- In Italia sono 5.000 le ragazzine che rischiano di essere sottoposte a mutilazioni barbare
- Lo specialista Aldo Morrone: «Sono i capifamiglia a volere sottoporre le figlie agli interventi per chiedere una dote più alta quando le daranno in moglie. Dobbiamo investire sull’istruzione e fare capire che ogni danno fisico va condannato»
Lo speciale contiene due articoli
Gumato, una bambina di 13 anni, dopo settimane di dolori lancinanti, può finalmente alzarsi e muovere qualche passo nelle strade polverose del villaggio di Maikona, in Kenya. Urinare è uno strazio atroce e lo sarà per molti anni a venire, forse per tutta la vita. I genitori, approfittando della chiusura della scuola per il Covid, l’hanno portata a forza dalle donne anziane del posto, per sottoporla alla mutilazione genitale. Ora, secondo la tradizione, è pronta per andare in sposa, non tornerà più a scuola alla fine della pandemia. Nessun uomo la vorrebbe in moglie senza quel taglio perpendicolare, talvolta cucito con le spine, se è eseguita anche l’infibulazione.
Il Covid in Africa vuol dire anche questo. Il reportage trasmesso da Al Jazeera, è agghiacciante come la sua denuncia. Ma il fenomeno non è limitato all’Africa. Tante di queste giovani donne con le loro famiglie arrivano in Europa portandosi dietro una tradizione millenaria che continua a resistere a qualsiasi politica di integrazione nella cultura occidentale. In Italia le donne immigrate con questa mutilazione, sono circa 90.000, e ci sono anche 5.000 bambine a rischio. È una tradizione radicata, difficile da estirpare, anche se la famiglia vive in una realtà culturale diversa e le leggi vietano e puniscono tali interventi.
Un’indagine dell’università Milano Bicocca, finanziata dal Dipartimento delle pari opportunità, ha rilevato che in Italia le donne portatrici di mutilazioni genitali sono tra 85.000 e 90.000, di cui 5.000-7.000 minorenni, con Nigeria ed Egitto come maggiori tributarie.
L’incidenza è più alta tra le ragazze da Mali, Sudan e Somalia. Le giovani somale sono quelle più esposte. Le donne intervistate, in tutto 2.200, sono per lo più di prima generazione che arrivano in Italia mutilate e con tale tradizione molto forte. Il problema riguarda soprattutto le bambine che potrebbero essere costrette a effettuare viaggi in estate verso il luogo di origine per essere sottoposte alle operazioni. Su questo fenomeno particolare, ancora non si hanno dati. Ci sono rilevazioni invece, sul radicamento della pratica, nonostante le politiche di inclusione sociale e le campagne di informazione.
La Bicocca ha anche indagato l’opinione delle donne. Quelle favorevoli alle mutilazioni sono il 9,4%, mentre il 37,5% delle donne sono attive nel contrasto nel proprio Paese e in Italia. Ma la percentuale maggiore (42%) è inattiva, cioè non è mobilitata perché si abbandoni questa pratica. Questo vuol dire che la norma sociale è in fase di abbandono, ma con grande lentezza. È un processo che non avviene da un giorno all’altro. E anche se vivono in Occidente, queste donne faticano a staccarsi da tradizioni che hanno segnato generazioni di donne prima di loro. Le comunità più favorevoli a proseguire la pratica sono la nigeriana, l’etiope e l’egiziana. Rispetto al futuro, il 76,6% dichiara che non sottoporrebbe la figlia alle mutilazioni genitali. Per il resto, le donne hanno posizioni di compromesso: il 4,7% opterebbe per un rito di passaggio alternativo; il 3,8% per una pratica senza asportazione; il 7,8% la sottoporrebbe alla pratica di taglio con asportazione e, o infibulazione; il 7,1% non si è espressa in modo deciso.
Tra le motivazioni che stanno alla base della scelta della pratica ci sono le tradizioni culturali, al 22,5%, e l’accettazione sociale, al 13,2%. C’è anche un effetto legato al grado di istruzione. Oltre il 90% delle donne ad alta scolarità sono contrarie, mentre dice no il 60% di quelle poco istruite. Una percentuale ancora alta che diventa un muro all’inclusione sociale.
Le mutilazioni comportano l’asportazione parziale o totale dei genitali femminili esterni, e nei Paesi d’origine hanno motivazioni diverse, dal tentativo di annullare e soggiogare la sessualità femminile, all’iniziazione all’età adulta, alla convinzione che favorisca la fertilità. In alcune culture i genitali delle donne sono considerati portatori di infezioni o si crede che l’intervento sia previsto dal Corano.
Il blocco dell’attività scolastica, con la pandemia, come riferiscono le testimonianze riportate da Al Jazeera, ha incrementato in Africa le mutilazioni sulle bambine, ma anche le violenze sessuali e i matrimoni precoci, abbassando ancora di più l’età. Già a pochi anni vengono sottoposte alla pratica feroce del taglio, eseguita con strumenti artigianali. La «vittima» viene lasciata per giorni, con le gambe legate in attesa che il sangue coaguli e senza bere per non urinare. Molte di loro muoiono dissanguate e quelle che sopravvivono sono destinate a soffrire rapporti sessuali dolorosi e a partorire tra sofferenze strazianti. Una lacerazione insanabile anche psicologica. Saranno mutilate a vita.
Secondo quanto riporta l’Unicef, l’età in cui viene eseguita l’escissione è molto bassa. Generalmente sotto i 15 anni. In Egitto, il 90% dei casi accertati è stato compiuto su bambine in età compresa tra 5 e 14 anni. Ma in Etiopia, Mali e Mauritania, viene praticata su bambine sotto i 5 anni. In Yemen addirittura gli interventi sono compiuti, in tre quarti dei casi, su neonate entro le prime due settimane di vita.
La legge in gran parte dei Paesi africani vieta l’escissione degli organi sessuali delle donne ma la tradizione resiste soprattutto nelle aree più povere dove è condizione per un matrimonio. La scuola finora era un argine, come riferisce l’Amref Health Africa, gli insegnanti informavano i ragazzi dei rischi di questa pratica e molti casi venivano denunciati dagli alunni stessi. Perfino le vacanze erano state ridotte per non lasciare le bambine troppo tempo in casa. Ora con la pandemia questi argini sono saltati.
Secondo una stima recente del Fondo delle Nazioni Unite per la popolazione (Unfpa) ci saranno 2 milioni di mutilazioni in più di qui al 2030 in tutto il mondo, poiché il Covid ha interrotto gli sforzi globali contro tale barbarie. I fondi europei che dovrebbero aiutare i Paesi africani a uscire dalla povertà e a debellare questa tradizione ancestrale si sono rivelati inefficaci anche perché mancano i controlli sul loro utilizzo. Tra il 2014 e il 2020 il Kenya ha incassato dall’Ue ben 435 milioni di euro, ossia quasi lo 0,6% del gettito fiscale del Paese. La Corte dei conti europea ha ammesso che non hanno avuto alcun impatto tangibile «sul grado di sviluppo complessivo del Paese».
L’Africa, secondo l’Organizzazione mondiale della Sanità, è di gran lunga il continente in cui il fenomeno delle mutilazioni femminili è più diffuso, con 91,5 milioni di ragazze di età superiore a 9 anni vittime di questa pratica, e circa 3 milioni di altre che ogni anno si aggiungono. E dall’Africa arrivano gran parte dei flussi migratori nel nostro Paese.
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