Tifosi della nazionale serba (Ansa)
Le tensioni in campo riflettono la geopolitica: Sarajevo vuole ritagliarsi spazio.
Sarebbe bello se tutto fosse dentro una sfida calcistica che decide chi tra Bosnia e Italia meriti maggiormente di accaparrarsi gli ultimi posti di un Mondiale che si annuncia extralarge non solo per le sedi, distribuite tra Stati Uniti, Messico e Canada (mai successo prima: tre nazioni per un solo torneo), ma anche perché quella del 2026 è la prima edizione allargatissima a 48 squadre.
Ma non tutto si ridurrà al campo e stasera nello stadio di Zenica, oltre al tifo delle curve, ci sarà quel rumore di fondo che è lo stesso che da anni echeggia in quei Balcani che l’Europa ha archiviato con disinvoltura e dimenticato troppo in fretta. Eppure quei Balcani rumoreggiano, borbottano rabbia e rancore. Così è bastata l’incosciente inquadratura sfuggita alla regia della Rai, che ritraeva l’esultanza di Dimarco, Esposito e Vicario in una saletta privata dello stadio di Italia-Irlanda del Nord, per aizzare gli animi e riempire di retorica politica la sfida calcistica. Aveva cominciato Edin Dzeko, una consolidata conoscenza italiana ancor oggi trascinatore della sua nazionale: «Noi giocheremo in uno stato molto molto caldo».
E per meglio capire l’elevata temperatura ci ha pensato l’ex romanista e juventino Miralem Pjanic: «A Zenica faremo il fuoco, non sarà piacevole per gli italiani essere lì». Ad aumentare il carico, infine, ecco il difensore del Sassuolo Muharemovic con un bel programmino: «Mangiarsi gli italiani, divorare chiunque verrà». Perché tanto livore? Davvero ci sono regolamenti di conti da saldare? No, evidentemente è il solito braciere balcanico che - ripeto - abbiamo sottovalutato e che spesso usa una retorica rude, scorbutica.
Che non ha mai regolato fino in fondo i conti interni e non ha trovato ancora pace. Il calcio che c’entra? C’entra come c’entrò per Maradona che punì con la sua mano - la mano de dios - i conti tra argentini e inglesi per le isole Malvinas/Falkland. Quell’Argentina che vide, proprio a Firenze in Italia 90, fallire un rigore e assieme l’epopea jugoslava: lo calciò malamente Faruk Hadzibegic, capitano dell’ultima nazionale slava piena di campioni e di rancori etnici che sarebbero esplosi da lì a poco, esattamente un anno dopo quel mondiale. Una guerra che durò 10 anni. L’eco di quei massacri torna nel rumore di fondo di Bosnia-Italia, così come entra ed esce in quella inchiesta che parla anche di nostri cittadini, cecchini a Sarajevo, che si divertivano a tirar schioppettate infami contro civili in fuga da altri cecchini e altre follie.
Nel brusio delle parole - troppe, esasperanti ed esasperate - dei giocatori ci sono echi dei rumori di Sarajevo o di Mostar o di Srebenica o di tutti quei luoghi teatro di un fine Novecento bestiale. L’Europa ha dimenticato la lezione dei Balcani, ha pensato che sarebbero bastati l’euro e un passaporto Ue per addomesticare quelle terre. Invece i calcoli potrebbero doversi rifare: ci sono richiami identitari che appartengono alle mappe politiche e culturali che sfuggono alle visioni di Bruxelles, convinta che la «taglia unica» vada bene a tutti. Invece no, e non bastano i richiami retorici. Serve la politica: chi sta monitorando la rotta balcanica? Non solo sotto il profilo migratorio ma anche per le connessioni con la Russia, con la Cina e con la Turchia che proprio con l’Unione europea si era impegnata - dietro il pagamento di tanti soldi - di tenere sotto controllo il traffico di umani. A Bruxelles andava bene così. Mentre Xi Jinping vede quelle zone come pezzi del proprio network infrastrutturale ma lo fa con un certo distacco, Vladimir Putin non ha mai smesso di parlare con i «suoi» Balcani, soprattutto dopo l’invasione in Ucraina, per evitare l’allargamento della «predicazione» Nato ed europeista. Lo ha fatto con la forza della fede e degli accordi energetici che vincolano non meno della identità. Lo stesso fa Erdogan con altrettanta retorica imperiale. I rancori che la vigilia della partita ha buttato fuori non sono la reazione all’esultanza di Dimarco. La cenere dei Balcani non è spenta: è sempre accesa, e i venti di guerra la alimentano. A due passi da noi.
