Lo speciale comprende due articoli.
Si faceva chiamare Diabolik. E come l’eroe dei fumetti preferito, aveva pensato perfino di attrezzare la sua macchina con due mitra. Fuoriserie, donne, champagne. Era l’ultimo padrino, venerato da boss e picciotti: «Noi u siccu lo dobbiamo adorare» diceva un mafioso in un’intercettazione. Dopo trent’anni di latitanza, braccato dalla giustizia, Matteo Messina Denaro riappare invece come un pensionato qualsiasi: gonfio, malvestito, stempiato. L’ombra dello spietato e inafferrabile eroe del male, a cui sconsiderati dedicarono murales sui muri di Palermo. Gli occhi, però, sono gli stessi: dardi sprezzanti e malvagi.
Altro che Diabolik. L’ultimo padrino sembra un villano venuto dal paese. Come Totò Riina e Bernardo Provenzano, i suoi predecessori. All’appello mancava solo lui: Matteo, come ha finito per chiamarlo chi gli ha dato la caccia, prima di scovarlo nel dolente girone dei malati di cancro. Il capomafia di Castelvetrano si nascondeva nel proprio feudo criminale, protetto da astuzie e compiacenze. Il suo arresto chiude finalmente la stagione delle stragi dei corleonesi, che hanno devastato l’Italia.
Matteo u siccu era il figlioccio Totò u curto. Ma anche il vero padre era un uomo d’onore: «Un bel cristiano ‘u zu Ciccio di Castelvetrano… ha fatto tanti anni di capomandamento…» conferma proprio Riina, intercettato in carcere nel 2013. «Era un cristiano perfetto, un orologio». Poi il Capo dei capi, con il compagno di detenzione, passa a parlare del figlio: «Lo ha dato a me per farne quello che ne dovevo fare, è stato qualche 4 o 5 anni con me, impara bene, minchia…». Fino a quando, lamenta in quel colloquio di dieci anni fa, il figlioccio aveva cominciato a fare di testa sua. Gli piaceva fare bisinissi.
Era partito però con le carneficine. Inizia a uccidere fin da ragazzino. Una volta strozza, a mani nude, la moglie incinta di un rivale. È uno degli ideatori dell’omicidio del dodicenne Giuseppe Di Matteo, sciolto nell’acido dopo il pentimento del padre, Santino. Sarà condannato all’ergastolo per decine di omicidi. Persino quello di Nicola Consales, direttore d’albergo di Selinunte dove lavorava Andrea Hasleher, una ragazza austriaca per cui il boss ha perso la testa. Nel 1992 Riina lo spedisce dunque a Roma per organizzare l’uccisione di Giovanni Falcone, prima di richiamarlo in Sicilia. C’erano «cose più grosse quaggiù»: ovvero la strage di Capaci, per cui Messina Denaro è stato condannato tra i mandanti. Nel frattempo, u siccu s’è messo sulle tracce di Maurizio Costanzo, infiltrandosi pure tra il pubblico del teatro Parioli.
Diabolik, in quell’incursione romana, va in giro vestito come un playboy della Costa Azzurra: pantaloni Versace, foulard al collo, Rolex Daytona, Ray Ban a goccia. Nell’estate nel 1993 è però costretto ad annunciare, alla sua fidanzata dell’epoca, la sua latitanza: «È iniziato il mio calvario, e a 31 anni, e con la coscienza pulita, non è giusto né moralmente né umanamente… Spero tanto che Dio mi aiuti…» scrive nella lettera d’addio.
Matteo si dedica soprattutto a fare piccioli. Montagne di soldi. È la mafia sommersa, quella dei imprenditori collusi e politici compiacenti. Come l’ex sindaco di Castelvetrano, Antonino Vaccarino, arruolato dai servizi segreti proprio per stanare il grande latitante. Nella corrispondenza epistolare, durata due anni, lui diventa «Svetonio»: storico romano e biografo egli imperatori. Matteo, nelle missive, è invece «Alessio». Cita Virgilio e l’Eneide, gli duole non avere preso la laurea e si paragona al signor Malaussène, il capro espiatorio dei romanzi di Daniel Pennac. In quelle lettere, continua a orientare gli appalti e attaccare la giustizia. E quando scopre il doppio gioco di Svetonio, lancia il suo anatema: «La sua illustre persona fa già parte del mio testamento… In mia mancanza verrà qualcuno a riscuotere il credito che ho nei suoi confronti».
La mafia bianca al posto di quella stragista. I beni che, nel tempo, gli hanno sequestrato ammontano circa a cinque miliardi di euro. Supermercati, cantine, edilizia, turismo, energie rinnovabili. Un impero gestito, durante la latitanza, alla vecchissima maniera: pizzini che i suoi sodali si scambiano in aperta campagna. Il padrino ordina ed eccepisce. Non scrive solo degli affari, ma pure di questioni familiari. Come la tomba del padre, abbandonata dai familiari. O la figlia Lorenza, tacciata di non averlo mai onorato, nata da una relazione con Francesca Alagna, sorella di un commercialista. Anche se la storia più importante sarà quella con Maria Mesi, condannata per favoreggiamento. Le scrive lettere appassionate: «Amore mio non vedo l’ora di rivederti».
Trent’anni di latitanza. Anche i viaggi all’estero di Diabolik sembrano fughe cinematografiche: Spagna, Albania e chissà dove altro ancora. Ma tutte le indagini, alla fine, riportano sempre in Sicilia, nel suo regno. Fino all’arresto a Palermo. Malato, imbolsito, braccato. «Un uomo non può cambiare il proprio destino, l’importante è viverlo con dignità, io sono a posto con la coscienza e sono sereno» scriveva a Svetonio. Ieri i carabinieri gli hanno chiesto: «Come ti chiami?». Lui, con la fierezza dell’ultimo padrino, ha scandito: «Sono Matteo Messina Denaro».
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