Se il piatto forte di giornata era la legge Natura, nel menù di un intensissimo mercoledì di mezza estate la plenaria di Strasburgo prevedeva un antipasto che potrebbe andare altrettanto di traverso al sistema delle imprese del Vecchio Continente. Parliamo del regolamento sulla progettazione ecocompatibile: la cosiddetta normativa sull’ecodesign. Il regolamento è stato approvato, ça va sans dire, con 473 sì, 110 no e 69 astenuti. Il Parlamento è quindi pronto ad avviare i triloghi con il Consiglio (i Paesi membri hanno già adottato la loro posizione) e la Commissione. Ma di cosa si tratta? Come sempre capita con le leggi europee, titolo e quello che in gergo giornalistico può definirsi sommario o catenaccio (un paio di righe che spiegano il senso del titolo) sono rassicuranti. I problemi vengono dopo, quando si passa alla fase successiva e decisiva, quella dello svolgimento.
Sulla carta il regolamento in questione punta a promuovere la sostenibilità ambientale e la circolarità di quasi tutti i beni fisici venduti sul mercato europeo (sono esclusi gli alimenti e i mangimi, ma ricompresi l’acciaio, i mobili, i prodotti chimici, i tessuti e i capi d’abbigliamento, gli pneumatici, i detergenti e le vernici). I prodotti vengono suddivisi in gruppi omogenei e per ciascun gruppo (per quanto possibile) vengono stabilite regole per la progettazione che deve essere, neanche a dirlo, ecocompatibili. Che vuol dire migliorarne la prestazione energetica, la circolarità, la resistenza eccetera, eccetera. Le specifiche proposte riguardano vari aspetti della sostenibilità dei prodotti, tra cui la cosiddetta «durabilità», la «riutizzabilità», la «riparabilità». Il tutto riassunto nel passaporto digitale del singolo bene che dovrebbe fornire le informazioni utili al consumatore e alle imprese per compiere scelte informate. «Entro il 2030 – si legge nel testo – il nuovo quadro sui prodotti sostenibili può assicurare un risparmio di 132 Mtep (milioni di tonnellate equivalenti di petrolio) di energia primaria, pari a circa 150 miliardi di metri cubi di gas naturale, quasi equivalenti all’importazione di gas russo nell’Unione europea».
«I prodotti sostenibili diventeranno la norma», è l’auspicio della relatrice del provvedimento, Alessandra Moretti (Pd), «consentendo ai consumatori di risparmiare energia, semplificare le riparazioni e fare scelte ambientali intelligenti quando fanno acquisti, risparmiando denaro nel lungo periodo».
Tutto bellissimo. Troppo. E infatti da più parti (innanzitutto dall’Ecr) sono stati avanzati dubbi nel passaggio dall’utopistico mondo della teoria a quello della pratica. Messa in soldoni: il rischio è che gli oneri amministrativi che il regolamento richiede vadano a depotenziare la capacità di innovazione delle piccole e medie imprese europee che quindi subirebbero un nuovo svantaggio competitivo rispetto ai concorrenti che non devono sottostare a vincoli così stringenti.
Più piccola è l’impresa e più lo svantaggio competitivo può aggravarsi. E da questo punto di vista la posizione dell’Italia è tra quelle più complicate con un sistema caratterizzato dal 90% e passa di Pmi con scarse risorse da investire in un modello che mette al centro la sostenibilità a prescindere dalle forze del sistema.
Morale della favola: quando il nuovo meccanismo andrà a regime c’è il concretissimo rischio che le piccole e medie imprese italiane ed europee debbano fare un passo indietro rispetto al loro processo innovativo e comunque toccherà ancora una volta allo Stato sovvenzionare le aziende in difficoltà.
«L’integralismo animal-ambientalista continua ad imperversare presso le istituzioni comunitarie», spiega alla Verità l’eurodeputato di Fdi Sergio Berlato, «Con 336 voti a favore, 13 astenuti e 300 contrari il Parlamento europeo, per il momento a maggioranza di centro-sinistra, ha approvato il regolamento per il ritorno alla natura che avrà impatti fortemente negativi su tante attività produttive. Non solo perché nella stessa sessione è stato dato il via libera anche alla normativa sull’ecodesign che rischia di pesare ancora sulla capacità competitiva delle nostre Pmi. Così dopo l’eurofollia delle case green alla quale è seguita la decisione di eliminare in tutta Europa (solo in Europa) i motori diesel o benzina, vengono fatti altri due passi verso il medioevo. Speriamo arrivi presto il rinnovo del Parlamento previsto per i primi di giugno 2024 in modo che la nuova maggioranza di centrodestra possa eliminare tutte le nefandezze partorite dall’attuale maggioranza di centro-sinistra».
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