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Gennaro Gattuso con la nazionale (Getty Images)
Siamo arrivati a 12 anni senza partecipare ai Mondiali, e da stasera potrebbero diventare 16. Nel frattempo sono nati e cresciuti fenomeni come Jannik Sinner e Kimi Antonelli, capaci di attrarre i ragazzi verso altri sport. In Bosnia il pallone si gioca la sua egemonia.
Si chiama mesmerismo, era una suggestione pseudo scientifica divenuta letteraria grazie a Edgar Allan Poe, coniata dal dottor Franz Mesmer nel diciottesimo secolo, e postulava l’esistenza di un fluido vitale tra gli individui capace di alimentarne il carisma, curando paturnie sia esistenziali, sia fisiche. Ce l’ha molto sviluppato Jannik Sinner, il mesmerismo. Pure Kimi Antonelli è un campione assai mesmerico.
Sapete quanti anni avevano Sinner e Antonelli l’ultima volta in cui la Nazionale italiana di calcio disputò un Mondiale? Jannik 13. Sarebbe diventato professionista della racchetta quasi due anni dopo. Kimi otto. Era il 2014, all’epoca il pallone deteneva l’egemonia sull’immaginario sportivo nazionalpopolare. Poi c’è stata la sventura degli azzurri di Ventura, eliminati dalla Svezia nello spareggio del 2017, e a parte la ricca parentesi di Euro 2020, l’Italia non disputa un Mondiale da due edizioni. Tanto per capirci: un ragazzino italico oggi iscritto alle medie, in un evento così prestigioso, la Nazionale non l’ha mai ammirata.
Dunque o stasera contro la Bosnia Herzegovina gli uomini di Gennaro Gattuso si fanno onore, o l’eventualità che il pallone, insidiato da altri sport rampanti, smarrisca il primato di ispiratore di carriere per campioni del futuro diventa concreta. Questa è una sorprendente notizia. Federico Dimarco e Pio Esposito hanno ostentato sicumera ridanciana, paparazzati dalle telecamere mentre sghignazzavano quando la Bosnia ha battuto il Galles nel match giocato il 26 marzo scorso che avrebbe decretato l’avversario dei nostri. «È stata un’esultanza istintiva, non volevo mancare di rispetto», si è difeso l’interista.
Edin Dzeko, quarantenne capitano dei bosniaci, ariete che ha costruito la sua gloria agonistica nel nostro Paese sfoggiando le casacche di Roma, Inter e Fiorentina, non risparmia stilettate: «Se gli azzurri temevano il Galles, non sono più quelli di una volta. Amo l’Italia, ci ho vissuto nove anni splendidi, sentirò la partita più di tutti. Però loro non hanno più Totti o Del Piero, i giocatori di una volta erano diversi». E ancora: «Pure i critici sostengono che nel calcio italiano manchi l’intensità. Mi aspetto una partita assai tattica. Il campo di gioco sarà brutto? Alcuni campi italiani non sono migliori», conclude, alludendo allo stadio Bilino Polje di Zenica. Più che un impianto, un avamposto cyberpunk forgiato col ferro della cortina in cui i cascami tetri della combattiva tifoseria balcanica alimentano l’epica da chanson de geste.
Fu inaugurato nel 1972 con una capienza di 30.000 persone; poi gli ammodernamenti l’hanno ridotta a 13.000. Le tribune sono vicinissime tra loro e a ridosso del rettangolo verde, l’acustica amplifica le grida dei supporter, radicalizzando l’effetto bolgia come ingrediente emotivo di sicura efficacia per la compagine di casa, i cui sostenitori sono stati multati di 60.000 franchi svizzeri dalla Fifa per tifo scorretto. In più, stasera potranno accedere solo 10.400 tifosi, con meno di 1.000 posti dedicati ai temerari fan nostrani. Non scordando un meteo attestato sui 2-3 gradi di temperatura. Ad accrescere l’adrenalina guerresca ci pensa la cronaca: la Procura di Milano starebbe indagando circa la presenza, a cavallo tra 1992 e 1996 (gli anni della guerra di Jugoslavia e dell’assedio di Sarajevo), di cittadini italiani che avrebbero letteralmente pagato di tasca propria le milizie serbo-bosniache per sperimentare l’ebbrezza del mestiere di cecchino, sparando sugli abitanti.
