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Lo speciale contiene tre articoli
Ci risiamo. In occasione dell’Eurogruppo del 16 marzo avevamo ripreso per primi le indiscrezioni del Financial Times che riferiva di «alti funzionari del ministero dell’Economia» italiano al lavoro per rendere accettabile il Mes sia da parte dei Paesi beneficiari dei prestiti sia dai mercati. Ieri abbiamo nuovamente appreso che l’azione di tecnici privi di responsabilità politica, in preparazione dell’Eurogruppo di martedì 7, non è del tutto in linea con i desiderata del governo, almeno apparenti, e del Parlamento.
Da qualche giorno si è definitivamente chiarita la posizione politica del nostro esecutivo, con Giuseppe Conte che ieri, nella risposta alla lettera della presidente Ursula von der Leyen, ha ribadito che «alcune anticipazioni dei lavori tecnici che ho potuto visionare non sembrano affatto all’altezza del compito che la storia ci ha assegnato. Si continua a insistere nel ricorso a strumenti come il Mes che appaiono totalmente inadeguati rispetto agli scopi da perseguire».
In precedenza, il ministro Roberto Gualtieri aveva ribadito che era «illusorio pensare che il governo avrebbe ceduto e accettato alcuna condizionalità». Anche Luigi Di Maio era da tempo sulla stessa lunghezza d’onda, e perfino Massimo D’Alema ieri si è unito al coro di cui faceva parte da tempo anche Stefano Fassina.
Il tutto in stridente contrasto con quanto trapela da Bruxelles e dalle capitali europee. Il sempre ben introdotto Financial Times ieri mattina ha riferito che ci sono diverse proposte sul tavolo per sfruttare la capacità di prestito del Mes e della Bei, e che l’emissione di coronabond, tuttora avanzata dai Paesi del Sud, non è tra gli strumenti attivabili nel breve termine. Il presidente della Banca centrale finlandese ed ex Commissario Ue, Olli Rehn, ha confermato che «si andrà verso una soluzione di compromesso, che includerà prestiti e bilancio Ue».
Se tutto questo è vero, allora c’è un problema nella linea di comando che da Conte e Gualtieri scende fino ai funzionari del Tesoro che in queste ore stanno trattando per conto dell’Italia. E che ci fosse qualcosa che non quadrava lo si poteva già intuire dallo scontro verbale avvenuto qualche giorno fa al tavolo della cabina di regia per la crisi, tra il senatore Alberto Bagnai e Gualtieri stesso, quando il senatore aveva attaccato i «funzionari del Tesoro che vanno in Europa a svendere il popolo italiano» e il ministro aveva perso la pazienza: «Attacca me, attacca il governo, ma lascia stare i funzionari dello Stato». La veemente risposta aveva rivelato più di un nervo scoperto.
Ma la conferma di un inspiegabile scarto tra la linea politica asserita ai massimi livelli e la condotta concretamente messa in atto dai nostri funzionari è arrivata ieri con il quotidiano La Stampa, che riferiva come l’Eurogroup working group (organo che prepara le riunioni dell’Eurogruppo a cui partecipano alti funzionari dei ministeri economici) avesse redatto un documento per l’utilizzo dei prestiti del Mes in cui però non c’era traccia della sospensione della condizionalità e, tantomeno, dell’eliminazione della firma del protocollo d’intesa. Un Mes in purezza, insomma: e l’indice era puntato verso il direttore generale del Mef, Alessandro Rivera, incidentalmente anche membro del Board of directors del Mes stesso. Come se non bastasse, lungo l’intero pomeriggio di ieri fonti di agenzia riportavano che il «lavoro tecnico all’Euro working group sulla linea di credito a condizioni rafforzate (Eccl) del Mes ha fatto passi avanti sostanziali. Nessuno Stato membro si è opposto».
La reazione della politica non si è fatta attendere. Il deputato leghista Claudio Borghi ha scritto una durissima lettera all’indirizzo del presidente della Camera Roberto Fico, in cui rappresenta la «sincera preoccupazione per la grave condotta che il ministro dell’Economia, unitamente ai propri rappresentanti tecnici, sta perseguendo nelle sedi europee dove è in corso una fondamentale discussione circa […] l’eventuale impiego di meccanismi di stabilizzazione finanziaria». Borghi invocava il rispetto dell’articolo 5 legge 234 del 2012, che impone lo svolgimento di procedure di consultazione e informazione delle Camere e richiede che la posizione negoziale dell’Italia in casi come questo debba tenere conto degli atti di indirizzo preventivamente adottati dalle Camere. Borghi concludeva invitando Fico a rappresentare a Conte tale esigenza di partecipazione parlamentare al «delicato processo e conformarsi al vincolo fiduciario con le Camere».
Si apre un enorme problema di metodo democratico, con Matteo Salvini che parla in serata di «crimine» con riferimento all’utilizzo del Mes. Un quadro in cui un organo tecnico del Mef, politicamente non responsabile, sta agendo in palese difformità rispetto alle indicazioni del governo, organo politico di riferimento. Inoltre, se possibile cosa ancora più grave, ciò avviene in totale spregio delle prerogative del Parlamento. Previste da una legge concepita alcuni anni fa proprio all’indomani della crisi del 2012, con la finalità di non far trovare l’organo legislativo di fronte al fatto compiuto delle decisioni dell’esecutivo in materia finanziaria.
La rigidità del Mes è nota, ed esplicitamente prevista nel Trattato sul funzionamento della Ue, prima ancora che nello specifico Trattato istitutivo. Quello che non è noto è come sia possibile trascinare da settimane una trattativa sotterranea in cui il governo, a parole, dichiara una linea, e i fatti invece ne raccontano un’altra.
A questo punto delle due, l’una: o c’è un funzionario infedele o c’è un governo che mente e sta prendendo delle decisioni senza avere la fiducia del Parlamento.
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