È arrivata dopo quattro giorni. La prima distribuzione di acqua e cibo ai circa 3.000 migranti rimasti a Ceuta. E che non vogliono rientrare in Marocco. Ci ha dovuto pensare la Croce Rossa, il governo non è intervenuto.
Quando i giornalisti provano ad avvicinarsi, una schiera di operatori con le pettorine della Croce Rossa dicono che non parlano. Nessun contatto con i media. «Ricevono soldi pubblici dal governo», sussurra un attivista di Elin, una piccola associazione umanitaria locale, «evidentemente la linea è questa». Fare poco. O nulla. E quindi da giorni i migranti rimasti su suolo spagnolo, per lo più subsahariani, campano come possono. In un assordante silenzio da parte di Ong e paladini dei diritti umani.
Sono ammassati tra il centro di accoglienza temporanea già al collasso, e la spiaggia poco più giù, dove si riforniscono di acqua dalle docce pubbliche. Il cibo? Niente. Se non quel poco distribuito da qualche associazione locale di attivisti. E dal buon cuore dei residenti. Soprattutto quelli dei quartieri musulmani, impietositi dalle condizioni dei «fratelli». Macchine che arrivano, vengono circondate da sciami di affamati, e briciole che spariscono nel giro di qualche secondo.
«Quello che sta facendo il governo è una vergogna», dice un padre di famiglia con moglie e figlie stipate in macchina, «non si possono lasciare queste persone così». Evidentemente è il modello Pedro Sánchez. Idolo di progressisti e pro Pal. Sviolinate ai migranti «necessari per il Pil spagnolo» (e poco importa che il boom riguardi settori a bassa produttività con manodopera a poco costo e posti di lavoro del tutto volatili), attacchi ai Paesi europei «sovranisti». E poi, quando migliaia di migranti entrano a casa sua, arriva il benservito.
«La solidarietà e l’empatia sono opzionali, il rispetto delle regole no», ha detto il premier spagnolo prima di fare le valige per il buen retiro a Tenerife. Peccato che non sembri così. A partire dal rispetto del diritto internazionale, tanto caro ai governi umanitari, specialmente a casa degli altri. Perché quello che polizia e militari spagnoli hanno fatto a Ceuta, rimandando indietro i migranti del Marocco, con le buone o le cattive, a voler usare la penna rossa, non sarebbe tecnicamente corretto. Trattasi di respingimento.
Quello che l’Italia anche volendo non può certo fare a Lampedusa perché lì non c’è una frontiera da attraversare in pochi minuti, ma il mare. Quello che fa anche la Francia di Emmanuel Macron a Ventimiglia. Salvo poi puntare il ditino contro il neonato governo di Giorgia Meloni quando a novembre 2022 si rifiutò di assegnare un porto alla Ocean Viking di Sos Mediterraneé con 234 migranti a bordo. Gli stessi, Francia e Spagna, che oggi criticano Italia e Danimarca per aver promosso una lettera in cui chiedono all’Ue di rafforzare le frontiere esterne in modo che non si verifichino altre crisi come quelle di Ceuta. E magari non dover poi fare come la Spagna.
Strano concetto del diritto internazionale quello di Sánchez perché stando alle regole, una volta che i migranti entrano, poi non puoi semplicemente mandarli indietro. Quindi meglio prevenire. Perché una volta dentro, dovresti permettere loro di fare domanda di asilo. Con procedura accelerata nel caso di chi proviene da Paesi sicuri quale il Marocco, come prevede il nuovo Patto per la migrazione e l’asilo europeo.
Regole, quelle del diritto internazionale, che inchiodano l’Italia da anni, costretta a gestire flotte di Ong in mare e arrivi in massa a Lampedusa sempre sotto il fuoco incrociato di studi legali, politici immigrazionisti e organizzazioni umanitarie, pronti ad accusare il governo di violare i diritti umani. E a fare causa. Con il supporto delle toghe.
Vedi i continui ricorsi contro i fermi amministrativi alle navi Ong previsti dal decreto Piantedosi, le azioni legali contro lo Stato italiano per omissione di soccorso a Cutro con tanto di risarcimento danni, gli appelli alla Corte europea dei diritti dell’uomo a Straburgo contro i respingimenti verso la Libia. E poi altre richieste di risarcimento da parte del Tribunale civile di Roma a favore dei migranti trasferiti illegittimamente in Albania.
Per non parlare del caso da manuale. Quello contro l’allora ministro dell’Interno Matteo Salvini portato avanti da Open Arms. Ong spagnola il cui leader Oscar Camps da giorni più che con Sánchez se la prende con l’Europa e con l’iniziativa italiana di sospendere Shengen. Non certo contro Sánchez che proprio a febbraio l’ha insignito di una delle più alte onorificenze. Onore al merito civile per l’impegno «a favore di diritti umani e solidarietà internazionale».
Sempre con le tasche degli altri però. Perché la Ong spagnola davanti alle coste marocchine non si è mai fatta vedere. Tantomeno sulla rotta Africa-Canarie, sia mai dovesse poi sbarcare in Spagna mettendo in difficoltà il governo. Meglio setacciare il mare davanti a Libia e Tunisia, e traghettare i migranti verso l’Italia, come fanno tutte le altre flotte umanitarie.
Se questa è l’idea di diritto internazionale, non stupisce che anche rispetto a solidarietà ed empatia, la cordata progressista abbia un concetto tutto suo. Perché i 70.000 migranti arrivati dal Marocco, sono stati mandati indietro senza nulla. Già da sabato. Dopo due giorni di vagabondaggio a Ceuta sotto il sole cocente. Via a piedi verso la frontiera e un lungo cammino davanti. Senza una bottiglia d’acqua. Facile poi dire che gli hub in Africa non vanno bene. Troppo facile così.
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