E mentre Gattuso si arrovella sulla formazione e pensa di schierare davanti a Donnarumma, Mancini, Bastoni, e Calafiori, con Politano, Barella, Locatelli, Tonali, Dimarco a centrocampo, Retegui e Kean sul terminale offensivo, una statistica rinfrancante: l’Italia è rimasta imbattuta in cinque dei sei precedenti contro i balcanici. Ma stasera, si diceva, si saggerà la tenuta del movimento calcistico in un’epoca mai così feconda per lo sport nazionale.
Domenica scorsa, Jannik Sinner ha centrato il «Sunshine double», la duplice vittoria nei tornei master 1000 di Indian Wells e Miami, arrivando a 26 tornei complessivi vinti nell’Atp. Una nidiata indomita di tennisti azzurri, con Lorenzo Musetti numero 5 del ranking, Flavio Cobolli e Luciano Darderi nella top 20, Matteo Berrettini redivivo e tra gli eroi di Davis. Kimi Antonelli su Mercedes, col Gran Premio vinto in Giappone, è il più giovane capoclassifica di sempre nella storia della Formula 1, e il primo italiano a riuscirci dai tempi di Alberto Ascari, nel 1952. Nella motoGp, Marco Bezzecchi su Aprilia ha vinto il Gran Premio di Austin, insediandosi al primo posto nel campionato piloti. Nella recente olimpiade di Milano-Cortina, una Federica Brignone eroica ha trionfato nel supergigante e nello slalom gigante.
Non scordando le vittorie mondiali del volley azzurro maschile e femminile. Se fanciulli in cerca di idoli da imitare decidessero di pescare nel carniere dello sport italiano, potrebbero tappezzare la camera di poster. E i calciatori sarebbero una delle tante, mesmeriche suggestioni. Ma non l’unica.
Viktor Orbán (Ansa)
Ricatto elettorale: Bruxelles valuta, in caso di vittoria di Viktor Orbán, di togliere il veto a Budapest o cacciarla dall’Ue.
Il 12 aprile è una data cerchiata in rosso nei palazzi di Bruxelles. Quel giorno gli ungheresi torneranno alle urne e, se Viktor Orbán dovesse ottenere un nuovo mandato, l’Unione europea si troverebbe di fronte a uno scenario che molti, nelle istituzioni comunitarie, considerano ormai inevitabile: la necessità di andare avanti anche senza il consenso di Budapest.
Il rapporto tra il premier ungherese e l’Ue è da anni attraversato da tensioni profonde, ma negli ultimi mesi lo scontro sembra aver raggiunto il suo culmine. Il veto posto da Budapest su un prestito destinato all’Ucraina, dopo un via libera iniziale, ha irritato diversi governi europei. «Nessuno può ricattare il Consiglio europeo», ha dichiarato il presidente António Costa, dando voce a un malumore diffuso tra Bruxelles e Strasburgo. A questo si sono aggiunte le accuse - tutte da verificare - di contatti costanti tra esponenti ungheresi e Mosca, in un momento in cui la guerra in Ucraina resta il principale banco di prova della coesione europea.
È in questo clima che, secondo un’analisi pubblicata da Politico, le capitali europee starebbero già discutendo possibili contromisure nel caso di una nuova vittoria di Orbán. Non si tratta di decisioni formali, beninteso, ma di ipotesi ancora allo studio, riferite da fonti diplomatiche, che delineano però un cambio di passo potenzialmente radicale: non più solo tentativi di mediazione, ma strumenti per limitare la capacità di veto di uno Stato membro considerato sempre più «ingombrante».
La prima strada riguarda il cuore del processo decisionale europeo: il voto. Alcuni Paesi spingono per estendere il ricorso alla maggioranza qualificata anche in ambiti oggi soggetti all’unanimità, come la politica estera o parti del bilancio pluriennale. In sostanza, si tratterebbe di ridurre il potere di blocco dei singoli governi, rendendo più rapida l’azione dell’Ue. Una soluzione, questa, che avrebbe il vantaggio dell’efficacia, ma che tocca uno dei pilastri dell’Unione, fondato proprio sull’accordo tra tutti gli Stati membri.
