Suicidio assistito. Non aprite quella porta
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  • Svizzera e Oregon mostrano le gravi conseguenze sociali di questa pratica: anche chi è depresso o si sente un peso opta per l’autoeliminazione. E con il «turismo della morte» c’è chi si fa i soldini.
  • La bioeticista Giulia Bovassi: «Dalla sentenza Cappato non consegue alcun vuoto legislativo. E con il ddl rischiamo un’eutanasia estesa».

Lo speciale contiene due articoli

Non aprite quella porta, recita il titolo del celebre film horror del 1974 diretto da Tobe Hooper. Ed analogo appello si potrebbe rivolgere – trattandosi comunque di tema macabro – contro il suicidio assistito, se la «porta» alla pratica non fosse già stata schiusa, sia pure solo parzialmente, dalla Corte costituzionale con il pronunciamento 242 del 2019, più nota come sentenza Cappato. Certo, in cinque anni e mezzo a questa parte, in realtà, in Italia si sono verificati appena sei casi di suicidio assistito, l’ultimo il 14 febbraio scorso, con il decesso programmato di «Serena», nome di fantasia di una signora lombarda di 50 anni affetta da sclerosi multipla progressiva. Questo però non è un buon motivo per tirare un sospiro di sollievo, date le numerose evidenze internazionali circa le disastrose conseguenze sociali che comporta la morte on demand.

Anzitutto, c’è da dire che il suicidio assistito una volta legalizzato sembra favorire il dilagare di… tutti i suicidi. Non è un caso che l’Oregon – che nell’ottobre 1997 divenne il primo Stato americano a dotarsi di una legislazione in materia – non solo abbia il secondo tasso di suicidi più elevato degli Stati Uniti, ma sia anche il Paese dove si registra una maggiore crescita del fenomeno; se infatti tra il 1999 e il 2010 il tasso di suicidio tra uomini e donne di età compresa tra 34 e 65 anni negli Stati Uniti è lievitato del 28%, nell’Oregon quell’aumento è stato addirittura del 50%. Tuttavia, anche limitandosi ai suicidi assistiti propriamente detti sono molte le perplessità che emergono e che fanno pensare che «aprire quella porta», ormai oltre un quarto di secolo fa, sia stato quanto meno incauto.

Fa testo, su questo, una indagine realizzata da Claud Regnard, Ana Worthington e Ilora Finlay – pubblicata sulla rivista Bmj supportive & palliative care – con cui si sono esaminati i circa 2.500 casi di suicidio assistito verificatisi nello Stato americano tra il 1998 e il 2022. Un arco di temporale pluridecennale, esaminando il quale si è visto come, spesso, manchino informazioni sulle complicazioni cliniche degli aspiranti suicidi, mentre non vengono nemmeno raccolti i dati fondamentali alla base delle decisioni mediche, sull’efficacia dei farmaci letali utilizzati e sull’entità del supporto alle cure palliative. Non solo. Regnard e colleghi hanno visto come, man mano che passa il tempo, i rinvii alla valutazione psichiatrica – cruciale per stabilire le motivazioni della richiesta di morte on demand – tendano a ridursi; così, se nei primi tre anni di legislazione i medici avevano richiesto una valutazione psichiatrica dei pazienti nel 28% dei casi, nel 2004 questa stessa percentuale era crollata al 5% e nel 2022 all’1% appena. In pratica, non ci si pone neppure più il problema se chi chiede di morire sia mentalmente sano, depresso e davvero capace di intendere e volere. Lo si asseconda e addio.

È nebbia pure sulle cure palliative, come noto indispensabili per arginare il dolore di chi soffre. Eppure, nell’Oregon, se da un lato risultano – almeno formalmente – assicurate a oltre il 90% di quanti poi accedono al suicidio assistito, dall’altro non è ben chiaro chi le abbia fornite loro. Il suicidio assistito nello Stato americano avviene non di rado attraverso l’assunzione di un cocktail di farmaci letali, il che non è affatto detto che assicuri un decesso indolore e istantaneo. Anzi: il tempo necessario a morire è in costante crescita, se si pensa che è lievitato dai 30 minuti del 1998 ai 53 nel 2023, anno in cui un aspirante suicida è rimasto in agonia per qualcosa come 137 ore: oltre cinque giorni. E questa sarebbe «una dolce morte»? Ci si permetta di dubitarne. Ovvio, si può sempre replicare che gli Stati Uniti sono un mondo a sé. Il punto è che gli effetti sociali -purtroppo esiziali – della legalizzazione del suicidio assistito sono ampiamente documentati anche in Europa.

