• Mercati in subbuglio dopo le minacce russe sulle forniture. Gazprom taglia l’export del 15% verso l’Italia e del 60% verso la Germania. A cui però lo zar lascia aperto Nord Stream 2, ipotesi che irriterebbe gli Usa.
  • L’allarme siccità fa scattare le prime ordinanze: 125 Comuni in Piemonte e Lombardia rischiano di chiudere i rubinetti di notte. Attilio Fontana: «Chiederemo lo stato d’emergenza».

Lo speciale contiene due articoli

Dopo mesi di tensione, da ieri la situazione degli approvvigionamenti di gas in Europa si è fatta decisamente critica e ai limiti del razionamento. Germania e Italia in particolare sono i Paesi più esposti al rischio di restare senza gas, essendo dipendenti dal gas russo per una parte assai rilevante dei propri consumi. I mercati del gas sono in subbuglio e c’è grande preoccupazione tra gli operatori per la stagione di riempimento degli stoccaggi.

Il prezzo del future sul gas al Ttf per il mese di luglio è salito di oltre il 75% in tre giorni e ieri ha toccato i 149 euro/Megawattora per chiudere poi a 118 euro/Megawattora, un prezzo che non si vedeva dai primi giorni dell’invasione russa in Ucraina.

A scatenare il panico sono state le notizie in arrivo da Mosca. In pochi giorni, Gazprom ha ridotto le esportazioni del 60% verso la Germania e del 15% verso l’Italia. Ieri però l’amministratore delegato di Gazprom, Alexei Miller, in un crescendo di dichiarazioni, ha portato al massimo la soglia di allarme. Prima ha annunciato che il guasto al compressore del gasdotto Nord Stream 1 è più grave del previsto e che, semplicemente, non ha soluzione fino a che permangono le sanzioni. Poi ha dichiarato che le forniture di gas via Nord Stream 1 potrebbero anche essere interrotte del tutto. Poi, a significare che le alternative per il gas russo non mancano, ha affermato che le forniture verso la Cina sono aumentate del 67% nei primi cinque mesi di quest’anno. Infine, a rincarare la dose, Miller ha affermato che avremo uno choc di prezzo e che tutto questo è dovuto ai regolatori europei e al terzo pacchetto energia.

Sempre ieri, da Vienna è giunta notizia che anche i volumi diretti in Austria hanno subito un calo, mentre Eni ha reso noto che riceverà solo il 65% dei volumi richiesti a Gazprom, che ha citato «problemi tecnici» non precisati (un dato, quello di ieri, che in termini assoluti è comunque migliore di quello di mercoledì, visto che il Cane a sei zampe ha portato a casa 32 milioni scarsi di metri cubi, contro i 28 del 15 giugno). Al punto di ingresso in Ucraina di Sudzha, l’unico rimasto in funzione nel Paese in guerra, si sono registrati 42,5 milioni di metri cubi di gas dalla Russia.

Ieri si è anche avuta notizia di un incendio al campo di coltivazione gas di Urengoi, che fornisce i gasdotti diretti in Europa. Gazprom ha assicurato che l’incendio è già stato domato e che non ci sono conseguenze sulla produzione di gas. Tutto ciò dopo che due giorni fa la Freeport Lng, società americana che esporta Lng in Europa, ha reso noto che il guasto provocato dall’incendio dei giorni scorsi impedisce una ripresa delle attività fino al prossimo dicembre, privando così l’Europa di una alternativa quanto mai necessaria.

«La situazione è sotto controllo, stiamo monitorando da ieri giorno e notte i flussi, il danno è limitato», ha affermato il ministro per la Transizione ecologica, Roberto Cingolani, intervenendo ieri al Forum Pa. «Abbiamo tutte le contromisure pronte», ha proseguito il ministro, «però la prima cosa da capire è se questa situazione si stabilizza. Quindi vediamo cosa succede nei prossimi tre giorni, nel weekend e poi a inizio settimana prossima decideremo».

L’impressione è che la Russia stia giocando con l’Europa come il gatto (siberiano) con il topo. Il ritmo sostenuto con cui gli stoccaggi europei si andavano riempiendo deve aver convinto Mosca che fosse necessario rallentare i flussi in entrata in Europa, così da avere qualche leva in più a inizio inverno. Se arriva meno gas, il riempimento degli stoccaggi deve rallentare e questo mette una seria ipoteca sul prossimo periodo freddo. La Russia vuole garantirsi di avere ancora influenza sulle scelte europee nei mesi futuri.

Dopo aver accusato l’Europa di aver causato l’incombente blocco del Nord Stream 1, Miller ha aggiunto che dall’altra parte «il gasdotto Nord Stream 2 è pronto a partire immediatamente». Una precisazione assai maliziosa, perché trascina di peso il cancelliere tedesco, Olaf Scholz, di fronte alla scelta da cui dipende il futuro del suo Paese e in definitiva dell’intera Europa politica. Davanti alla minaccia esplicita di chiudere completamente il Nord Stream 1, le alternative per il governo tedesco sono due: sbloccare il Nord Stream 2 e lasciar arrivare il gas russo, salvando imprese e famiglie tedesche da un colossale disastro economico ma provocando le ire degli Stati Uniti. Oppure, restare soggetto al diktat americano non aprendo il Nord Stream 2, ma causando due milioni di disoccupati in Germania e una catastrofe economica e sociale che si allargherebbe a tutta l’Europa. Un trade off poco appetibile su cui la Russia insiste, ben sapendo che lì si trova il punto debole dell’Europa: il rapporto tra la Germania e gli Usa.

Un dilemma cruciale, che segna una sconfitta drammatica e clamorosa dell’intero progetto europeo, stretto nell’angolo e messo di fronte alla propria ipocrisia. La tecnocrazia di Bruxelles ha avallato il predominio politico del blocco finanziario-industriale tedesco, permettendogli di concludere affari privati senza alcun riguardo all’equilibrio geopolitico e senza rispetto per i partner europei. Per l’avidità (come ha riconosciuto persino il commissario europeo Margrethe Vestager) di quelle classi dirigenti che hanno agito sotto il manto di rispettabilità fornito da una figura come Angela Merkel, ora siamo chiamati, tutti noi, a pagare il prezzo delle scelte di chi ha imposto un modello di sviluppo perverso e senza sbocchi.

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