Pressing di Bruxelles per eliminare le sovvenzioni statali alle fonti fossili. Lo stop colpirebbe interi settori, ma la Commissione punta sulla necessità di coperture del governo dopo le modifiche al Patto di stabilità.

Le elezioni Europee si avvicinano. Le probabilità che la prossima Commissione avvii un percorso di discontinuità rispetto alla attuale cominciano a essere, se non elevate, sicuramente concrete. Ecco quindi che il motore socialdemocratico che muove Bruxelles cerca in ogni occasione di blindare gli step della transizione. Alla faccia del semestre bianco, sono state approvate norme sul packaging, sicuramente migliorate rispetto alle prime versioni, ma comunque penalizzanti per una buona metà di Paesi Ue. Ancor prima sono state approvate le norme green sulla casa e il famigerato stop ai motori termici previsto per il 2035. Ieri è stata la volta degli incentivi alle non rinnovabili.

«In linea con le recenti conclusioni della Cop e con la proposta della Commissione di revisione della direttiva sulla tassazione dell’energia, gli Stati membri devono adottare misure che eliminino le sovvenzioni per l’utilizzo di combustibili fossili, anche sotto forma di esenzioni fiscali o aliquote ridotte», si legge nella comunicazione che fa il punto sui dialoghi sulla transizione pulita, finita sul tavolo del Collegio dei commissari. La bozza in questione evidenzia come i sussidi ai combustibili fossili ammontavano a 56 miliardi di euro nell’Ue nel 2021 e a 123 miliardi di euro nel 2022. Più della metà dei sussidi ai combustibili fossili non ha una data di scadenza fissa in almeno 19 Stati membri. Secondo la Commissione europea, in Italia i sussidi ai combustibili fossili ammontano a quasi l’1,4% del Pil, poco meno della metà di questi sussidi (pari a circa lo 0,60% del Pil) ha una data di scadenza prevista dopo il 2030 o non ha una data di fine, mentre i rimanenti dovrebbero finire entro il termine di quest’anno. Il pressing di Bruxelles mira a colpire soprattutto l’Italia. La Commissione sa che la scelta di abolire i sussidi era già stata avviata dal secondo governo Conte e confermate da quello di Mario Draghi. L’attuale esecutivo non ha fatto alcuna marcia indietro. Si è limitato a prorogare alcuni pacchetti di aiuti. Quelli riguardanti il comparto agricolo sono stato oggetto di discussione ai tempi delle proteste di piazza sui trattori. Vale la pena ricordare che la scelta di mantenere attivi alcuni incentivi deriva dal semplice buonsenso.

Ci sono infatti settori interi nei quali non esistono concrete alternative. Molti forse non sanno, ad esempio, che i rimorchiatori delle grandi navi si muovono con grossi motori diesel e godono di alcune agevolazioni. Il carburante utilizzato è molto e nessuno dei colossi può entrare e uscire dal porto senza l’assistenza dei rimorchiatori. Non ne esistono di elettrici e se esistessero al momento non sarebbero nemmeno in grado di garantire le stesse efficacia e stabilità. Togliere ora gli aiuti alle aziende che gestiscono i rimorchiatori vuol semplicemente dire aggiungere tasse e aumentare i costi di gestione dell’handling portuale. Risultato: i nostri porti diventano un po’ meno convenienti. Un granello che si aggiunge a tutte le altre tasse green già previste per le navi. È chiaro che se i governi, compreso quello italiano, decideranno di accelerare, la Commissione avrà raggiunto un obiettivo in più. Se non altro per raccontare che il modello di transizione socialdemocratico viene raccolto anche dai singoli Paesi membri. Purtroppo però dietro le mosse non c’è solo marketing e moral suasion, ma leve più concrete. E per capirlo basterà attendere la fine di giugno o al massimo la prima settimana di luglio, quando verranno definiti i modelli tecnici del nuovo Patto di stabilità. In base a quelli il governo comprenderà quali tagli applicare in vista della legge finanziaria 2025. Le polemiche dell’opposizione contro un Def raccontato come vuoto si giustificano con un po’ di mala fede e tanto opportunismo.

Il Def doveva essere necessariamente privo della componente programmatica e contenere solo il lato tendenziale (non a caso lo schema sarà utilizzato da altri Paesi e ieri è stato vidimato dall’Ufficio parlamentare di bilancio) proprio per evitare rischi di manovre estive. Detto questo, bisogna tutti essere consapevoli che se il governo, come ha messo nero su bianco sempre nel Def, vorrà mantenere intatti i tagli del cuneo fiscale e proseguire sul percorso della riforma delle partite Iva e dell’Irpef, le risorse a copertura dovranno arrivare da qualche parte. Ed è su questa necessità che farà leva la Commissione. Anche Roma dovrà accelerare come gli altri Paesi sui divieti ai sussidi delle non rinnovabili. Un cerchio perfetto, se si sta a Bruxelles e si vuole di anno in anno togliere pezzi di sovranità politica ai governi eletti. Da un lato crei gli obblighi e dall’altro le necessità di bilancio. A maggior ragione, sarà importante avere una Commissione forte dopo le elezioni di giugno. Dovrà infatti avere la capacità di sminare le bombe anti industriale lasciate dal modello targato Frans Timmermans e al tempo stesso sostenere le aziende che hanno imbracciato il full electric puntando tutti gli investimenti in una sola direzione.

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