Il primo amore non si scorda mai. Le scritte in cirillico hanno sul piddino medio lo stesso effetto erotico della lingua russa su Jamie Lee Curtis nella scena cult di Un pesce di nome Wanda. Forse per questo nella sinistra italiana nessuno si pone i quesiti che l’accordo fra lo Spallanzani e il gemello Gamaleya di Mosca suscitano: è politicamente lecito che i dati sensibili di milioni di italiani finiscano in un server di Vladimir Putin? È così normale che una scelta di questo calibro non passi dal Parlamento o da un parere in Commissione?
Il memorandum d’intesa non ammette fantasie. Pur di produrre il vaccino Sputnik, l’istituto nazionale per le malattie infettive controllato dalla Regione Lazio condividerà l’immensa banca dati che non contiene solo elementi per lo studio del Covid. Ogni paziente guarito, ogni malato, ogni deceduto diventa merce di scambio. Questo vogliono i russi per fornire «campioni seriati nel tempo» di vaccino, con la possibilità di produrre le dosi in Italia. La banca dati dello Spallanzani – come sta scritto nell’accordo – è una delle «più grandi banche biologiche dell’Unione europea per gli agenti virali e conserva legalmente 120 ceppi di Sars-Covid 2, tra cui quelli delle varianti inglese e brasiliana».
Siamo davanti a una scelta strategica di Stato. Siamo tornati allo stupore di un anno fa nel vedere i camion dell’esercito russo con bandiere al vento attraversare la A4 deserta per portare operatori militari esperti in sanificazione ad Alzano e Nembro, nella Bergamasca. Dalla Russia con amore, niente da dire. Ma allora fu il premier Giuseppe Conte ad avallare un’operazione rivelatasi poco più che marketing istituzionale. Qui, per la parte italiana, si notano le firme del direttore dello Spallanzani, Francesco Vaia, e dell’assessore alla Sanità della Regione Lazio, Alessio D’Amato. Con tutto il rispetto, due signori che politicamente contano zero ma che indicano una scelta di campo: la Regione governata da Nicola Zingaretti ha un filo diretto con Mosca e fornirà i dati sensibili degli italiani.
Per due anni il Pd e i suoi media di riferimento sono impazziti davanti al caso Metropol, hanno scavato nel sottobosco dei faccendieri per scovare responsabilità di Matteo Salvini dietro la famosa fornitura fantasma di petrolio attraverso Gianluca Savoini. Per una bufala sulla quale è calato un imbarazzato silenzio, lo spettro di Putin allungava la sua ombra sulla democrazia italiana. Adesso tutto bene? La gigantesca fornitura di dati degna di un blitz di spie della Guerra fredda scivola via come qualcosa di normale.
Eppure i segnali di un filo rosso sotterraneo fra Pd e Mosca sono forti: nel 2019 l’attuale sottosegretario agli Affari Ue, Vincenzo Amendola, era nel consiglio di vigilanza di Mikro capital management, un gruppo di microcredito di diritto lussemburghese fondato da Vincenzo Trani, presidente della Camera di commercio italorussa. Proprio Trani è mediatore del fondo d’investimenti russo (Rdif), finanziatore e distributore del vaccino Sputnik.
Anche Israele per accelerare il piano vaccinale firmò un accordo analogo con Pfizer, quindi con Washington, ma era consapevole di affiancarsi a uno storico alleato. In questo caso i problemi geopolitici sono evidenti proprio nei giorni in cui Joe Biden conferma le sanzioni alla Russia per l’Ucraina, mette nel mirino altri 30 oligarchi (fra i quali Roman Abramovich) e sottolinea il ruolo strategico dell’Italia come alleato fondamentale nell’area del Mediterraneo. All’inizio dell’avventura a palazzo Chigi, Draghi sciolse ogni dubbio: «Questo governo sarà convintamente europeista e atlantista». Una frase inequivocabile anche per i nostalgici del Nazareno con le sue otto correnti. Se la svolta a sinistra del vecchio segretario, il neomarxismo sanitario di Roberto Speranza, l’afflato filocinese di Massimo D’Alema e Goffredo Bettini lasciavano perplessi, l’accordo in cirillico senza passaggi parlamentari allarma.
Mentre il premier preme sull’alleanza con gli Usa, su una rinnovata leadership in Libia (anche contro gli interessi russi e turchi), su un allontanamento dai tentacoli cinesi e su un ruolo forte in Europa, la banca dati più delicata – quella che contiene informazioni sensibili biomediche e sanitarie – finisce al Cremlino senza la sua firma in calce. Vorremmo sapere cosa ne pensa lui e quale posizione in merito ha un altro turboeuropeista, Enrico Letta.
La postura del governo è opposta a quella della Regione Lazio. Questo preoccupa più dei furbetti vaccinati da Vincenzo De Luca, piddino quando vince le elezioni ma autonomo quando minaccia. Da mesi Zingaretti premeva per lo Sputnik a qualunque costo, ora sappiamo qual è la contropartita. In confronto, le scartoffie di Walter Biot sono una favola per far addormentare le sardine.
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