Un’altra opzione sarebbe quella di un’Europa «a più velocità», con gruppi di Paesi pronti a procedere insieme su singoli dossier, lasciando indietro chi non intende partecipare. Formati flessibili, coalizioni di «volenterosi», cooperazioni rafforzate: strumenti già utilizzati in passato e che potrebbero diventare più frequenti. Il rischio, tuttavia, è quello di una frammentazione crescente, con un nucleo centrale che decide e altri Paesi relegati ai margini.
Più diretta sarebbe, invece, la leva finanziaria. Bruxelles potrebbe cioè rafforzare i meccanismi che legano l’accesso ai fondi europei al rispetto dello Stato di diritto, arrivando a sospendere o bloccare i finanziamenti in caso di violazioni (vere o presunte, non importa). In teoria, è un’eventualità già prevista nelle proposte sul prossimo bilancio pluriennale, ma che resta politicamente delicata e giuridicamente complessa. Anche perché Budapest ha già fatto sapere che, in assenza di risorse europee, non avrebbe interesse a sostenere l’intero impianto del bilancio.
Come quarta opzione, c’è poi lo strumento più drastico previsto dai Trattati: l’articolo 7, che consentirebbe di sospendere i diritti di voto di uno Stato membro. Una procedura già avviata nei confronti dell’Ungheria, ma di fatto bloccata, perché richiede l’unanimità degli altri Paesi. E proprio qui emerge il paradosso: per aggirare il veto di Budapest, servirebbe un accordo che, nei fatti, rischia di essere a sua volta paralizzato da altri governi, a partire dalla Slovacchia.
Infine, ci sarebbe l’ipotesi più estrema e, al momento, puramente teorica: l’espulsione dell’Ungheria dall’Unione. I Trattati non la prevedono, ma in ambienti diplomatici circolano riflessioni su possibili soluzioni giuridiche alternative, come un uso «creativo» delle norme sull’uscita volontaria (come l’articolo 50, attivato dal Regno Unito per abbandonare la baracca e avviare la Brexit). Si tratta, tuttavia, di uno scenario che gli stessi funzionari europei definiscono irrealistico, anche per le possibili conseguenze geopolitiche.
Il quadro che emerge, insomma, è quello di un’Unione che si prepara a gestire un conflitto interno sempre più aspro. Da un lato, la volontà di evitare che un singolo Paese possa bloccare decisioni ritenute strategiche. Dall’altro, il rischio di mettere in discussione princìpi fondamentali come l’uguaglianza tra Stati e il rispetto delle dinamiche democratiche nazionali.
A Bruxelles, per adesso, si parla di «piani di contingenza». Ma il fatto stesso che queste opzioni siano sul tavolo appare piuttosto inquietante. Se fino a pochi anni fa si cercava - almeno a parole - di integrare e convincere, oggi si ragiona anche su come aggirare le norme, arrivando persino a ipotizzare ingerenze politiche - sotto forma di pressioni e ricatti - ai danni di un governo democraticamente eletto. Alla faccia dello Stato di diritto.
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Giancarlo Giorgetti e Matteo Salvini (Ansa)
Pressing su Bruxelles perché l’Italia, che ha conti migliori di Francia e Germania, in questa fase possa sforare il Patto di stabilità. Il vicepremier: «Stop al Green deal». Il ministro dell’Economia vuole misure ad hoc per le aziende energivore. Bollette luce +8,1%.
«Con i conflitti aperti nel mondo e con le ricadute economiche e sociali in Italia, mi sarei già aspettato dall’Unione europea la sospensione del Green deal e delle regole del patto di stabilità». Il vicepremier e ministro per le Infrastrutture, Matteo Salvini, torna a fare pressing su Bruxelles. Peraltro, l’Italia non è più il malato d’Europa che chiede sconti, o trattamenti di favore.
La sollecitazione viene mentre il Paese è in una condizione di finanza pubblica migliore di Francia e Germania, per quanto riguarda il deficit. Il traguardo dell’uscita anticipata dalla procedura d’infrazione per deficit eccessivo è stato mancato per un decimo di punto: nel 2025 il rapporto con il Pil si è attestato al 3,1%, in miglioramento rispetto al 3,4% del 2024, ma comunque sotto l’asticella prevista dal Patto di stabilità.
