I social che censurano Trump possono imbavagliare tutti
  • Dopo Facebook, anche Twitter ha eliminato il profilo del tycoon. I dem gioiscono, mentre la pasdaran. Nancy Pelosi getta altra benzina sul fuoco per ottenere la censura totale
  • Dati i tempi stretti per l’applicazione del 25° emendamento, prende piede l’ipotesi di messa in stato di accusa. Favorevoli anche alcuni repubblicani

Lo speciale contiene due articoli

Donald Trump è stato inibito pure su Twitter, che peraltro già da mesi aggiungeva chiose e contestazioni a ogni suo tweet.

Subito dopo l’imbavagliamento, è stato il figlio del presidente, Donald Trump jr, a twittare, tra indignazione e sarcasmo: «Così gli ayatollah e numerosi altri regimi dittatoriali possono avere account senza problemi, nonostante minaccino di genocidio interi paesi o uccidano gli omosessuali. Ma il presidente degli Stati Uniti deve essere permanentemente sospeso. Mao sarebbe fiero».

A peggiorare le cose, c’è il sospetto che l’altra notte Twitter abbia deciso l’equivalente di una spedizione punitiva: cancellati gli account del generale Michael Flynn e dell’avvocata Sidney Powell. In un fazzoletto di ore, sono anche spariti a valanga una serie di altri account conservatori, trumpiani, repubblicani: o perché bannati a loro volta o perché si sono tolti da quel canale social. E tantissimi, anche qui in Italia, hanno potuto constatare un innaturale «sfoltimento» dei propri follower.

Nella notte tra venerdì e sabato (chi era sveglio ha potuto constatarlo in diretta) c’è stata anche una migrazione di massa di molti utenti verso un social rimasto libero, Parler, al punto che per un certo tempo chi aveva già un account lì ha avuto difficoltà a scrivere perché il sistema risultava sovraccarico.

Poche ore dopo, è giunta la nuova sorpresa negativa: la scoperta che Parler non è più disponibile su Google e Apple Store. Insomma, una gabbia è scattata all’improvviso, a monte (rispetto alla scaricabilità di certi social) e a valle (rispetto alla agibilità per chi ne era già parte), con una simultaneità e una «perfezione» che fanno riflettere, e che non danno l’impressione di essere casuali e improvvise.

Ci sono almeno due problemi da valutare. Il primo è giuridico: se Twitter decide di censurare il messaggio di un utente o addirittura di inibirlo permanentemente, per ciò stesso diventa un editore a tutti gli effetti, uscendo dalla dimensione di mero provider neutrale storicamente rivendicata da queste piattaforme. Ma se è un editore, allora non si vede perché debba essere sottratto agli altri obblighi a cui ogni altro editore è sottoposto.

Non è certo il caso di invocare a cuor leggero interventi di autorità pubbliche (che sarebbero a loro volta a rischio di autoritarismo e di arbitrarietà politica, in base al governo del momento). Forse è il caso di cercare una risposta di mercato, aprendo alla libera competizione e impedendo pericolosissimi monopoli.

Una delle proposte più semplici e forse risolutive (chi scrive la rilancia da anni) viene da Luigi Zingales e Guy Rolnik, e, se attuata, avrebbe anche il vantaggio di favorire la nascita di altri social network. Di che si tratta? Di replicare per i dati, le informazioni e le immagini che inseriamo sui social lo stesso meccanismo di portabilità che qualche anno fa fu deciso per i numeri telefonici, prima ritenuti proprietà delle compagnie telefoniche. In questo modo, sarebbe più facile «spostarsi», alimentare la concorrenza tra social, e anche valorizzare un patrimonio (di scritti, di immagini, in ultima analisi di vita) che ormai fa parte della nostra personalità.

Ma veniamo all’aspetto più drammatico della vicenda, che ha a che fare con una tragica lesione del free speech, e con il massacro di qualunque competizione politica democratica anche futura. Se può essere imbavagliato Trump, con ancora maggiore facilità chiunque (semplice cittadino o attore politico) può essere azzoppato e estromesso dall’agorà pubblica.

E qui scatta un inevitabile ragionamento sul «cui prodest». Sono i democratici a giovarsi di questa deriva. E in particolare spicca fra loro la speaker del Congresso, Nancy Pelosi, che si è da tempo ritagliata un ruolo da pasdaran. Fu lei, a febbraio 2020, a strappare in mondovisione i fogli del discorso di Trump sullo stato dell’Unione. Fu lei, in epoca di limitazioni Covid, a violarle, recandosi dal suo parrucchiere senza mascherina: si sa, le regole sono sempre valide per gli altri. Sarebbe stata lei, con altri, pare, a insistere per un eventuale intervento della Guardia Nazionale contro i manifestanti la sera dell’Epifania, cosa che avrebbe potuto determinare esiti ancora più sanguinosi. E ora è lei a spingere o per l’applicazione del 25mo emendamento, che esautorerebbe Trump, o per un impeachment istantaneo. Altra benzina sul fuoco, un modo di lacerare un tessuto già strappato: altro che riconciliazione, altro che mano tesa ai 75 milioni di elettori di Trump.

Per chiudere, vanno ricordate le parole assai significative pronunciate da Trump nel comizio della Befana. Contro le tv (definite «fake news media»: «sono il più grande problema che abbiamo», disse); sui social («ti oscurano e ti mettono in blacklist»); su un «comprehensive assault», un attacco complessivo in corso contro la libertà, disse Trump. Difficile negare che avesse ragione.

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