• Dopo la crisi finanziaria del 2008, la Cina avrebbe potuto correggere il suo modello orientato all’export, sostenendo reddito e consumi. Invece ha puntato sugli investimenti immobiliari, finiti presto fuori controllo.
  • La produzione manifatturiera di Pechino resta sovradimensionata rispetto alla domanda interna. Se gli Usa cedono su Taiwan perdono le chiavi del Pacifico.
  • L’alta tecnologia è un volano di sviluppo, ma ha anche valenza strategica. Per questo il governo ha deciso di scommetterci. Accettando qualche «effetto collaterale».

Lo speciale contiene due articoli

L’arrivo di Donald Trump alla Casa Bianca sta seriamente preoccupando Pechino. Il presidente americano, con la sua concezione dei dazi come strumento di disciplina, rappresenta un rischio enorme per l’economia cinese, che grazie alla globalizzazione è divenuta un colosso industriale e commerciale.

Fu Deng Xiaoping nel 1982, durante il XII Congresso del Pcc, a coniare il termine «socialismo con caratteristiche cinesi», per descrivere un approccio pragmatico che combina il marxismo-leninismo con le specificità della realtà cinese, integrando elementi di economia di mercato in un sistema socialista sotto la guida autoritaria del Partito comunista cinese. I tre pilastri di questo programma politico erano l’adattamento del marxismo in chiave non dogmatica, una economia di mercato socialista (con la coesistenza di settori pubblici e privati nell’economia) e la leadership assoluta del Partito. A questa svolta contribuì non poco l’ex segretario del Pcc Hu Yaobang, artefice della decollettivizzazione delle campagne e della reintroduzione dell’agricoltura a conduzione familiare tra il 1980 e il 1984. Hu fu poi rimosso da Deng, che ne temeva la crescente influenza. Fu proprio la drammatica morte di Hu a scatenare le proteste studentesche e operaie che culminarono nel massacro di Piazza Tienanmen nella notte tra il 3 e il 4 giugno 1989.

Xi Jinping ha ripreso i concetti di Deng nel 2017, riadattandoli ad una «nuova era» e facendoli inserire nella Costituzione. I punti salienti di questo nuovo programma politico sono il ringiovanimento nazionale (trasformare la Cina in una superpotenza globale entro il 2049, centenario della fondazione della Repubblica Popolare Cinese), una modernizzazione senza occidentalizzazione (valorizzando la cultura e le tradizioni cinesi per rafforzare l’identità nazionale), riforme economiche (livellare le disparità economiche interne), il ruolo centrale del Partito comunista cinese, la sicurezza nazionale e l’autosufficienza.

La Cina negli ultimi vent’anni è diventata la fabbrica del mondo e il suo surplus manifatturiero ha raggiunto circa il 2% del Pil mondiale. Ora Pechino continua a spingere sull’aumento della capacità produttiva cinese nel settore manifatturiero avanzato come principale motore della crescita. Xi ha formalizzato le sue ambizioni di rendere il Paese più autosufficiente nel 2015, quando ha presentato l’iniziativa «Made in China 2025». Un programma basato sul presupposto che il mondo si trovava sull’orlo di una nuova rivoluzione tecnologica e che la Cina avrebbe avuto successo solo investendo in una base manifatturiera più avanzata.

La spinta verso la conquista dei mercati esteri deriva da un preciso disegno, dunque, ma anche dai gravi squilibri interni dell’economia, che si originano nel 2008. La crisi finanziaria legata alla bolla dei mutui subprime fece cadere le esportazioni cinesi e Pechino avrebbe potuto rimediare a questo calo incentivando i consumi interni, attraverso politiche di sostegno al reddito delle famiglie per acquistare beni cinesi. Questo avrebbe reso più equilibrato il modello economico cinese, tra investimenti e consumi.