Non un dramma, se ci trovassimo in una situazione internazionale senza tensioni. La corsa dei prezzi energetici, l’impossibilità di prevedere i tempi di rientro del conflitto in Iran, complicano lo scenario. Questo spiega la richiesta di Salvini, affinché la Commissione metta da parte le posizioni dogmatiche per decisioni di buon senso e il tono allarmistico di chi vede il rischio di vanificare gli sforzi finora fatti per risanare i conti pubblici. «Bisogna sospendere all’istante il Green deal e il Patto di stabilità, altrimenti si mette male», dice senza tanti giri di parole il ministro. A questo si aggiunge un messaggio rivolto al Paese. «È una follia che non abbiamo ancora messo l’acceleratore sul nucleare, bisogna avviarlo entro la fine della legislatura, individuando i siti. Non possiamo rimanere uno dei pochi grandi Paesi occidentali a non avere questa fonte energetica. Gli altri stanno investendo mentre noi siamo ancora qui a dibattere. Essere autosufficienti è fondamentale. Se mai si parte, mai si arriva».
La crisi morde anche il settore agricolo. E a chiedere interventi stavolta non è solo l’Italia ma anche Parigi, sulla stessa linea nel reclamare la sospensione del Cbam, il dazio climatico dell’Ue ai fertilizzanti importati dai Paesi extra Unione, i cui costi sono già aumentati per via della chiusura dello Stretto di Hormuz. Lo ha sottolineato il ministro dell’Agricoltura, Francesco Lollobrigida, ieri a Bruxelles per il Consiglio Agrifish. «L’Unione non deve perdere tempo, ma deve agire per aiutare il settore agricolo in un contesto drammatico in cui i costi di produzione stanno salendo e vanno a toccare le tasche di tutti i cittadini», dato che si scaricano poi sui prezzi all’ingrosso e su quelli al dettaglio, alimentando l’inflazione.
Lollobrigida poi chiede «un atteggiamento diverso dell’Europa, e non cieco» per tutelare i produttori europei di riso. Il problema è che Bruxelles continua a stabilire quote di importazioni senza dazio da Paesi extra Ue che hanno costi di produzione più bassi perché sfruttano il lavoro minorile e non adottano le norme europee imposte agli agricoltori europei.
Ieri è arrivato il consueto aggiornamento dei prezzi dei carburanti dall’Osservatorio del ministero del Made in Italy. La benzina è a 1,74 euro/litro e il gasolio a 2,05 euro. Gli effetti del taglio delle accise sono stati bruciati. Il provvedimento scade il 7 aprile e quei 25 centesimi congelati torneranno a scaricarsi sul pieno alla pompa. Al momento il governo non ha preso una decisione per il prolungamento di questa misura, frenato da una congiuntura critica (le stime di crescita di un già risicato 0,5% sono state ritoccate al ribasso).
Questo spiega la sollecitazione al G7 Finanze e Energia del ministro dell’economia Giancarlo Giorgetti per un intervento «coordinato a livello globale, tenendo ben presenti gli insegnamenti del 2022-23» ai tempi dell’attacco russo all’Ucraina. Per Giorgetti, che si è focalizzato soprattutto sul problema critico per le industrie energivore che rappresentano il 20% della manifatturiera italiana, «le misure per contrastare l’aumento indiscriminato dei prezzi devono essere mirate, temporanee e basate su un approccio condiviso». Giorgetti ha quindi sottolineato identità di vedute con la presidente della Bce, Christine Lagarde, su un «giusto mix tra politica monetaria e fiscale».
Ieri un nuovo rally delle quotazioni del petrolio è stato innescato dalle minacce del presidente Usa, Donald Trump, alle infrastrutture energetiche di Teheran - compreso il terminal dell’isola di Kharg - e dalle parole circa la possibilità per gli Stati Uniti di «impadronirsi del petrolio» iraniano. In un’intervista al Financial Times, Trump ha paragonato l’attuale situazione a quella del Venezuela dopo la destituzione di Nicolás Maduro. Il mercato ha reagito di conseguenza.
Intanto Arera ha comunicato che nel secondo trimestre del 2026, la bolletta elettrica per il cliente tipo vulnerabile servito in Maggior Tutela aumenterà dell’8,1%.
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