A fine luglio, Exor ha annunciato un importante investimento nelle energie rinnovabili e nello stoccaggio energetico, un altro passo sulla strada degli investimenti nella green economy da parte di chi ha fatto le proprie fortune producendo automobili e camion. La Verità aveva fatto notare come la transizione ecologica della holding della famiglia Agnelli–Elkann (che ha sede ad Amsterdam) fosse stata accompagnata sul campo dallo schieramento dei quotidiani Gedi – Repubblica e Stampa – nella battaglia contro il surriscaldamento globale e i cambiamenti climatici. Chissà se nelle prossime settimane i «guerrieri» Gedi difenderanno il nuovo investimento tracciato da Exor, che già controlla colossi come Cnh industrial e Ferrari e possiede il 14% della francese Stellantis. Ieri la cassaforte ha rinforzato il suo già ricco bouquet di partecipazioni salendo al 15% di Royal Philips, leader mondiale nella tecnologia per il settore della salute. Con un investimento che ai valori attuali è di 2,6 miliardi di euro e attraverso acquisti fatti sul mercato in asse con «un’importante istituzione finanziaria» la holding guidata da John Elkann ha rilevato il 15% del capitale nella multinazionale olandese che nei primi sei mesi dell’esercizio ha registrato ricavi per 8,636 miliardi (8,095 un anno fa) con un margine operativo rettificato di 812 milioni (da 459 milioni) pari a più del 9% delle vendite. Il gruppo – che ha un business focalizzato su diagnostica e ultrasuoni, «connected care» e prodotti consumer per la cura personale – prevede una crescita di circa il 5% dei ricavi (nel 2022 sono stati pari a 17,8 miliardi) con una marginalità lorda vicina alla doppia cifra. Contestualmente Exor, che intende supportare le strategie di sviluppo del gruppo, ha siglato un accordo con la società per essere investitore di minoranza a lungo termine e per proporre un proprio rappresentante nel consiglio di sorveglianza. Non solo. Sebbene Exor non intenda acquistare ulteriori azioni Philips nel breve termine, l’accordo prevede che nel tempo possa – a sua discrezione – aumentare la propria partecipazione fino al limite massimo del 20% del capitale.
Con l’ingresso in Philips Exor porta a circa 4 miliardi il primo investimento nel settore dell’healtcare, dopo le operazioni fatte su Institut Me‘rieux e Lifenet, confermando l’interesse su gruppi in una fase di trasformazione delle proprie attività caratteristiche. In base alle stime sulla generazione di cassa al 2024 fatte dal management nello scorso autunno, Exor mantiene una capacità di investimento, senza ricorso al debito, per oltre 2 miliardi a valle del deal Philips.
Secondo gli analisti di Equita sim, la partecipazione nel gruppo olandese dovrebbe rappresentare l’8% del net asset value di Exor e la posizione finanziaria netta della holding dovrebbe passare da 1,3 miliardi di cassa netta a circa 1,3 miliardi di debito. Secondo Intermonte invece si dovrebbe attestare un debito netto di 1,68 miliardi. L’ad Elkann sottolinea che «il percorso di cambiamento intrapreso da Philips negli ultimi anni ha creato un’azienda che unisce salute e tecnologia, due settori in cui siamo impegnati».
Green e healthcare. Ecologia e tecnologie per salute. Nel frattempo, bisogna capire quale sarà il futuro degli investimenti in Italia per quanto riguarda l’altro business della cassaforte degli Agnelli, ovvero l’automotive in «salsa francese» con Stellantis. Lo scorso 10 luglio il ministro delle Imprese, Adolfo Urso, e l’ad di Stellantis, Carlos Tavares, si sono incontrati per discutere della crisi produttiva e per provare a sottoscrivere un accordo entro agosto per aumentare la produzione in Italia. Con il passaggio all’elettrico però, la prospettiva è che in Italia di auto se ne facciano ancora meno. Le produzioni di modelli da grandi volumi ma con margini minori vanno sempre più nei Paesi a basso costo (Est Europa, Nord Africa). All’inizio di luglio Stellantis – nata dalla fusione tra Fca e Psa – ha presentato le nuove e attese Fiat 600 e Fiat Topolino, due modelli «ideati e disegnati a Torino», ha sottolineato l’azienda, ma che saranno prodotte una a Tychy, in Polonia, e l’altra in Marocco. I sindacati chiedono certezze sui nuovi modelli da produrre in Italia, a partire dal quinto previsto a Melfi, ma anche sulla gigafactory per le batterie a Termoli (finanziata in parte con denaro pubblico). Intanto, a giugno c’è stata l’inaugurazione della prima gigafactory europea nel Nord della Francia in collaborazione con Total e Mercedes. Poi la conferma che se ne realizzerà una nel 2025, sempre con la casa della Stella, in Germania a Kaiserslautern. E pure un terzo mega impianto di batterie elettriche in Nord America dopo quelli in Indiana e in Canada.
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