Non c’è niente da fare, non riescono proprio a cambiare l’impostazione politica. Sono trascorse poche ore dal successo portentoso di Afd in Sassonia-Anhalt e qualche giorno dalla bocciatura che gli islandesi hanno rifilato alla Ue per via referendaria, mentre qualche settimana ci separa da altre elezioni «regionali» in Germania dove, stando ai sondaggi, si vede ancora un arretramento della Cdu e dei partiti di governo e una crescita di chi oggi è all’opposizione, come appunto il partito di Alice Weidel.
Poi ci sono i venti che soffiano in Europa, di cui l’Italia è stata apripista: il vento di Marine Le Pen in Francia o lo strano caso di Péter Magyar nell’Ungheria, che ha scaricato Viktor Orbán ma non certe pulsioni; la tenuta del centrodestra in Svezia, dove tra poco si vota, e le posizioni dure dei nazionalisti finlandesi.
Insomma ce ne sarebbe da riflettere sugli incubi che si stanno materializzandosi nell’urna a sfavore dell’Unione europea.
Cacciari: il successo delle destre nasce dallo scontento dei cittadini ignorati dalla politica
E bene ha detto l’altra sera Massimo Cacciari, intervistato su Rete 4, commentando l’affermazione di Afd in Germania: per il filosofo, dietro il successo delle destre radicali non ci sono tanto le loro proposte politiche, quanto lo scontento dei cittadini verso chi non ne sostiene più i bisogni e le preoccupazioni.
Di questo si sta parlando nelle segrete stanze e nelle cancellerie del Vecchio continente, perché la consapevolezza che gli ingranaggi si siano inceppati è evidente.
Eppure nella sala macchine la Commissione continua imperterrita, come imbambolata, a prorogare i suoi errori, a sfornare provvedimenti buoni per la burocrazia ma ostili ai cittadini.
Casa, Bruxelles detta le regole: l’Affordable Housing Act rischia di colpire proprietari e imprese
Nel giro di poche ore, infatti, la Commissione europea ha messo sul tavolo due dossier che, letti insieme, certificano quanto le istituzioni di Bruxelles siano sorde a ciò che chiedono le persone.
Si tratta dell’Affordable Housing Act sulla «crisi abitativa» e la proposta di Regolamento unico sugli appalti pubblici. Non due iniziative isolate, ma l’ennesima dimostrazione di una matrice che l’Ue non sembra intenzionata a correggere: scrivere regole a tavolino, imporle dall’alto, e scoprire solo dopo – appunto nelle urne – che quelle regole non hanno alcun appeal popolare, non incastrano le intenzioni dei bucrocrati con le aspettative della gente.
Sul fronte casa, la Commissione impone criteri tecnici – rapporto prezzo/reddito, soglie decennali, proiezioni triennali – per stabilire dove i Comuni potranno limitare gli affitti brevi.
Un impianto che innanzitutto mette nel mirino ancora una volta il bene «casa» e pretende di regolarla a misura unica da Bruxelles, nella più totale incomprensione del fatto che in Europa ci sono diverse culture rispetto all’immobile di proprietà.
E poi c’è questa sottile follia per cui la Commissione pretende di imporre la sua visione a tutti, tant’è che il commissario alla Casa, tale Dan Jørgensen, si è permesso di commentare così: «Se ci sono città che non vogliono agire sugli affitti brevi è una loro responsabilità.
Se dovessi fare un commento politico, direi (a questi sindaci, ndr): se non affronti il problema, allora gli elettori ti volteranno le spalle nelle prossime elezioni». Detto da uno che è stato nominato – lui come tutti i commissari a partire dalla presidente Ursula von Der Leyen – mi sembra un azzardo…
Ma torniamo al provvedimento europeo, che nella sostanza mette nel mirino un intero comparto produttivo. In Italia, per esempio, 45.000 imprese e 150.000 dipendenti rischiano di pagare il conto di una crisi abitativa che l’Europa con le sue norme non risolve affatto.
A Barcellona gli affitti sono aumentati comunque, nonostante il blocco delle licenze in vigore da oltre un decennio; nei Paesi Baschi le restrizioni hanno tolto migliaia di case dal mercato degli affitti brevi senza che quasi nessuna tornasse disponibile per i residenti.
Appalti, il nuovo regolamento Ue scavalca i Parlamenti: più vincoli e incertezza per imprese e lavoratori
Sul fronte appalti il copione è persino peggiore. La Commissione propone un Regolamento che, per sua natura giuridica, entrerebbe in vigore immediatamente, scavalcando i Parlamenti nazionali e il Codice degli appalti italiano. Una specie di Bolkestein degli appalti, come se non bastassero i danni fatti dalla stessa normativa sui settori che ha toccato.
Per un Paese che movimenta oltre 200 miliardi di euro l’anno in appalti pubblici, significa più incertezza giuridica, più contenziosi e meno protezioni per lavoratori e piccole imprese, cioè esattamente il contrario di quello che si dichiara di voler ottenere.
Due dossier diversi, lo stesso esito: regole pensate per funzionare sulla carta di Bruxelles, ma che nella vita reale colpiscono chi affitta una stanza per arrotondare, l’impresa edile che rischia di sparire per un ribasso al massacro, il lavoratore che vede il proprio contratto scavalcato da una norma sovranazionale mai discussa nel merito con chi la subirà.
Dalla casa agli appalti, la stessa ricetta di Bruxelles: regole calate dall’alto e conto ai cittadini
Lo ribadiamo: si tratta di un metodo, non un incidente. Si normano fenomeni complessi con parametri astratti, si scavalcano le competenze nazionali in nome dell’armonizzazione, e il prezzo lo pagano sempre gli stessi.
Non sono episodi slegati: sono la stessa risposta, ripetuta in contesti diversi, a un’Europa percepita come un soggetto distante che decide senza ascoltare. E infatti il conto arriva puntualmente quando la gente può votare.
Contenuto riservato agli abbonati
Prosegui con la lettura >
Contenuto riservato agli abbonati
Rinnova il tuo abbonamento per proseguire con la lettura >