Nel 2020 il bioeticista David Albert Jones, in un articolo intitolato Euthanasia, assisted suicide, and suicide rates in Europe, ha esaminato le conseguenze sociali della legalizzazione del suicidio. Ebbene, prendendo l’arco temporale che va dal 2010 al 2017, Jones ha osservato come il tasso suicidario in Austria – Paese che non ammette suicidio assistito – sia diminuito mentre lo stesso valore, nella vicina Svizzera, non solo non sia calato, ma sia addirittura aumentato; forse perché quest’ultima è meta, come mostrano casi anche della cronaca italiana – si pensi a dj Fabo – di persone intenzionate a farla finita? Difficile non misurarsi con questo dilemma.

A proposito di Svizzera, quello elvetico è senza dubbio un altro esempio di cosa comporti la legalizzazione del suicidio assistito; e cioè svariate e non esattamente piacevoli conseguenze. In primo luogo, un aumento sostanzioso dei casi, lievitati dai 63 del 1999 ai 1.252 del 2023: un boom pari a quasi +1900% in meno di un quarto di secolo. In seconda battuta, spaventa constatare come molti di questi decessi assistiti siano esito di un turismo della morte che non ha nulla a che vedere con insopportabili sofferenze fisiche. Qualche esempio? Nel febbraio 2022, due sorelle americane di 54 e 49 anni hanno chiesto e ottenuto un suicidio assistito congiunto affermando di soffrire di disagi come insonnia cronica, vertigini e mal di schiena, aggiungendo semplicemente di essere «stanche di vivere». Qualche anno prima, nel novembre 2016, due fratelli hanno fatto ricorso al tribunale civile di Ginevra per impedire il suicidio assistito del loro terzo fratello – che l’ha poi ottenuto – perché era affetto da depressione, ma non da gravi patologie; il che non è un caso isolato. Uno studio pubblicato sul Journal of medical ethics ha infatti scoperto, esaminando i suicidi assisti elvetici tra il 2008 e il 2012, come il 34% di quanti vi avevano fatto ricorso non fosse affetto da alcuna malattia mortale. In effetti, già nel 2003 in Svizzera si era data morte assista a un fratello e una sorella francesi, di 29 e 32 anni, affetti da schizofrenia; e l’anno dopo ad avvalersi di analogo servizio – agendo all’insaputa dei familiari, rimasti sconvolti per l’accaduto – era stata una coppia britannica affetta da diabete ed epilessia, ma non certo in fin di vita.

In tutto ciò, non manca chi ci guadagna. Eloquente, al riguardo, un’inchiesta uscita il 7 maggio 2019 sulle colonne della Neue Zürcher Zeitung a firma di Erich Aschwanden in cui si raccontava come il patrimonio dell’associazione Exit – attiva nell’accompagnamento al suicidio e con sempre più iscritti (oggi oltre 150.000) – in pochi anni sia triplicato, passando dai 9,4 milioni di franchi svizzeri del 2013 a quasi 30 milioni. Ma di questo i media non parlano, anzi. In uno studio di Kalima Carrigan – realizzato considerando gli articoli della stampa internazionale tra il 2002 e il 2021, intitolato One-way ticket to Zürich – si è visto come i «principali media» tendano a raccontare l’obbligo di recarsi in Svizzera per ottenere il suicidio assistito come una faccenda «obsoleta e ingiusta», a danno «delle persone vulnerabili e delle loro famiglie», costretti ad agire quasi da «criminali per evitare sofferenze inutili».

Sui frutti sociali amarissimi della morte on demand, silenzio. Guai a raccontarlo, il lato oscuro della cosiddetta autodeterminazione. E sì che basterebbe riferire, come sia pure sinteticamente fatto qui, le esperienze dell’Oregon o della Svizzera per farsi venire delle domande. Le stesse che attivisti e politici italiani che spingono per il cosiddetto di diritto di morire evitano accuratamente che i cittadini si pongano.

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