Invece, il governo decise di incanalare i risparmi del Paese verso gli investimenti in infrastrutture e soprattutto nell’edilizia, con la costruzione di milioni di nuove case. Ciò ha contribuito a stimolare una robusta crescita economica contando meno sulle esportazioni, generando effetti positivi nell’attività, nello sviluppo immobiliare, nei prezzi e nel patrimonio netto delle famiglie. Ma questa strategia si basava sull’aspettativa che il valore delle case continuasse a crescere. La Cina è cresciuta, ma ha creato una enorme bolla immobiliare, favorendo l’illusione che il settore immobiliare fosse un investimento senza rischio e facendone la spina dorsale dell’economia cinese

Nel 2020 Xi Jinping, preoccupato della bolla, introdusse un pacchetto di leggi per limitare l’eccessivo indebitamento degli sviluppatori immobiliari. Ma senza l’accesso facile al debito gli sviluppatori non sono più stati in grado di rimborsare i prestiti in corso e di terminare la costruzione delle case già vendute in anticipo. Secondo alcune stime, in Cina vi sono ancora 20 milioni di case già vendute e in attesa di essere completate. Il settore è entrato in una crisi profonda che dura tuttora, dalla quale non riesce ad uscire.

In più, durante la pandemia la Cina è stata l’unica grande economia a non allargare i cordoni della borsa per sostenere i redditi. Xi è infatti ideologicamente contrario a forme di welfare, ritenendo che stimolare i consumi non aggiunga valore e preferendo utilizzare la spesa pubblica per gli investimenti.

Così, la Cina ha visto crescere l’export grazie alla spesa degli altri Paesi, che stimolavano i consumi e sostenevano i redditi, con i quali si compravano e si comprano tuttora merci cinesi. Ciò ha permesso a Pechino di resistere alla crisi del 2020-2021 mentre spostava gli investimenti dal settore immobiliare a quello manifatturiero. Ora il surplus manifatturiero della Cina è pari al 10% del suo Pil, una cifra impressionante.

Di fatto, il governo di Pechino sta facendo pagare agli altri Paesi lo squilibrio interno cinese, generato dallo scoppio della bolla immobiliare e dal mancato sostegno ai consumi interni.

Oggi la Cina è una superpotenza manifatturiera. Può produrre circa 20 milioni di veicoli elettrici e circa 40 milioni di veicoli con motore a combustione interna ogni anno. Poiché il mercato mondiale chiede circa 90 milioni di auto all’anno, la Cina da sola può soddisfare i due terzi della domanda mondiale. Più della metà dell’acciaio mondiale è prodotto in Cina, che produce anche metà delle navi richieste dal mercato. Stesso discorso per l’alluminio e il rame.

L’ondata di investimenti nelle fabbriche porta a enormi quantità di beni cinesi che vengono spinti sui mercati esteri a prezzi stracciati, spiazzando gli altri produttori ed aggravando le tensioni commerciali. Non a caso la Cina è alle prese da tempo con una insidiosa deflazione.

L’indice dei prezzi al consumo cinese di giugno è tornato in territorio positivo per la prima volta da gennaio, salendo allo 0,1% su base annua dal -0,1% di maggio, ma i prodotti alimentari e l’indice dei prezzi alla produzione sono ancora in deflazione.

La deflazione cinese è un effetto della domanda interna insufficiente, derivante dagli eccessi nel settore immobiliare che hanno danneggiato i bilanci delle famiglie, costringendole a risparmiare anziché spendere. Contribuisce a questo quadro anche il calo dei salari, che nel 2024 sono diminuiti in cinque settori privati (in quello tecnologico sono scesi del 5%). Ma anche i datori di lavoro del settore pubblico hanno tagliato i salari.

Dunque, oggi l’economia cinese è più debole rispetto al primo mandato di Trump. Il Paese fa molto affidamento sulle esportazioni per sostenere la crescita del suo settore manifatturiero, ma per continuare a fare questo a Pechino serve urgentemente un accordo con gli Stati Uniti sui dazi.

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