- Il ministro dell’Economia avverte che, se la crisi persiste, sarà inevitabile ripensare il tetto al disavanzo. Ma dall’Unione frenano: non si tocca finché non scorre il sangue.
- Intervistato dal «Financial Times», il commissario all’Energia Dan Jorgensen spiega che i controlli sui consumi sono una possibilità all’orizzonte. Il modello è sempre quello dei lockdown.
Lo speciale contiene due articoli
Considerato che il paziente non è ancora morto, è inutile curarlo: è questa la sintesi della risposta negativa della Commissione europea alla considerazione del ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, sulla necessità di rivedere o comunque prevedere delle deroghe ai rigidissimi parametri del Patto di stabilità, considerato il drammatico quadro internazionale e la crisi energetica che ne deriva.
In conferenza stampa dopo che il Cdm, ieri, ha prorogato il taglio delle accise fino al 1° maggio, Giorgetti fa una dichiarazione all’insegna del più puro pragmatismo: «Sull’ipotesi di sforamento del limite del 3% del deficit a causa della crisi energetica», risponde il ministro a una domanda sull’argomento, «credo che si faccia riferimento alla volontà di chiedere o non chiedere la clausola di deroga prevista dal nuovo regolamento europeo di governance economica. È chiaro che la riflessione a livello europeo, se la situazione non cambia, sarà inevitabile. Ho espresso questa mia valutazione già all’inizio del conflitto, l’ho ribadita all’Eurogruppo a inizio settimana. Lo farò in qualsiasi consenso internazionale a cui parteciperò, perché questa è la realtà. Abbiamo fatto un G7 con la partecipazione delle organizzazioni internazionali proprio in settimana», aggiunge il ministro dell’Economia, «e il quadro che è stato rappresentato è oggettivamente preoccupante per le ricadute economiche. Tutti correlano alla durata del conflitto le misure da assumere. Il tema della durata produrrà ahimè conseguenze sia sulla politica monetaria sia sulla politica fiscale dei diversi Paesi. Chi più chi meno, credo che tutto il globo ne sia colpito».
Niente di clamoroso, niente di stupefacente: siamo in un periodo di gravissima crisi e quindi, se c’è un momento in cui rimodulare le norme adeguandole alla realtà, è questo. E invece, ma forse non c’è neanche più da stupirsi, la risposta da Bruxelles è ai limiti del delirio: «La Commissione europea», sottolinea una portavoce, «non ritiene che attualmente la Ue si trovi in una situazione che richiede la sospensione delle regole del Patto di stabilità come avvenuto all’epoca della crisi pandemica. La possibilità di far scattare la clausola di salvaguardia del Patto di stabilità esiste solo in caso di grave recessione nell’area euro o nella Ue nel suo complesso. Stiamo monitorando attentamente la situazione instabile in Medio Oriente, ma non ci troviamo in tale scenario».
Quindi, secondo questi cervelloni, per dare un po’ di ossigeno alle economie europee bisogna aspettare che si precipiti in una condizione di grave recessione, ovvero alla fame. Siamo di fronte, come è evidente, a una follia. Lo stesso Commissario Ue all’Economia Valdis Dombrovskis, una settimana fa, in conferenza stampa al termine dell’Eurogruppo, aveva ribadito che «la clausola di salvaguardia generale è subordinata a una grave recessione economica nell’Ue o nell’area dell’euro nel suo complesso. Attualmente, anche sulla base dell’analisi di scenario non siamo in questa situazione». E in quale situazione siamo? «Siamo di fronte», aveva aggiunto Dombrovskis, detto Draculovskis, «al rischio di uno shock di tipo stagflazionistico, vale a dire una situazione in cui una crescita più debole coincide con un’inflazione più elevata. Questo vale anche se le interruzioni delle forniture energetiche dovessero essere relativamente di breve durata». In sostanza: se tutto va bene, siamo rovinati.
Pensate che anche uno che di regole europee se ne intende, e che certamente non è sospettabile di simpatie per il governo guidato da Giorgia Meloni, ovvero l’ex presidente del Consiglio e presidente della Commissione europea Romano Prodi, pensa che sia l’ora di sospendere il Patto di stabilità: «Il problema», sottolinea Prodi a Sky Tg24, «è che non sia solo un caso speciale per l’Italia. Che non dimostriamo ancora una volta le nostre debolezze. Deve essere un problema europeo con una revisione dei vincoli a livello europeo. Ho sempre detto che il Patto di stabilità rigido è stupido. Si deve tener conto che c’è una situazione straordinaria e anche i bilanci di tutti i Paesi europei devono essere adattati a questa situazione, l’Italia è più a rischio perché è già fuori di questi parametri e quindi il problema per noi è più serio ma il problema è generale».
La sensazione è che si proceda a passi da gigante verso razionamenti e altre misure drastiche, quelle sì, da stato di guerra, ma evitando accuratamente di dare respiro ai Paesi membri della Ue aspettando che la situazione diventi irreparabile. Viene da chiedersi se siamo di fronte a una totale incompetenza, a una imperdonabile cocciutaggine oppure, e sarebbe molto grave, a un preciso disegno per mettere in ginocchio mezza Europa, il che sarebbe non solo peggio: sarebbe criminale. Le prossime settimane ci diranno quale di queste ipotesi, tutte catastrofiche, sarà quella giusta.
Intanto la pressione fiscale in Italia nel 2025 fa segnare il record degli ultimi dieci anni: i dati grezzi dell’Istat indicano che ha raggiunto il 43,1% del Pil, in crescita di 0,7 punti percentuali rispetto al 42,4 del 2024. Per trovare un livello più alto bisogna tornare al 2014, quando era al 43,1%. Il dato del quarto trimestre, poi, del 51,4%, rappresenta un picco che non si vedeva dall’analogo periodo del 2014, con il 52,2%. Il potere d’acquisto delle famiglie è diminuito rispetto al trimestre precedente dello 0,8%.
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