A Praga il solito flop Ue: zero accordi sul gas
Il summit Ue a Praga (Ansa)
  • Il vertice finisce con un altro nulla di fatto sul tetto al prezzo dell’energia. Sullo stallo pesa la divisione dei Paesi e la preoccupazione per gli approvvigionamenti. Vienna: «No all’embargo del metano russo». Mario Draghi si mostra irritato: «Adesso è ora di decidere».
  • Emmanuel Macron ciancia di solidarietà ma il suo price cap spinge la stangata. Il mancato taglio dei consumi in Francia alimenta il rialzo dei costi nelle altre nazioni.

Lo speciale comprende due articoli.

Non c’è accordo sul price cap, e su questo, inevitabilmente, sono tutti d’accordo. Si conclude così il vertice di Praga, senza che si possano dare notizie. Salvo una: la crisi energetica continua a dividere l’Europa. C’è divisione, ma soprattutto confusione anche nelle istituzioni europee. Il presidente del Consiglio Ue, Charles Michel, arrivando al castello di Praga ha detto: «Dobbiamo risolvere la questione dei prezzi, perdere tempo non è più un’opzione». Pochi minuti più tardi, invece, il presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen ha chiosato: «Parliamo di price cap, ma non ci saranno decisioni oggi essendo un Consiglio informale». La presidente del Parlamento europeo, Roberta Metsola, si è schierata a favore del tetto comune europeo: «Vorrei vedere un accordo su un cap, gli Stati non competano l’uno con l’altro facendo offerte, non bisogna mettere cittadini diversi su un campo di gioco diverso». Poi ha ricordato le ricette adottate per la crisi della pandemia proponendo di fare lo stesso adesso: «Noi dobbiamo dare soluzioni, come per il Covid, i nostri cittadini le chiedono, devono pagare le bollette». Belle parole, certo, ma che oggi non portano nulla di concreto, neanche ad un principio di negoziazione eventuale. E alla domanda sul rischio di una frammentazione europea ha risposto: «Se c’è il rischio di una frammentazione? Dobbiamo dimostrare che non ci sia», ha sottolineato.

Le dichiarazioni successive hanno dimostrato esattamente il contrario: «Un possibile price cap europeo al gas non dovrebbe trasformarsi in un embargo al gas dalla Russia» ha detto il cancelliere austriaco, Karl Nehammer chiarendo così la posizione di Vienna.

«Se si potesse raggiungere un price cap a livello europeo sarebbe grandioso – ha commentato il premier della Lettonia, Krisjanis Karins che però avverte – non possiamo mettere in pericolo la sicurezza degli approvvigionamenti. Non possiamo fissare il prezzo in modo che nessuno venda gas in Europa». La stessa tesi, da tempo, almeno dal 18 aprile (prima volta in cui si è ipotizzato di imporre il tetto) la portano avanti anche in Germania. Anche ieri, al termine dell’incontro di Praga, il cancelliere tedesco Olaf Scholz ha ribadito: «Ogni intervento rivolto ai prezzi del gas sul mercato solleva automaticamente interrogativi sulla sicurezza dell’approvvigionamento, quindi dobbiamo discutere queste cose con molta attenzione».

Nella sua opinione bisogna agire diversamente: «Siamo tutti concordi che i prezzi del gas sono troppo alti e dobbiamo discutere con la Norvegia, gli Stati Uniti, il Giappone e la Corea su come abbassarli», ha aggiunto.

Ma è la manovra da 200 miliardi di euro messa in campo dai tedeschi pochi giorni fa a sollevare più di qualche malumore. Da quel momento quasi tutti in Europa hanno cominciato a chiedere che si trovassero soluzioni comuni, senza che si continui ad andare per sé, come effettivamente è avvenuto fino ad adesso. Il premier polacco Mateusz Morawiecki, arrivando al Castello di Praga, si è soffermato proprio sulla crisi energetica e sullo scudo annunciato da Berlino: «Il mio messaggio alla Germania è “siamo uniti”, sia solidale con gli altri, perché in questi tempi difficili tutti dobbiamo concordare su un comune denominatore e che non sia fatto su misura per un solo Paese».

Più o meno gli stessi concetti ribaditi anche da Charles Michel, e dal ministro delle finanze francese Bruno Le Maire pochi giorni fa. Il premier estone Kaja Kallas, entrando al vertice dei leader europei a Praga, dice più o meno lo stesso, ma prendendola più alla larga: «Quando l’offerta diminuisce, dobbiamo abbassare la domanda, altrimenti spendiamo molti soldi fuori dal bilancio per coprire la differenza. Abbiamo bisogno di soluzioni comuni che funzionino sul lungo termine, i Paesi con più soldi pagano gli altri e questo va a scapito del mercato interno». Il cancelliere tedesco si difende dalle accuse dei colleghi: «Piani simili» allo scudo di aiuti da 200 miliardi di euro varato da Berlino «sono previsti anche altrove o già attuati, ad esempio in Italia, Spagna, Francia, Paesi Bassi».

Il presidente del Consiglio italiano Mario Draghi è stato severo nella sua ultima uscita internazionale come premier. «Siamo di fronte ad una scelta, è in gioco l’unità tra di noi» ha detto, ricordando come già sette mesi fa l’Italia aveva avanzato una proposta sul price cap e sottolineando che adesso ci sono Paesi che hanno esaurito il proprio spazio fiscale. A conclusione del suo intervento ha invitato a dare alla Commissione un mandato ampio per presentare quanto prima le proposte sui temi all’ordine del giorno del dossier energetico.

«È ora di decidere» ha detto «perché si è perso tanto tempo e si sono spesi tanti soldi». Il suo auspicio è che al Consiglio Ue del 20 e 21 ottobre si arrivi con delle proposte concrete. Draghi si dice convinto della proposta Gentiloni-Breton su Sure, e ha aggiunto: «È una proposta molto naturale, tanto più dopo la decisione tedesca. È quello che serve per mettere tutti i Paesi, sia quelli che hanno spazio fiscale sia quelli che non ne hanno, su un livello uguale».


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