrivata ad annientare i rapporti con il subcontinente indiano, destinato a diventare nel decennio successivo il terzo compratore di armi a livello globale. A metà febbraio dell’anno successivo, quindi del 2013, l’allora presidente di Finmeccanica, Giuseppe Orsi, veniva arrestato dai carabinieri su richiesta della Procura di Busto Arsizio, dove l’inchiesta era passata per via della legge 231. Ai domiciliari finirono Bruno Spagnolini, l’amministratore delegato di Agusta Westland e i due intermediari svizzeri accusati di aver gestito le presunte tangenti.
Da lì l’azienda è finita letteralmente nella black list. Nessun contratto con Nuova Dheli. Fuori. Kaputt. Anche perché nel frattempo con l’India si era consumato un altro dramma.
A metà febbraio del 2012 i fucilieri di Marina, alias marò, Massimiliano Latorre e Salvatore Girone, imbarcati sulla Enrica Lexie per la protezione della nave dai pirati venivano accusati di aver ucciso due pescatori del Kerala e arrestati sul suolo indiano. Conosciamo tutti le vicissitudini dei due militari e le colpe politiche del governo Monti. Il senatore a vita ha assistito da Palazzo Chigi a tutti e due gli eventi. Impassibile ha permesso il dissolvimento di rapporti industriali costituiti negli anni e l’insulto alle nostre divise. Ma soprattutto non ha alzato un dito permettendo la rottura di fatto delle relazioni diplomatiche con Nuova Dheli. Chissà se quaglia con il fatto che a stappare champagne siano stati ancora una volta i francesi, che nel 2015 hanno celebrato il loro miglior anno nell’export delle armi. Piazzando tra l’altro un bell’appalto di caccia Mirage proprio all’India.
Poco importa che i vertici di Finmeccanica – che nel frattempo ha pure cambiato nome – siano stati assolti con conferma in Cassazione anticipando lo stesso esito dei due marò liberati dalle accuse poiché «la loro condotta è stata ritenuta consona a tale situazione». Il fatto in sintesi è che il combinato disposto è stato così devastante che ci sono voluti dieci anni per rimediare e ricucire i rapporti con una delle locomotive del mondo. Il compito sta toccando in questi giorni a Giorgia Meloni che è volata a Nuova Dheli per incontrare il primo ministro, Narendra Modi. «L’Italia e l’India sono legati da una profonda amicizia, hanno piena convergenza su dossier energetici e alimentari e ci sono tutti i presupposti affinché tra i due Paesi si possa sviluppare un partenariato strategico», ha detto la Meloni, al termine dell’incontro bilaterale, aggiungendo: «Noi vogliamo portare a un livello più alto le nostre relazioni e abbiamo deciso di elevare i rapporti a partenariato strategico. Nel 2022 l’interscambio è arrivato a quasi 15 miliardi di euro ma siamo entrambi convinti che si possa fare di più». E sorvolando sui fatti di dieci anni fa i due politici hanno accolto con favore il costante approfondimento della cooperazione in materia di Difesa, promettendo il rafforzamento degli impegni reciproci in questo campo attraverso «la conclusione di un protocollo d’intesa sulla cooperazione in materia di Difesa». Tradotto, Modi ha invitato le aziende italiane della difesa a partecipare attivamente all’iniziativa «Make in India». Un primo passo, per carità. Vedremo come cresceranno i rapporti e quanto saranno in grado di svilupparsi.
È una buona notizia comunque il riavvicinamento all’India. Per almeno tre motivi. Il primo riguarda la Via della seta cinese. Pechino è impantanata in Afghanistan e l’India è il vero freno alla crescita nel Pacifico. Dal punto di vista economico, innanzitutto, ma anche sul fronte militare.
L’Europa a sua volta ha deciso che le nostre marine militari dovranno cominciare nel decennio a venire a proiettarsi nell’Indopacifico. Abituati come siamo nel piccolo Mediterraneo, il salto sarà gigantesco. Per questo ci vuole un’alleanza stabile e duratura che funga da ponte. Le parole del premier Meloni sembrano andare in questa direzione. «Nei primi mesi del mio mandato ho dato la priorità a temi comuni come l’energia, l’Italia lavora per essere un ponte che colleghi il Mediterraneo orientale, l’Africa e l’Europa», ha detto parlando del piano Mattei, il cui obiettivo è «assicurare prosperità e legami duraturi basati sull’uguaglianza, una collaborazione che dia benefici a tutti senza ambizioni predatori, senza coercizione economica o di altro tipo». Ottime prospettiva che si garantiscono ormai solo con la diplomazia dei militari e non quella delle feluche. Sarebbe dunque il caso di rivedere una volta per tutte l’intero sistema della cooperazione e dello sviluppo. Ogni anno stanziamo circa 4 miliardi e ne spendiamo almeno 3,5 per i Paesi in via di sviluppo. Purtroppo il 70% segue i canali multilaterali e quindi il denaro viene assegnato in base a decisioni prese a Bruxelles o comunque lontane da Roma. Solo il 30% arriva a destinazione con accordi bilaterali e quindi con la bandierina tricolore.
Basterebbe invertire le proporzioni ed erogare molti più fondi a chi si dimostrerà amico del nostro Paese per garantire benefici per chi riceve e per il sistema Italia. Vale soprattutto per l’Africa e per le cooperazioni affidate al ministero della Difesa. Se va costruito un ponte tra Asia e Africa meglio non sia troppo sottile.
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