- Mr Bce: «L’economia peggiora». L’ex capo del Pd: «One market act contro Trump». Il premier li liquida: «Grazie per i dossier». Ora però la linea la danno lei e Merz.
- Madrid frigna: «Esclusi dal pre-vertice». Palazzo Chigi: «Dal leader spagnolo nessuna protesta». E il presidente francese mendica un punto stampa con Berlino.
Lo speciale contiene due articoli
Nel progetto di Giorgia Meloni (e Friedrich Merz) per cambiare l’Ue, rafforzando il Consiglio e quindi restituendo poteri agli Stati nazionali, non sembra esserci molto spazio per i sermoni degli eurosaggi. «Non credo che esista una figura del genere», ha tagliato corto il presidente del Consiglio ieri, quando le hanno chiesto se Mario Draghi o Enrico Letta potessero diventare inviati speciali di Bruxelles per la competitività. «Stanno fornendo un contributo molto importante», ha detto, «si parte dai loro rapporti e penso che siano stati entrambi preziosi». Per il premier, però, i predecessori a Palazzo Chigi non potranno avere un incarico ufficiale. Coperti di onori da una burocrazia di elefanti, sì; ma a decidere non sarà chi ci ha traghettato dove siamo, eppure pretende di impartire lezione su come diventare una superpotenza.
Licenziati ancor prima di essere assunti, Draghi e Letta, invitati al vertice informale nel castello belga di Alden Biesen, hanno comunque avuto la possibilità di pontificare di nuovo, dispensando, dinanzi alla platea dei Ventisette, soluzioni su come salvare l’Europa dal baratro. Come se fossero stati passanti o spettatori. Come se non avessero contribuito al suo declino.
Per la verità, stavolta i padri nobili sono stati più sintetici del solito. Mr Bce ha parlato solo un quarto d’ora («almeno», riportavano alcune agenzie, con una sottile sfumatura semantica). Ha lanciato un monito – stando a quanto riferito da un funzionario Ue – sul «deterioramento del panorama economico», ha insistito sulla «necessità di ridurre le barriere nel mercato unico», ha deplorato «la frammentazione dei mercati azionari» e ha spronato a compiere «sforzi per mobilitare i risparmi europei», per ridurre «il costo dell’energia» e introdurre «una preferenza europea mirata in alcuni settori». In sostanza, l’agenda francese, che era apparsa da subito perdente rispetto all’asse Roma-Berlino. E che però, con lo zampino della Commissione, ha ottenuto di far includere in una bozza alcuni settori chiave per l’applicazione del «buy european». L’ex banchiere ha chiesto di insistere sugli investimenti e, d’altronde, benché ieri abbia biasimato le «soluzioni classiche», il piano che aveva vergato e illustrato ripetutamente prevedeva già lo stanziamento 800 miliardi. Chissà cosa ci dovrebbe essere di più classico che avere a disposizione una montagna di soldi e provare a farli fruttare. Il diavolo, semmai, è nei dettagli. Il punto, cioè, è sempre dove prendere i quattrini. E se «mobilitare i risparmi» significa ciò che sembra, non c’è da dormire sonni tranquilli.
Anche Enrico Letta ha concluso rapidamente il suo discorso, preceduto da un post dalle solite atmosfere trasognate: su X, ha dimostrato di stare veramente «sereno», pubblicando la foto di una coccinella. Un «buon segno», ha commentato. «Se non si riesce a lanciare una forte integrazione dei mercati finanziari», ha spiegato il fu segretario del Pd, «sarà impossibile essere sufficientemente competitivi». La sua proposta si sostanzia in un «One market act», basato «su tre punti verticali: energia, connettività e mercati finanziari, e tre fattori abilitanti». Essi, si badi bene, orizzontali. Prendete appunti, perché «questi tre punti verticali e orizzontali», ha aggiunto Letta, «compongono una matrice». Vi siete persi nell’algebra? L’idea è la seguente: «Rilanciare l’integrazione interna dell’Unione europea per rendere l’Europa più forte ed efficace». In ballo, ha proclamato il professore, c’è «la quinta libertà, del ventottesimo regime, della libertà di soggiorno e della coesione sociale e territoriale». L’accordo «di alto livello» per il mercato unico andrebbe concluso entro il 2028. E sarebbe «l’unica risposta efficace a ciò che Trump sta facendo contro l’Europa». Non pare facilissimo, senza una laurea in matematica. Di sicuro, pure il disegno di Letta pende più verso Parigi. E verso l’ossessione di Emmanuel Macron, in rotta con The Donald, di iniziare un confronto serrato con gli Usa.
Non a caso, al termine del summit, l’inquilino dell’Eliseo ha rivendicato di aver «aderito a questo programma di approfondimento del mercato unico presentato da Enrico Letta». Insignito – lo ricordiamo – della legion d’onore francese nel 2016.
Il contributo dei due italiani ha meritato il plauso del presidente del Consiglio Ue, Antonio Costa. «La tua impostazione ha offerto una prospettiva nuova alle nostre discussioni», ha scritto il portoghese a Draghi. Di Letta, il numero uno dell’assemblea dei capi di Stato ha lodato la «profonda competenza» e la «chiara consapevolezza della posta in gioco».
Il vento soffia in una direzione precisa, ormai. Dietro la tesi della Meloni, per cui il Consiglio dovrebbe dettare alla Commissione «cose chiare da fare», c’è un profondo cambio di rotta. Un superamento dell’unanimità che non equivale a esautorare i membri riottosi, ma riporta in auge le intese strategiche tra grandi. Mettere in comune poche cose importanti, con meno regole asfissianti. Formalmente, un passo indietro; sostanzialmente, un passo avanti. Il nome – se definirla, alla Macron, «cooperazione rafforzata» – conta poco. Dopodiché, resta sempre un Meloni per cui Draghi e Letta sono l’«orgoglio italiano»: Marco. Senatore pd.
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