Flop eolico, antipasto della transizione Ue. Un altro big delle pale finisce nella buriana
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Dopo Iberdrola e Siemens anche Orsted, colosso degli impianti in mare, va in rosso: titolo giù del 25%. Svalutazioni e costi record.

Un altro duro colpo inferto dalla realtà ai sogni della transizione energetica mondiale. Sogni che appaiono sempre più simili ad incubi. Tre giorni fa, il colosso danese Orsted (ex Dong Energy), il maggior sviluppatore di impianti eolici in mare al mondo, ha annunciato agli analisti finanziari una svalutazione record di 16 miliardi di corone, pari a circa 2,3 miliardi dollari, di alcune attività negli Stati Uniti. L’annuncio di tale possibile perdita secca nel bilancio di fine anno ha avuto un impatto deflagrante sulle quotazioni della compagnia, che nella giornata di mercoledì hanno perso sulla borsa di Copenaghen il 25%, rimbalzando poi ieri del +3% a 442 corone. Si tratta del prezzo più basso dal 2019, con un calo del 70% rispetto al massimo delle quotazioni, registrato nel 2021.

La perdita record, ha spiegato l’amministratore delegato Mads Nipper in una teleconferenza, è dovuta a tre diversi fattori. Il primo è il ritardo accumulato dai fornitori delle infrastrutture in tre progetti giganteschi, Ocean Wind 1, Sunrise Wind e Revolution Wind. Tali ritardi nella fornitura delle pale eoliche e di altre componenti degli impianti potranno comportare svalutazioni per un valore fino a 5 miliardi di corone, pari a circa 720 milioni di dollari Usa.

Il secondo fattore è relativo ai crediti di imposta negli Usa, di cui la società danese potrà beneficiare in misura decisamente inferiore rispetto a quanto preventivato, a seguito dell’Inflation reduction act statunitense. Le discussioni della società con «stakeholder federali senior» sull’ottenimento di tali crediti d’imposta «non sono andate a buon fine», secondo una nota di Orsted, cosa che comporta ulteriore svalutazione per altri 6 miliardi di corone (850 milioni di dollari).

Infine, l’aumento dei tassi di interesse a lungo termine negli Stati Uniti ha fatto lievitare i costi finanziari degli investimenti nei progetti eolici offshore nel portafoglio della società, oltre che di alcuni progetti eolici su terra, causando così svalutazioni per circa 5 miliardi di corone, pari ad altri 720 milioni di dollari.

Già lo scorso gennaio Orsted aveva dovuto tagliare la valutazione dei suoi impianti eolici offshore negli Usa di 365 milioni d dollari. Ora, di fatto, il portafoglio di attività della compagnia in America è svalutato del 50%.

La società danese si aggiunge alla lista dei soggetti che negli ultimi mesi stanno soffrendo significative perdite nel settore dell’energia eolica, quella offshore in particolare. Solo il mese scorso, il grande produttore spagnolo Iberdrola, che ha un ampio portafoglio di attività internazionali, ha accettato di pagare 48 milioni di dollari per annullare un accordo a lungo termine per la vendita di energia da un parco eolico pianificato al largo delle coste del Massachusetts, negli Stati Uniti. Il contratto era diventato troppo oneroso.

La cronaca ha già registrato nei mesi scorsi i grossi problemi di Siemens Gamesa, in difficoltà sulla affidabilità degli impianti installati, e di Vattenfall, che ha rinunciato a proseguire alcuni investimenti nell’offshore britannico a causa dell’impennata dei costi e dei ritardi nelle forniture dei materiali. Si tratta di perdite per miliardi di dollari.

Al di là dell’aumento dei tassi di interesse, che abbassa il rendimento degli investimenti, ci sono anche fattori tecnologici che stanno influenzando negativamente il settore. Paradossalmente, o forse non tanto, la ricerca di una maggiore efficienza e producibilità dei parchi eolici sta facendo lievitare i costi di costruzione e installazione delle pale eoliche. Per dare un’idea di ciò di cui parliamo bisogna considerare che, nello spazio limitato concesso dai governi per i parchi eolici offshore, è conveniente per gli operatori avere più megawatt (MW) di potenza installata possibili. Ragion per cui vengono piazzate pale eoliche che singolarmente possono arrivare a 16 o 18 MW di potenza, il triplo della potenza massima disponibile solo otto anni fa. Ma questa maggiore potenza di una singola torre munita di pale comporta pale più grandi e torri più alte e più pesanti. Una pala eolica da 16 MW è lunga 126 metri, più di un campo da calcio. Una pala così lunga ha bisogno di una torre alta 146 metri. Il vertice della pala si trova così a 272 metri da terra. Solo la navicella di un impianto siffatto può pesare 1.000 tonnellate.

Questo gigantismo dei produttori di pale, scatenato dalla sete di rendimenti degli sviluppatori, sta mettendo in crisi gli installatori, che devono continuamente dotarsi di nuovi macchinari e nuove navi, più grandi, per riuscire a trasportare ed installare queste ciclopiche opere. La conseguenza è che anche i costi di installazione salgono, perché chi installa va incontro a costi maggiori per dotarsi di nuove attrezzature. Alcuni operatori sono giunti alla richiesta di stabilire uno standard mondiale di potenza massima delle pale eoliche, per evitare una escalation di costi.

In definitiva, si stanno cementando le basi di una inflazione strutturale sui costi dell’energia, mentre le aporie della transizione energetica emergono ad ogni passo.

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