Di Maio il miracolato: dalle risse con Parigi alla guida degli Esteri
Ansa
Non parla l’inglese e crea crisi diplomatiche a ripetizione Ma, muovendosi da vecchio dc, Gigino si è preso la Farnesina.

Già ieri – perfidamente – qualcuno lo immaginava sperduto tra i marmi della Farnesina accompagnato dall’insegnante di inglese e in cerca del primo appuntamento con l’ambasciatore francese, per raccomandarsi l’anima, vista la crisi diplomatica creata pochi mesi fa con l’incontro con i leader dei gilet gialli. Ma onestamente era troppo presto: la doppia scenetta, pur credibile e verosimile, avrà probabilmente luogo solo nelle prossime 48 ore.

Inutile girarci intorno: in un governo che incarna almeno cinque vizi politici capitali (eterodirezione, qualità bassa, spartizione correntizia, sospetti e sorveglianze incrociate, estraneità al Nord produttivo) Luigi Di Maio rischia di vederseli tutti tatuati addosso.

A sua difesa, si potrebbe dire che, avendo subito in casa una cocente sconfitta politica, essendo stato mortificato pubblicamente da Beppe Grillo, e pure scaricato in extremis da Davide Casaleggio, il giovane capo politico abbia perseguito un realistico primum vivere.

Chi lo difende nel Movimento, sotto un rigido anonimato, insiste sul fatto che Di Maio sia ancora politicamente vivo, e anzi sia riuscito a collocarsi nel ministero più prestigioso, dal quale peraltro potrà incidere non solo sulla politica internazionale ma anche, sia pure indirettamente, sul tema rovente dell’immigrazione (tra cooperazione e intese internazionali).

Ma la realtà è più ruvida e brutale, e assai meno lusinghiera per Di Maio. Lui stesso – politicamente parlando -non sa più chi sia, fatica a riconoscere la sua stessa voce. In pochi mesi, è passato dall’alleanza con Salvini a quella con il «partito di Bibbiano»; dai gilet gialli al tifo per Emmanuel Macron (nel cui gruppo Renew Europe potrebbero addirittura finire gli eurodeputati M5s); dall’euroscetticismo al fare da stampella a Ursula von der Leyen; dalla lotta ai parametri Ue all’accettazione di un ministro dell’Economia che ne è tra i difensori più scatenati. Un naufragio totale: politico e ideale.

Anche su questo, i suoi difensori invocano la tesi di un Movimento sempre più post ideologico. Ma sono scuse: l’M5s di Di Maio si è rivelato una scatola vuota, dentro cui altri hanno potuto e possono mettere qualunque cosa, facendone un puro strumento di palazzo, senza idee.

E il capo politico – più debole ma tuttora in carica – si è mosso come un vecchio politicante da prima Repubblica in lotta per la sopravvivenza, con quattro mosse da manuale. Prima mossa: una collocazione lussuosa per sé. Seconda mossa: marcatura a uomo sul nemico principale, cioè Giuseppe Conte. Quest’ultimo avrebbe voluto come sottosegretario alla Presidenza del Consiglio un tecnico neutro (aveva già – ingenuamente quanto presuntuosamente – fatto veicolare ai retroscenisti il nome di Roberto Chieppa). E invece si ritrova in casa la figura politica più vicina a Di Maio, Riccardo Fraccaro, che avrà il compito di sorvegliarlo come un mastino. I bene informati raccontano che Conte, appresa la notizia, abbia urlato: ma invano. Terza mossa: accontentare tutte le correnti grilline nella distribuzione dei ministeri (e presto dei sottosegretariati): è infatti evidente come il correntone di Di Maio si sia dovuto sacrificare un po’ per lasciare spazio ad altre sensibilità interne al M5s (da Stefano Patuanelli a Lorenzo Fioramonti, passando per gli amici di Roberto Fico).

Ma, complessivamente, siamo davanti a una strategia più da Ncd o da Udeur che non da movimento rivoluzionario. Pura blindatura di potere, raffica di poltrone e poltroncine, lottizzazione correntizia. Peggio ancora: l’uso di un ministero (l’Ambiente a Sergio Costa) per contrastarne un altro (le Infrastrutture della Pd Paola De Micheli), inchiodando ancora una volta il Movimento alla dimensione del «no», del veto, del non fare. Pure in termini di qualità personali e profili, siamo lontanissimi dai «competenti» e dalle figure di altissimo profilo invocate appena una settimana fa da Grillo, il quale – alla prima curva – non avrà difficoltà a rinfacciare anche questo al suo ex pupillo.

Di Maio però (e qui sta la novità) ha preso a coltivare un’idea altissima di se stesso, che neanche si preoccupa più di celare o dissimulare. Nelle assemblee, tratta i parlamentari come i vecchi leader facevano con i peones. Fa capire che la sua preoccupazione è il proprio standing personale. E da ultimo, venendo meno a qualsiasi prudenza anche lessicale, ha lasciato cadere in conferenza stampa una battuta rivelatrice. Di Maio ragionava sulla sua rinuncia alla vicepresidenza del Consiglio (non «un passo indietro ma un motivo di orgoglio»). «Il Movimento», ha detto Di Maio, «è cresciuto nella convinzione che siano le idee a dover camminare per prime nelle istituzioni, poi ci sono le persone». E fin qui, siamo ai soliti scioglilingua grillini. Occhio alla parte successiva, però: «Uno vale uno, ma l’uno non vale l’altro», ha concluso il capo politico grillino. Torna alla mente – ma dubitiamo che Di Maio ci abbia pensato – la geniale e perfida annotazione di George Orwell nella Fattoria degli animali, rivolta contro lo stalinismo, ma a ben vedere contro tutti gli spacciatori ideologici di omologazione e uguaglianza forzata: «Tutti gli animali sono uguali, ma qualche animale è più uguale degli altri».

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