Lo hanno trovato sdraiato a terra, in stato confusionale, e sono intervenute per soccorrerlo. Questa volta, però, non c’erano agenti nei paraggi e l’uomo, un marocchino di 57 anni, si è scagliato con violenza contro le operatrici della Croce Rossa. Ha aggredito a pugni una delle due e le ha sputato in un occhio, tanto che ora, oltre alle cure mediche, la volontaria dovrà sottoporsi anche alle profilassi previste per il rischio di malattie infettive.
L’episodio, avvenuto a Bologna, in una zona del centro storico qualche giorno fa, ricalca per molti aspetti la vicenda di Abderrahim Fakir, tranne che per l’epilogo. Fakir, marocchino di 42 anni che dava in escandescenze in zona Pilastro, è morto lo scorso 19 luglio mentre due agenti cercavano di contenerlo. E, in suo nome, si è mossa la sinistra, con tanto di manifestazione di piazza (poi degenerata in guerriglia) convocata dal sindaco, Matteo Lepore. E con nipote e sorella del deceduto in prima fila con le autorità, nel corteo per la Strage alla stazione del 2 agosto 1980.
Invece, nel caso in questione, che ha visto due volontarie assalite mentre – senza il supporto delle forze dell’ordine – svolgevano il loro compito, nessuno sembra essersi sperticato in manifestazioni di solidarietà, mentre per l’energumeno – cittadino marocchino con precedenti per reati contro la persona – non ci sono state sostanzialmente conseguenze, visto che dopo essere stato tratto in arresto è stato subito rilasciato dal giudice, che non ha ritenuto di dovere richiedere l’applicazione di misure cautelari.
L’aggressione alle operatrici della Croce Rossa
«L’equipaggio della Croce Rossa italiana, composto da due soccorritrici, era stato inviato per prestare assistenza a una persona segnalata come incosciente in Piazza San Francesco. Giunte sul posto e predisposta la barella per il trasporto, l’uomo ha improvvisamente reagito con violenza, colpendo una delle operatrici con schiaffi e spinte», hanno spiegato i colleghi delle operatrici sanitarie. «L’aggressione è poi degenerata quando l’uomo ha sputato contro la soccorritrice, raggiungendola all’occhio con saliva mista a sangue. La collega è stata immediatamente trasferita al Pronto soccorso, dove sono state attivate tutte le procedure previste per il rischio biologico».
Solo dopo che l’aggressione si era già consumata, sono state chiamate le forze dell’ordine e i militari dell’Arma sono intervenuti per mettere in sicurezza la situazione. A quel punto il cinquantasettenne, in forte stato di agitazione, ha tentato di opporre resistenza e solo una volta sedato è stato tratto in arresto per «violenza e minaccia a un pubblico ufficiale» e per «lesioni a personale esercente una professione sanitaria». Poche ore dopo però – nemmeno a dirlo – è stato rimesso in libertà su disposizione dell’autorità giudiziaria.
Le polemiche sul rilascio e la richiesta di più tutele
«Siamo di fronte all’ennesimo episodio di violenza nei confronti di chi dedica la propria vita a soccorrere gli altri. È inaccettabile che un’operatrice esca per salvare una persona e finisca lei stessa al pronto soccorso. Gli operatori dei servizi territoriali sono sempre più spesso chiamati a intervenire in contesti ad alto rischio, senza poter contare su adeguate misure di protezione», ha dichiarato Alfredo Sepe, Segretario regionale della Fials Emilia, chiedendo con un comunicato che dopo la gogna mediatica seguita alle azioni della polizia al Pilastro suona come un paradosso: «Una presenza più capillare delle forze dell’ordine negli interventi considerati a rischio».
Le indagini sul caso Fakir proseguono sulle utenze telefoniche
E a proposito del caso che ha prodotto polemiche e scontri violenti, le indagini sul decesso di Fakir, avviate dalla Procura di Bologna che procede per omicidio colposo con un fascicolo modello 45-bis, in cui sono iscritte sei persone (due agenti di polizia e quattro sanitari del 118) si stanno concentrando sulle sue utenze telefoniche. Gli investigatori hanno accertato che il quarantaduenne aveva in uso, oltre al cellulare in possesso abitualmente, anche una seconda utenza telefonica, che risulta tuttora attiva ma che non corrisponde a nessun apparecchio rinvenuto durante le perquisizioni, nemmeno quelle in un appartamento di Anzola dell’Emilia, che risulta essere ultimo domicilio ufficiale dell’uomo.
Anche l’analisi sul cellulare, che Fakir utilizzava quotidianamente, tuttavia, non ha dato frutti: il perito della Procura e i consulenti delle parti non sono riusciti, a causa di una password non decifrata, ad accedere in modo completo alla memoria, né dunque a completare una copia forense del contenuto del telefono, che rispetti i sei mesi di conversazioni a ritroso, fissati come necessari per le indagini.
Gli approfondimenti sulle utenze telefoniche di Fakir non sono secondari: gli inquirenti, infatti, stanno cercando di ricostruire i motivi e le situazioni che avevano spinto il quarantaduenne a recarsi tra i palazzoni del rione Pilastro, ben noto a Bologna come «quartiere difficile», un posto cioè dove l’integrazione delle diverse comunità immigrate che lo abitano non è riuscita e dove episodi di spaccio e di violenza sono – per così dire – nell’ordine delle cose. Nessuno ha saputo spiegare perché l’uomo si trovasse lì, e in condizioni di così grave alterazione, visto che né lui, né nessun altro dei suoi parenti, risulta residente in quella zona.
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