Pure la Svezia molla l’utopia ambientalista e svolta sul nucleare
Ulf Kristersson (Ansa)
Il governo di centrodestra abbandona l’obiettivo di arrivare al 100% di energia rinnovabile. Verranno costruiti più reattori.

La notizia è di quelle che questa Commissione europea non diffonde volentieri: la Svezia, da sempre nazione paladina dell’ecologia, ha comunicato che oltre quarant’anni dopo aver votato per l’eliminazione dell’energia nucleare, d’ora in poi cercherà di costruire più reattori. La decisione arriva dopo che il Parlamento, ove siede un governo di centrodestra, ha formalmente abbandonato l’obiettivo di disporre al 100% di energia rinnovabile per raggiungere lo zero emissioni entro il 2045. Dopo il voto, il ministro delle finanze Elisabeth Svantesson aveva dichiarato: «Abbiamo bisogno di produrre più elettricità pulita e abbiamo bisogno di un sistema energetico stabile». La Svezia produce la maggior parte dell’energia di cui ha bisogno dall’idroelettrico e dal nucleare, e completa la sua produzione con l’eolico. Il controllo del clima delle abitazioni è fornito principalmente tramite teleriscaldamento a bioenergia e pompe di calore, dunque, la maggior parte delle emissioni di gas serra nazionali provengono dal settore dei trasporti. La dichiarazione è importante poiché costituisce implicitamente l’ammissione che l’eolico sia fortemente discontinuo così come il fotovoltaico. E una breve ricerca fa emergere una verità scomoda: oltre che brutte, le grandi pale sono anche costose da costruire e da mantenere in efficienza, tanto che ammortizzarne i costi di progettazioni è un impegno enorme.

Pare infatti che un generatore eolico di grandi dimensioni costi circa 1,5 milioni di dollari per chilowatt prodotto (fino a 4, normalmente), che ci vogliano poi 50.000 dollari l’anno per la manutenzione, tanto che alla fine dell’ammortamento la redditività sul lungo periodo dell’energia prodotta non superi i 90-100 dollari al chilowatt.

A rendere importante la resa alla realtà svedese è il fatto che ad aver bisogno di «più atomo» sia uno Stato che ha una superficie grande una volta e mezza l’Italia ma una popolazione pari a quella della sola Lombardia. Vero è che a quelle latitudini in inverno fa piuttosto freddo, e dunque la richiesta energetica è maggiore, ma non è lontanamente paragonabile a quella dell’Italia intera. Il problema è che ormai la moda del momento è quella di misurare «l’impronta carbonica» di ogni cosa, animale e persona e sfruttare questo parametro per redarguire le persone come per negare finanziamenti alle aziende. Ovvero, spendiamo soldi per avere in cambio dati e informazioni che hanno il solo scopo di alimentare una corsa insensata verso la rovina. A seguire la Svezia potrebbe essere presto il Regno Unito, e a questo proposito è utile citare quanto determinato dall’osservatorio britannico Net Zero Watch, che studiando il percorso di decarbonizzazione delle nazioni occidentali, ha recentemente criticato la Banca d’Inghilterra per aver speso 150.000 sterline per misurare l’impronta di carbonio delle banconote plastificate. La stessa organizzazione, riguardo il Canada sostiene che i piani previsti dall’Agenzia internazionale per l’energia (Iea) «sono pericolosamente costosi e si tradurranno in dolorose riduzioni degli standard di vita per tutti i cittadini, eccetto i più ricchi», e che qualora si perseguisse l’obiettivo senza aprire gli occhi la nazione «cadrebbe in uno stato di instabilità sociale oltre che di fallimento dello sforzo di decarbonizzazione». Anche qui il paragone con gli Stati europei è allarmante: il Canada ha risorse naturali enormi, ha giacimenti di uranio, amianto, ferro, nichel, zinco, oro, platino, petrolio, gas naturale e carbone. Eppure, finirebbe nei guai attuando una decarbonizzazione accelerata. Avrebbe quindi molto più senso affidarsi a un mix che preveda sì un miglioramento dell’efficienza delle rinnovabili, ma utilizzi gas e nucleare per produrre la maggior parte dell’energia necessaria. Per riuscirci sarà necessario allargare la definizione di tecnologie «green» all’atomo, come richiesto da diversi Stati membri dell’Ue durante la riunione del Consiglio sul regolamento Net-Zeroi ndustry act. La proposta iniziale della Commissione faceva rientrare nella definizione verde solo alcune delle tecnologie nucleari attualmente in fase di sviluppo, ovvero quelle in grado di minimizzare la produzione delle scorie, i reattori modulari di piccole dimensioni e i relativi combustibili ricavati con processi meno energivori e pericolosi. Ma ciò non rappresenta l’unica strada: si potrebbe allargare la definizione all’idrogeno e ad altre fonti, perché oggi non possiamo sapere da quale tecnologia saremo in grado di ottenere i migliori risultati in termini di evoluzione ed efficienza, ma sappiamo che abbandonando per obbligo quelle che conosciamo non potremo andare lontano e perderemo il cosiddetto know-how.

Morale: il mondo si avvia finalmente alla fine del sogno verde-subito e comincia a comprendere che servirà più tempo del previsto. Pare che finalmente si cominci a capire che imporre date capestro va bene soltanto a chi specula basandosi su numeri spacciati per realtà e non sulle leggi della fisica.

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