Non è bastato il sacrificio di Saman e nemmeno i quattro ergastoli comminati ai suoi genitori e ai cugini che l’hanno barbaramente uccisa, se nello stesso paese in cui la diciottenne ha trascorso la sua breve vita, poche settimane fa, un’altra ragazza pakistana ha rischiato la stessa sorte.
È il pomeriggio del 4 giugno scorso, due passanti notano una giovane donna camminare sola in una strada secondaria che collega Novellara, in provincia di Reggio Emilia, con uno dei piccoli centri abitati che sorgono a qualche chilometro di distanza. È in evidente stato di choc: gli occhi sbarrati, confusa, sembra stia fuggendo da qualcosa o qualcuno. Sul suo corpo sono evidenti i segni di violenze subite: ha un braccio e una gamba tumefatti, graffi sul volto e grandi lividi sul collo.
I due la soccorrono, la fanno salire in auto e la portano di corsa al Pronto soccorso più vicino, dove viene medicata e, soprattutto, ascoltata. Con l’aiuto di un interprete racconta il suo calvario. Era arrivata in Italia nell’agosto del 2025 per raggiungere il marito, convinta che, nel nostro Paese, avrebbero potuto costruirsi un futuro, vivendo all’occidentale.
Ad attenderla invece, insieme al coniuge, ha trovato l’intera famiglia di lui, decisa a vivere, e a farla vivere, in un isolamento arretrato e integralista.
Un anno di segregazione e violenze
Appena scesa dall’aereo alla giovane sono stati sequestrati i documenti, le è stato impedito di uscire di casa, di incontrare altre persone, di frequentare i corsi di italiano che lei voleva imparare e di comunicare con l’esterno. E la risposta alle sue proteste è stata sempre la stessa: offese, minacce, violenze psicologiche, aggressioni di natura sessuale, oltre a calci, pugni e schiaffi quotidiani, per ridurla in uno stato di totale prostrazione.
Il giorno in cui è stata soccorsa, la ragazza era riuscita in qualche modo ad allontanarsi dal casolare in cui veniva, di fatto, tenuta prigioniera, ma poco dopo era stata raggiunta dal marito, dal suocero e dai due cognati che l’avevano fatta salire a forza sull’auto di famiglia per riportarla a casa. Lei, disperata, ha trovato il coraggio di reagire e si è buttata dall’auto in corsa per cercare aiuto. A quel punto l’hanno incontrata e soccorsa i due passanti.
L’ospedale dove è stata medicata ha allertato immediatamente i carabinieri e la procura di Reggio Emilia ha ottenuto misure cautelari nei confronti dei quattro uomini.
Il marito della donna, anche lui pakistano di 27 anni è stato arrestato e si trova in carcere a Reggio Emilia, mentre per il suocero (53 anni) e i due cognati (21 anni) è scattato, ieri, il braccialetto elettronico con il divieto di comunicare con la ragazza, di avvicinarsi a lei e l’obbligo di mantenere una distanza di almeno 1.000 metri.
Il precedente del delitto di Saman Abbas
Nell’aprile del 2021 esattamente nelle stesse campagne, Saman Abbas è morta a 18 anni, strangolata dai suoi parenti perché non accettava un matrimonio combinato. Il suo corpo è stato sepolto in uno dei campi vicino alla casa in cui abitava, gettato diverse ore dopo l’omicidio in una buca profonda un metro e mezzo, scavata da almeno due persone. Proprio lo scorso 15 luglio la Corte di Cassazione ha reso definitive le condanne per gli assassini di Saman: ergastolo per il padre, Shabbar Abbas, per la madre Nazia Shaheen, e per i cugini, Ijaz Ikram e Noman Ul Haq, mentre lo zio, Danish Hasnain, è stato condannato a 22 anni. Per tutti sono state riconosciute le aggravanti della premeditazione e dei futili motivi.
Novellara conta poco più di 13.000 abitanti, il 15% della popolazione è composta da immigrati.
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