L’utero in affitto reato universale è una questione di semplice civiltà
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Imbastire un mercato sulla pelle di donne e bambini è qualcosa di osceno. Il Parlamento dovrebbe essere unanime nel dire no.

Il voto con cui la Camera dei deputati ha approvato il disegno di legge, prima firmataria Carolina Varchi (Fratelli d’Italia), che rende il reato di «utero in affitto», già previsto nella legge 40/04, articolo 12, perseguibile anche quando praticato all’estero ha un duplice significato. Da una parte si riconosce l’assurdità di una pratica – che Massimo Cacciari non ha esitato definire «l’inferno sulla terra» e «vomitevole» il correlato business miliardario – che di fatto sfrutta la donna, usandola come una vera e propria «incubatrice naturale», per soddisfare la volontà della coppia committente di avere un bimbo in braccio. L’ampio dibattito che in questi mesi ha accompagnato l’iter del disegno di legge ha smontato ogni dubbio circa la cosiddetta «gestazione solidale»: la maternità surrogata è da sempre un mercato le cui leve di comando sono in mano ad agenzie che lucrano pesantemente sui bisogni economici delle donne e sul desiderio genitoriale delle coppie.

I «rimborsi spese» – va detto con estrema chiarezza – non sono altro che il pretesto dietro cui nascondere parcelle di decine di migliaia di euro o dollari, nella quasi totalità incassati dagli speculatori, mentre alla gestante viene riservata qualche briciola. Una mercificazione che assapora tanto di neocolonialismo del mondo del capitale, ai danni delle persone più povere e bisognose. Basta leggere i «contratti» pubblicati sui vari siti Internet per rendersi conto che la donna in questione è un «oggetto», le cui regole di vita – personale e familiare – vengono dettate da chi ha in mano i cordoni della borsa. Della serie «o così, o niente soldi», compreso l’obbligo di abortire se il «prodotto» (il bimbo!) non è perfetto, pena rescissione del contratto.

Come è stato giustamente rilevato da parecchie voci, anche assolutamente laiche, due sono le vittime dello sfruttamento: la donna, come già detto, ed il bimbo, anch’egli considerato una «merce» che si compra e si vende, privo di qualsiasi diritto. In primis, quello di avere la «sua» mamma, che lo ha nutrito e cresciuto per nove mesi dentro il suo utero.

Un secondo significato sta nell’aspetto culturale e antropologico che riguarda tutta la incivile pratica dell’utero in affitto. Il Parlamento – purtroppo solo a maggioranza, perché ci si aspetterebbe l’unanimità di fronte a simili argomenti – ha riconosciuto la dignità di ogni essere umano, che non può mai essere fatto oggetto di mercato, tariffe, sconti e clausole commerciali. Le donne non si comprano, non si «convincono» a vendersi a fior di dollari, i bambini hanno diritti inalienabili e non possono essere oggetto di compravendita.

In questi ultimi giorni ne abbiamo sentite di tutte nel tentativo – vergognoso – di giustificare questa compravendita, tentativo di giustificare l’ingiustificabile.

C’è chi ha dichiarato che «l’infertilità è una malattia e la gestazione per altri è la sua cura… come un trapianto temporaneo d’organo».

A prescindere dall’inconsistenza scientifica di una simile affermazione, rimane il dato culturale: è legittimo curare una malattia, comprando non un organo (e anche in questo ci sarebbe tanto da discutere!), ma una persona «utile» alla mia «salute»? Il semplice buon senso dice l’assurdità di simili affermazioni.

Non ci resta che augurare che il Senato confermi il ddl: ne va della civiltà del nostro Paese.

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