I «pupazzi prezzolati» sono a Bruxelles: a casa e si voti
Il Qatargate racconta di quanto i palazzi comunitari siano permeabili dalle lusinghe estere. E getta una luce sinistra su altri accordi. Europarlamento e Commissione sono delegittimati, si torni al voto.

Gli eurolirici e gli autonominati «competenti» (due categorie ben note per la loro attitudine a spiegare sempre dopo quello che non avevano capito prima) diranno subito che uno scioglimento anticipato del Parlamento europeo non è previsto, che tutte le istituzioni comunitarie si rinnovano a data fissa, che non c’è motivo di immaginare una sorta di suicidio assistito degli attuali organismi Ue.

Ecco: diamo già per acquisito questo tipo di reazione. E tuttavia solo chi sia politicamente cieco può far finta di non vedere che – a partire dallo scandalo che si è appena iniziato a scoperchiare a Bruxelles – è in gioco molto più del rispetto di un calendario formale: sta per essere definitivamente travolta la credibilità complessiva dell’Unione.

I lettori della Verità non arrivano certo impreparati all’evento. E non solo per la sequenza di conclamati fallimenti dell’attuale Ue (in ordine sparso: sulla crisi finanziaria del 2008; sulla crisi greca; sulla crisi migratoria; sulla crisi pandemica; sulla guerra Russia-Ucraina). Ma, ancora più gravemente, per una scelta di metodo, reiterata e quasi provocatoria verso i cittadini-contribuenti del 27 paesi: ci si è preoccupati della pompa, dei catafalchi retorici (inno, bandiera, eccetera), e ci si è dimenticati un «dettaglio» chiamato democrazia. A Bruxelles amano usare la parola «accountability»: peccato che sia in assoluto il concetto meno praticato da quelle parti, visto che esso implicherebbe la necessità per le autorità di rendere conto ai cittadini dei propri comportamenti.

E allora mettiamo in fila almeno tre ragioni che dovrebbero indurre tutti a una riflessione. La prima: se fosse confermato l’ipotetico coinvolgimento – solo in questo affaire tra Qatar e Marocco – di ben 60 europarlamentari, cioè dell’8.5% dei membri del Parlamento, sarebbe saggio far finta di nulla?

La seconda: gli schizzi di fango rischiano non solo di travolgere il Parlamento, ma di lambire pesantemente la stessa Commissione. Con irresistibile talento comico, uno dei vicepresidenti della Commissione, il greco Margaritis Schinas, interpellato su un suo possibile coinvolgimento nello scandalo, si è difeso asserendo di aver ricevuto solo un pallone e dei cioccolatini. E noi, garantisti da sempre, naturalmente gli crediamo. Tuttavia la domanda che ogni cittadino si pone è: se è stato stanziato dai corruttori del Qatar (e del Marocco) un fiume di denaro per parlamentari non di primissima fila, per assistenti e membri di Ong, possibile che nulla sia stato tentato – in termini di avances corruttive – nei confronti dell’organo che ha un potere decisionale di gran lunga maggiore, e cioè la Commissione? Già rischia di finire nel ridicolo la vicenda degli sms «smarriti e introvabili» (sic) tra Ursula von der Leyen e l’ad di Pfizer Albert Bourla. Ora siamo al pallone da calcio e ai cioccolatini, tra spiegazioni che non spiegano, versioni zoppicanti, e un palpabile imbarazzo. Come se ognuno dei potenti europei sapesse, «sentisse» che pure il proprio vicino di banco è a rischio. In queste condizioni, qualcuno pensa di poter arrivare tranquillamente a giugno del 2024, con il rinnovo del Parlamento, e poi, a cascata, degli altri organi Ue?

La terza ragione è ancora più grave, e ha a che fare con la vera morale di questa storia. Ciò che emerge in modo spettacolare – e non c’è bisogno dell’evidenza di una pila di banconote o di un trolley carico di euro – è l’assoluta, totale, sistemica perforabilità delle istituzioni Ue da parte dei regimi autoritari. Non dispiaccia agli eurolirici: i loro gargarismi sullo «stato di diritto», le loro giaculatorie sul «sogno europeo», i loro «ci vuole più Europa» suscitano amare risate nel momento in cui ci si ferma un istante a ragionare sulle performance europee nei confronti di Russia, Cina, Iran (per limitarci a tre casi).

Lo ripeto ancora: non c’è nemmeno bisogno di trovare bonifici o mazzette. È stata l’Ue a trazione tedesca a creare una pressoché totale dipendenza energetica europea rispetto a Mosca, infilando letteralmente la testa nella bocca dell’orso russo. È ancora l’Ue, con la sconsiderata crociata ecofondamentalista, a ripetere l’operazione a favore della Cina, mettendo fuori mercato il nostro sistema produttivo, infliggendo costi devastanti alle nostre classi medie, e consegnando a Pechino una posizione dominante sia sulla componentistica green, sia sulle materie prime, sia – in prospettiva – sulla capacità (loro) di sfornare prodotti a costi immensamente più bassi. Ed è stata sempre l’Ue a dare legittimazione alla teocrazia di Teheran, non di rado con lo sfacciato paradosso di signore progressiste dedite (qui) a fare comizi pro diritti e pronte (lì) a velarsi e inchinarsi davanti ai tiranni iraniani.

Può darsi che tutto ciò sia avvenuto spontaneamente, e sia solo frutto di cecità politica. Ma sorge il fondato dubbio che almeno una parte di questo disastro politico sia avvenuta spintaneamente, con questo o quel regime capace di (o per lo meno convinto di poter) ammorbidire-acquisire-piegare un certo numero di uomini e di donne a Bruxelles.

Mario Draghi, in tutt’altro contesto, parlò di «pupazzi prezzolati», e i media italiani andarono in sollucchero. Ecco, quell’espressione pare assai appropriata per quanto sta emergendo ora. Sconsiglieremmo a tutti di procedere come se nulla fosse, con quei «pupazzi» al comando della nave Ue per un altro anno e mezzo. L’iceberg è ben visibile, e la storia del Titanic la conosciamo tutti.

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