- Gli annunci di Ursula von der Leyen e Charles Michel e la richiesta di Volodymyr Zelensky lasciano posto al realismo. Josep Borrell: «Servono anni». All’Onu Mosca nega l’evidenza. Intanto Pechino copre lo zar, mentre Recep Tayyip Erdogan gli chiude il Mar Nero.
- Il filo sottile su cui cammina il Papa. Pietro Parolin chiede di evitare la «catastrofe» e Bergoglio spinge per la pace. Senza urtare il patriarca di Mosca, vicino al Cremlino. E freddo con ortodossi ucraini e greco-cattolici.
Lo speciale comprende due articoli.
«L’Ucraina è una di noi e la vogliamo nell’Ue», aveva scandito domenica, con l’enfasi degli annunci storici, Ursula von der Leyen. E ieri, dopo l’anticipazione del presidente del Consiglio europeo, Charles Michel, («Il governo ucraino sta preparando la richiesta ufficiale per l’adesione. La Commissione dovrà prendere una posizione ufficiale»), il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, si è affrettato a dire sì: «Ci appelliamo all’Unione europea per l’adesione immediata dell’Ucraina con una nuova procedura speciale. Siamo grati ai nostri partner per essere stati con noi, ma il nostro sogno è stare con tutti gli europei e, soprattutto, di essere uguali a loro». E ancora: «Gli europei capiscono che i nostri soldati stanno combattendo per il nostro Stato, e quindi per l’intera Europa, per la pace, per tutti i Paesi dell’Ue, per la vita dei bambini, l’uguaglianza, la democrazia».
Sta di fatto che però, com’era largamente prevedibile, un conto sono le dichiarazioni pompose ed emotive, come quelle della presidente della Commissione Ue, altro conto è la realtà. E ieri è stato infatti il giorno della gran frenata tra Bruxelles e Berlino. Ecco il successore di Federica Mogherini come Alto rappresentante per la politica estera Ue, lo spagnolo Josep Borrell: l’adesione dell’Ucraina «è qualcosa che richiederà molti anni. Oggi questo non è all’ordine del giorno, credetemi. Dobbiamo lavorare su cose più pratiche». Stessa musica dal ministro degli Esteri tedesco, Annalena Baerbock: «Tutti siamo consapevoli che un’adesione all’Ue non è qualcosa che si possa fare in alcuni mesi». In chiusura qualche parola più dolce: «L’Ucraina è parte della casa europea e l’Ue è sempre una casa dalle porte aperte». E anche uno spiraglio per altre partnership: «Oltre all’Ue ci sono molte istituzioni volte a impegnarsi per la pace e la sicurezza sul continente europeo».
Nel frattempo Zelensky, ieri mattina, ha riparlato con il segretario generale della Nato, Jens Stoltenberg, che poi ha così twittato, dopo aver sottolineato «il coraggio del popolo e dell’esercito ucraino»: «Gli alleati stanno aumentando il loro supporto con missili per la difesa aerea, armi anti carro, aiuti finanziari e umanitari». E qui, al di là della lingua di legno della diplomazia, sta la sostanza di ciò che sta accadendo in questi giorni: le armi servono a rafforzare le capacità di resistenza degli ucraini, tanto quanto le sanzioni servono a cercare di aprire crepe nel regime di Vladimir Putin. Non volendo o non potendo intervenire direttamente, le forze occidentali (Uk, Usa, Canada, Ue) hanno scelto la doppia strada della fornitura di mezzi a Kiev per rendere meno soverchiante la sproporzione di forze a favore di Mosca, e contemporaneamente quella delle sanzioni per indebolire la Russia dal punto di vista economico e geopolitico.
L’altro teatro da considerare è quello dell’Onu. Si è svolta ieri una riunione speciale di emergenza dell’Assemblea generale sull’invasione russa. Prima un momento di meditazione e preghiera, poi una raffica di interventi (da Mosca prevedibili giustificazioni propagandistiche, addirittura evocando il fatto che l’intervento sia volto a ottenere la pace), e infine (mercoledì) il voto di una risoluzione di condanna dell’aggressione ai danni dell’Ucraina. «Ci troviamo di fronte a quella che potrebbe facilmente diventare la peggiore crisi umanitaria e dei rifugiati in Europa negli ultimi decenni», ha detto il segretario generale dell’Onu, Antonio Guterres.
Va segnalato il posizionamento cauto della Cina. Per un verso, una prevedibile condanna verbale delle sanzioni contro Mosca (definite «illegali e unilaterali», «non risolvono il problema», come ha detto il portavoce del ministero degli Esteri di Pechino, Wang Wenbin); per altro verso, uno scontato consenso per le preoccupazioni russe rispetto al vecchio tema dell’allargamento verso Est della Nato; ma non è mancato nemmeno un accenno al rispetto della sovranità e dell’integrità territoriale di tutti i Paesi, Ucraina inclusa (non certo un passaggio gradito a Mosca). Pechino non vuole un’escalation, ritiene di avere il tempo dalla sua parte, e non ha intenzione di farsi trascinare da un Putin geopoliticamente radioattivo in un’accelerazione ingestibile. È su queste basi che venerdì scorso Pechino si era astenuta, come l’India, da un primo voto di condanna della Russia. Ma se l’astensione di Pechino è stata in fondo una buona notizia per l’Occidente, quella indiana è stata invece una delusione, il preannuncio di un posizionamento terzo.
A dare un dispiacere a Putin ci ha pensato Erdogan. La Turchia infatti ha vietato il transito di tutte le navi militari attraverso gli stretti del Bosforo e dei Dardanelli, da cui si accede al Mar Nero, come ha comunicato il ministro degli Esteri di Ankara, Mevlut Cavusoglu.
La situazione insomma è ancora molto fluida, e i grandi stanno alla finestra. Certo, Putin sembra aver sottovalutato la resistenza degli ucraini, la contrarietà all’invasione anche da parte di segmenti dell’opinione pubblica russa e una qualche capacità dell’Occidente (seppur tardiva) di rispondere in modo non disunito e non disarticolato.
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