I consumi di energia elettrica in Europa si inabissano e con essi la produzione industriale. Lo scrive l’Agenzia internazionale per l’energia (Iea) nel suo rapporto appena pubblicato sui consumi di elettricità nel mondo. Il calo dell’industria è stato il principale fattore che spiega la diminuzione complessiva della domanda elettrica nell’Unione europea nel 2023: -3,2% rispetto al 2022. Già nel 2022 la domanda elettrica europea era calata del 2,1% rispetto al 2021. Livelli così bassi di consumi (2.293 miliardi di kilowattora) non si vedevano da vent’anni.
La domanda industriale europea nel 2023 è calata del 6% rispetto al 2022, anno in cui era già scesa del 5,8% rispetto all’anno precedente. Ovviamente i settori industriali ad alta intensità energetica, i cosiddetti energivori, sono i più penalizzati dal calo dei consumi.
I prezzi dell’energia lo scorso anno sono scesi molto rispetto ai record del 2022, ma ciononostante sono ancora a livelli più che doppi di quelli del 2019, ultimo anno pre-Covid e pre-guerra. Questo spiega una buona parte del calo dei consumi industriali.
A ciò va aggiunta una crescita economica più lenta e un eccesso di scorte ereditate dallo shock causato dai vari lockdown mondiali. Anche un clima più mite ha moderato i consumi. Nel complesso, le temperature invernali sono state più elevate e quelle estive sono state più basse rispetto al 2022, con conseguente minore riscaldamento e raffreddamento degli ambienti.
L’Iea attribuisce 0,3 punti percentuali del calo del 3,2% della domanda di elettricità nell’Ue alle condizioni meteorologiche, cioè il calo su base annua sarebbe stato del 2,9% senza l’influenza delle condizioni meteorologiche.
Nel 2023 la produzione, dunque la domanda di energia, delle industrie ad alta intensità energetica come alluminio, acciaio, carta e prodotti chimici sono state dunque nettamente inferiori rispetto all’anno precedente. Il forte aumento dei prezzi del 2022 aveva già frenato la produzione industriale in maniera consistente, ma quello che poteva sembrare un calo temporaneo legato alla difficile congiuntura è diventato strutturale. Ci sono chiari segnali di distruzione della domanda industriale, cioè di vera e propria deindustrializzazione del continente europeo. Una volta chiuso un impianto, evidentemente le aziende hanno fatto i conti e valutato che conveniva non riaprire più, magari delocalizzando o tagliando alcune produzioni, o acquistando dall’estero.
L’industria chimica è stata una delle più colpite dall’aumento dei costi energetici, a tutto vantaggio della Cina. In Europa si è ridotta la produzione di polietilene, ammoniaca, urea, nitrati e fertilizzanti, mentre grandi produttori come Basf hanno chiuso parti di stabilimenti o stabilimenti interi.
La lavorazione dei metalli è un’altra vittima della crisi energetica europea. Circa il 30% della capacità di produzione di alluminio primario è stata sospesa in Unione europea da fine 2021, con una perdita di circa 1,1 milioni di tonnellate all’anno di capacità produttiva, pari a circa 15 miliardi di kilowattora di consumo elettrico. Impianti abbandonati in Slovacchia, Slovenia e Germania.
Tre impianti per la lavorazione dello zinco hanno chiuso in Italia, Germania e Olanda, che con altre chiusure parziali hanno fatto calare i consumi elettrici di altri 4 miliardi di kilowattora.
La maggiore responsabilità di questo disastro ricade sulla Commissione europea, per non aver messo in sicurezza gli approvvigionamenti e per il folle progetto REPowerEU, che annunciava nel marzo 2022 di voler rinunciare in pochi mesi al gas russo con gli stoccaggi vuoti e nessuna alternativa credibile. Cosa che ha provocato una salita dei prezzi del gas a livelli mai visti nella storia. La corsa dei prezzi ha costretto i governi ad intervenire con aiuti a famiglie e imprese per 800 miliardi di euro, provocando guasti che pagheremo per ancora molti anni.
Ma mentre Frans Timmermans, commissario al Green Deal, ha lasciato la Commissione per tornare alla politica nazionale, Ursula von der Leyen è ancora presidente della Commissione e punta addirittura a un secondo mandato.
Una ripresa di consumi elettrici ci sarà, anche perché la transizione richiede l’elettrificazione dei consumi energetici, come quelli per i trasporti.
Ma ormai la distruzione della domanda industriale e la conseguente deindustrializzazione è un punto da cui difficilmente si può tornare indietro, se non a caro prezzo. La risalita dei consumi energetici «industriali» ci sarà soprattutto a causa dei consumi enormi dei data center, di quelli legati all’intelligenza artificiale in particolare. Secondo il Boston Consulting Group, il consumo di elettricità nei soli data center presenti negli Usa nel 2023 è stato il triplo di quello del 2022. Entro il 2030 la domanda energetica dei data center raggiungerà i 390 miliardi di kilowattora, pari al 7,5% dei consumi americani e circa 80 miliardi di kilowattora in più dell’intero consumo italiano nel 2023.
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