Quelli «buoni» processano gli ex
 ministri e danno soldi agli scafisti
  • Mentre la trattativa tra Luigi Di Maio e Khalifa Haftar non va in porto, quella sul memorandum con Tripoli prevede fondi per i trafficanti che cambiano lavoro. E corsi di formazione sui diritti umani per i gestori dei «centri lager».
  • Lorenzo Guerini annuncia una nuova missione nel Sahara per aiutare Parigi priva del sostegno Usa. In cambio meno flussi di immigrati.

Lo speciale contiene due articoli

La seconda parte della missione di Luigi Di Maio in Libia non è andata benissimo. Il ministro italiano si è recato a Bengasi per incontrare Khalifa Haftar. Al generale leader della Cirenaica ha chiesto di sospendere l’attività militare e di riaprire i pozzi. Non sappiamo quale sia stata la risposta diretta dell’uomo forte di Bengasi, ma quella indiretta è stata esplicita. Haftar ha fatto bombardare l’aeroporto di Mitiga, l’ultimo rimasto in funzione a Tripoli. Risultato voli sospesi e stop delle attività aeree dell’Onu in Tripolitania. Un messaggio forte che cozza con le dichiarazioni dell’ex leader grillino. Al contrario del messaggio inviato in queste ore dai francesi. Prima di Di Maio, Haftar ha infatti ricevuto al suo quartier generale Christope Farno, il delegato per il Medioriente e il Nord Africa di Emmanuel Macron. Parigi non è per la linea del disarmo e ciò è pane per le orecchie di Haftar il quale mal digerisce l’accordo da poco rinnovato tra l’Italia e il governo guidato da Fajez Al Serraj. Durante l’incontro di mercoledì Di Maio ha discusso di cessate il fuoco ma soprattutto di flussi migratori. Nello specifico, avrebbe presentato le modifiche che l’Italia vorrebbe apporre alla seconda versione dell’accordo siglato dall’allora capo dell’Interno, Marco Minniti. Due settimane fa i governi hanno prorogato le condizioni del bilaterale datato 2017, lasciando aperti alcuni dettagli che possono essere rivisti. Il testo anticipato da Avvenire non è ancora definitivo, ma fa emergere che le differenze sono di mera facciata. Il governo giallorosso cerca di inserire nuovi dettagli per prevenire accuse di mancata tutela dei diritti umani. In realtà, si tratta di pezzuole bagnate che si prefiggono di curare una polmonite. Il contratto delega, infatti, ai libici gran parte delle attività di prevenzione contro il traffico di migranti e soprattutto lascia intendere che per coloro che smetteranno di trafficare esseri umani ci sarà la possibilità di riconvertire lo stipendio in attività legali. Il comma «d» dell’articolo 2 recita che le parti si impegnano «ad avviare programmi di sviluppo, attraverso iniziative capaci di creare opportunità lavorative sostitutrici di reddito nelle regioni libiche colpite dai fenomeni dell’immigrazione irregolare, traffico di esseri umani e contrabbando». L’accordo prevede anche più soldi per i centri di accoglienza e la formazione di personale che sia adeguatamente sensibilizzato al tema dei diritti umani. Senza dimenticare che proseguiranno i rapporti preferenziali con la Guardia costiera libica, che a sua volta dovrà essere più proattiva nel contrasto delle attività criminali. La parte libica, stando al dettaglio dell’accordo, si dovrebbe impegnare «al rilascio di donne, bambini e altri individui vulnerabili dai centri di accoglienza. In modo che non siano vittime esposte alle ostilità belliche». Il paradosso è che il nostro governo non si preoccupa di specificare dove tali individui debbano essere rilasciati. Per strada? Abbandonati nel deserto? Le domande potrebbero proseguire quasi all’infinito perché il documento dimostra tutta l’ipocrisia dei buoni, della sinistra e di tutti coloro che l’altro giorno hanno votato per far processare Matteo Salvini sul caso Gregoretti. Il testo bilaterale replica quasi fedelmente il modello Minniti: pagare i trafficanti perché smettano di vendere carne umana o perché la vendano altrove. Nulla di che stupirsi, lo faceva Silvio Berlusconi ai tempi di Muhammar Gheddafi. Però non andava in piazza con le sardine per denunciare il capo leghista «reo» di aver interrotto lo schema criminale del traffico di esseri umani. Dall’accordo portato avanti da Di Maio si deduce che basta prendere dei libretti, tradurli in arabo e insegnare a bande di milizie che si devono rispettare le donne e i bambini. E loro come per miracolo si comporteranno bene. È una falsità così ipocrita che se non si trattasse di dramma dovrebbe farci tutti ridere. Invece, per mesi l’opposizione ha fatto campagne contro la Lega perché gli immigrati non potevano essere rimandati in Libia, dove – stando alla definizione della convenzione marittima internazionale – non esistevano porti sicuri. La Libia era in guerra e Salvini sarebbe stato un criminale a rimandere indietro le persone. Da oggi apprendiamo che se lo farà la Guardia costiera libica invece contribuirà a portare civiltà e tutela dei diritti sulla terra ferma. Dove nel frattempo si continua a usare bombe e sparare con i droni. L’accordo bilaterale omette anche un secondo dettaglio, non da poco. Nel dare l’incarico alla Guardia costiera locale, il tetso spiega che si tratta di contrasto ai trafficanti, ma non si sofferma su dove – una volta sequestrati i barconi – le persone contrabbandate andranno a finire. In quali porti saranno sbarcate? Che fine faranno? È questo il motivo per cui i decreti Sicurezza voluti sa Salvini non saranno toccati dal ministro Luciana Lamorgese. Perché il ruolo delle Ong sarà sostituito dai libici. Il blocco avverrà a monte. E non potrà essere consentito che qualcuno bypassi l’accordo Minniti. La differenza fondamentale è che il blocco effettuato a valle (il modello del governo gialloblù) non prevedeva patti con i delinquenti, ma solo l’uso della forza internazionale per fermare i traffici illegali. Adesso ci si gira dall’altra parte e si finge che milizie armate fino ai denti accetteranno di buon cuore di mettere la divisa degli scout e magari aderire al Green new deal per inquinare di meno. Non ci vogliamo stupire che ci siano accordi economici per gestire i flussi migratori, ma la ramanzina morale meglio di no.

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