Data center con il riquadro delle personalità straniere finite nella lista pubblicata sul dark web dagli hacker di NoName057(16).
Un data center (iStock) e, nel riquadro, alcune delle personalità straniere inserite nella lista diffusa sul dark web dal gruppo di hacker NoName057(16)

Per quanto tempo pensano di portarci a spasso con questa cosa della guerra ibrida, degli attacchi hacker, della sottovalutazione del pericolo? Nessuno sta sottovalutando un bel niente: c’è una guerra in corso nel fianco Est dell’Europa, un’altra in Iran, per non dire delle tensioni attorno all’area di Gaza e di tanti altri conflitti che definiamo «locali» solo perché non ce ne importa una mazza (Sudan, Myanmar, Sahel, Yemen…). Ma se pensano di usare gli attacchi hacker per spillare altri soldi da destinare ad armi, si facciano bene i conti perché la gente non ci casca, anzi inizia ad averne le scatole piene.

La guerra in Ucraina sta andando avanti da troppo tempo anche perché la politica non ha voluto o non è stata in grado di lavorare a una mediazione, preferendo lo schema morale dell’aggressore e dell’aggredito, del cattivo e del buono. Con paradossali variazioni sul tema: se da una parte mettevamo sanzioni, dall’altra continuavamo a comprare gas russo; e in questo strabismo continuavamo a prendere armi per Volodymyr Zelensky, più eroe fuori dall’Ucraina che dentro.

Gli attacchi hacker e la vulnerabilità delle infrastrutture

Ora eccoci a fare i conti con le mail degli hacker, che fanno impazzire aeroporti e compagnie aeree; con i congelatori che diventano forni; con il sabotaggio delle banche dati di plasma. E uno si domanda: ma chi ha costruito questo mondo connesso in rete non si era preoccupato di proteggerlo? Oppure si pensava solo a fare ingrassare Big tech e finanza? Parliamo dei miracoli dell’Intelligenza artificiale e una banda di hacker ci manda ai matti. Ieri il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, ha dichiarato di essere minacciato dai russi nel dark Web. Ma davvero siamo arrivati al punto in cui un ministro della Repubblica si espone così, si mette a nudo nelle confidenze come fosse un influencer in cerca di like? Una fase tanto delicata impone riservatezza: senza contare che è difficile immaginare che il Cremlino pensi di colpire direttamente un ministro di un Paese del G7.

La guerra ibrida e i precedenti della Guerra fredda

Non me ne voglia nemmeno il titolare della Difesa, Guido Crosetto, ma questa drammatizzazione sulla «guerra ibrida» come fosse una novità difetta di miopia o è uno stratagemma per battere cassa. Se la guerra ibrida è da intendersi come il conflitto condotto con mezzi non militari, la Guerra fredda ne è stata il grande laboratorio. Qualche racconto. Nonostante il divieto di vendere all’Est computer e macchinari strategici, la Cia, grazie al dossier «Farewell», fece arrivare ai sovietici tecnologia difettosa. Pure l’informazione era un’arma potente. Se Radio Free Europe trasmetteva oltrecortina, il Kgb rispondeva divulgando informazioni manipolate come la tesi dell’Aids creato a Fort Detrick. Infine, i missili sul territorio degli alleati: Washington schierò 30 Jupiter nucleari in Puglia e 15 in Turchia, puntati sull’Urss; Mosca rispose portandone a Cuba. La crisi del 1962 si chiuse con uno scambio tenuto segreto: via i missili sovietici da Cuba, via gli Jupiter americani. Vent’anni dopo, lo schema si ripeté: agli SS20 sovietici puntati sull’Europa la Nato rispose nel 1983 con i Cruise a Comiso, finché il trattato Inf del 1987 li eliminò entrambi.

Quando l’Italia faceva politica anche con l’Urss

A tal proposito vorrei ricordare che, nel mezzo della Guerra fredda, l’Italia aveva il coraggio di fare scelte politiche coraggiose come quella di Enrico Mattei in Unione sovietica. O azioni come quella che raccontò in un’intervista al Corriere della Sera Calogero Mannino: da ministro dell’Agricoltura gli fu affidato segretamente il compito di portare latte a lunga conservazione nelle sovietiche Georgia e Crimea per far fronte a un’emergenza di elevata mortalità infantile. Nelle stesse settimane, il governo italiano aveva appena deliberato l’installazione degli euromissili contro l’Urss. Fu un doppiogiochista? Certo che no, si faceva politica. I governi facevano politica. E gli Stati non facevano a gara per neutralizzarsi in guazzabugli tecnocratici come l’Unione europea.

Gli Stati indeboliti e il conto delle crisi

Quello che dimostrano i recenti attacchi è che ci siamo fatti trovare impreparati perché la politica è stata sostituita dalla finanza e dai nuovi illusionisti digitali, i quali hanno pensato al business e non alla sicurezza nazionale, lasciando scoperti gli Stati. La Ue ha smontato gli Stati e ora… eccoci qui a farfugliare che non stiamo spendendo abbastanza in armi o che l’Europa è pronta a rispondere militarmente alla Russia. Almeno c’è il Papa che si ostina a parlare di pace. La morale è che ci hanno lasciati vulnerabili per incapacità totale: le nostre strutture non sono protette perché abbiamo speso male montagne di soldi. Non era difficile da capire quando una commissaria europea si metteva lì a fare filmati con la sua borsetta e mostrava il kit di sopravvivenza. O altri commissari si lanciavano in proclami al limite del clownesco. Allora perché darne altri?

Se, dunque, Crosetto parla di «guerra ibrida» e Tajani di minacce dal dark Web, e lo fanno per chiedere altri soldi, rispondiamo di lasciar perdere. Lo diciamo a Bruxelles come a Roma: la gente non ha più voglia di pagare il conto delle crisi. Se Giorgia Meloni lo ha chiaro in testa perché il suo potere glielo conferisce il popolo sovrano, la signora Von der Leyen no: lei non deve fare i conti con la democrazia.

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