«Famiglia da riunire». I bimbi del bosco rischiano gravi danni alla salute mentale
Nathan Trevallion e Catherine Birmingham (Ansa)
Perizia choc dei consulenti dei Trevallion: il caos giudiziario e le regole degli incontri con la mamma lasciano strascichi.

Restare lontani dalla madre e al di fuori del nucleo famigliare «mantiene attiva la risposta traumatica nei minori e configura un fattore di rischio clinicamente rilevante per l’insorgenza di ulteriori e documentabili danni alla salute mentale dei bimbi».

I tempi della giustizia (la pronuncia della Corte di appello dell’Aquila è prevista il 21 aprile) e le modalità imposte per gli incontri con i genitori fanno soffrire i piccoli Trevallion, lo ribadiscono in un nuovo parere tecnico depositato ieri al Tribunale per i minorenni dell’Aquila lo psichiatra Tonino Cantelmi, associato di psicopatologia all’Università Gregoriana di Roma, componente del comitato nazionale di bioetica, e la psicologa-psicoterapeuta Martina Aiello.

Soprattutto, i consulenti tecnici di parte chiedono che le visite di Catherine avvengano «in un luogo idoneo e neutro […] in quanto risponde a una precisa esigenza di tutela del benessere emotivo del minore». La mamma aveva potuto vedere i suoi tre figli solo l’1 aprile, dopo l’allontanamento dalla casa famiglia di Vasto imposto lo scorso 6 marzo dal Tribunale per i minorenni dell’Aquila. Durante quei 25 giorni le erano state concesse unicamente videochiamate «durante le quali sono emersi segnali chiari e documentati di sofferenza psicologica significativa nei minori», rilevano Cantelmi e Aiello. Mercoledì 1 aprile, il sospirato incontro con i piccoli è stato ancora una volta oggetto di critiche. Catherine Birmingham si sarebbe fermata circa cinque ore, anziché l’ora e mezza stabilita, mantenendo un atteggiamento ostile. Addirittura, si dice che avrebbe invitato altri ospiti della struttura a «reagire».

Mentre attendiamo di conoscere che cosa scriveranno questa volta i servizi sociali nella loro relazione, già si sono viste le conseguenze di quell’incontro valutato non positivamente. Ieri, infatti, la mamma non ha potuto abbracciare i suoi bambini malgrado fosse stato fissato un altro colloquio in struttura. Sarebbe stato sospeso per evitare ulteriori atteggiamenti della donna ritenuti «ostili». Invece, è la struttura a essere non un ambiente neutro ma ostile.

Dell’equilibrio psico fisico di questa mamma non sembra importare alle assistenti sociali e ancor meno al tribunale, che le ha sottratto i figli lo scorso 20 novembre. Un mese fa l’hanno allontanata con brutalità dalla casa famiglia, non le hanno permesso di trascorrere la Pasqua con i piccoli (solo papà Nathan ha potuto pranzare assieme ai figli, Catherine è rimasta da sola nel casolare di Palmoli); l’hanno «scannerizzata» durante il suo primo reincontro con i bimbi per spiare ogni traccia di emozione scambiata per insofferenza e ostilità.

Ancora una volta, è così scattata la punizione di questa madre privata della possibilità di incontrare le sue creature. A sbagliare, invece, sono stati i servizi sociali. «È stato disposto un incontro in presenza madre-figli in assenza di una adeguata preparazione psicologica delle parti coinvolte e senza la predisposizione di una cornice tecnica di contenimento», fanno presente i consulenti di parte, nella loro valutazione di quanto accaduto il primo aprile.

La scelta, scrivono, «appare metodologicamente errata alla luce delle consolidate conoscenze in ambito di psicotraumatologia infantile e di teoria dell’attaccamento, secondo cui il riavvicinamento alla figura di attaccamento dopo una separazione forzata costituisce un momento di particolare vulnerabilità emotiva per i minori, soprattutto quando il trauma è recente, non elaborato e inserito in una sequenza di eventi caratterizzati da imprevedibilità, discontinuità relazionale e perdita di riferimenti affettivi stabili».

I piccoli Trevallion, traumatizzati dal distacco dalla famiglia, sono stati separati pure dalla madre e l’hanno vista per settimane solo attraverso videochiamate. Bastava osservare i bambini, durante quei video in diretta, per capire quanto stanno male. «Espressioni facciali marcatamente spente, sguardi fissi o poco reattivi, riduzione dell’espressività emotiva e un generale impoverimento dell’iniziativa relazionale, elementi clinicamente compatibili con stati di ipoattivazione, freezing e ritiro emotivo», spiegano Cantelmi e Aiello. Precisano: «Tali manifestazioni non possono essere interpretate come segni di adattamento o di stabilizzazione, ma rappresentano indicatori di una sofferenza intensa che, in condizioni di trauma relazionale, tende a esprimersi attraverso la riduzione delle risposte emotive visibili piuttosto che mediante l’agitazione».

Se fosse stata osservata la loro sofferenza, «evoluzione coerente di una risposta traumatica già in atto, riattivata e mantenuta dall’assenza della figura materna», non si sarebbe improvvisato un incontro «senza alcun lavoro preliminare di preparazione dei minori, finalizzato a rendere l’evento prevedibile, comprensibile e psicologicamente tollerabile, e senza alcun supporto tecnico alla madre», fanno notare i consulenti.

In una simile modalità, l’incontro con la mamma non poteva risultare «un’esperienza riparativa, ma un ulteriore fattore psicolesivo», perché si possono riattivare «vissuti intensi di perdita, abbandono, paura, speranza, aspettative ed impotenza, aggravati dalla successiva e inevitabile separazione».

Mamma Trevallion non è accusata di abusi o maltrattamenti, il trauma da allontanamento dei figli è ampiamente documentato, gli incontri da remoto e in presenza non sono facili quindi, concludono i consulenti, è urgente «il tempestivo ripristino del nucleo familiare, quale misura necessaria e prioritaria ai fini della tutela della loro salute psicologica».

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