Jas Gawronski, habemus papam: Robert Francis Prevost.
«Il suo inizio mi è piaciuto molto. Ha indossato i paramenti sacri, a differenza del predecessore. Bergoglio s’era presentato in tunica bianca, rifiutando la tradizione».
È un segno di discontinuità?
«Bisognerà vedere se anche lui andrà ad abitare a Santa Marta. Oppure, come sarebbe logico e auspicabile, nel Palazzo Apostolico, vicino San Pietro. La decisione di Bergoglio aveva complicato molto la vita del Vaticano».
Altra scelta simbolica.
«Ma abbastanza inutile. Ci sono gli appartamenti papali. Che ragione c’era per non usarli?».
Serviva a rimarcare sobrietà.
«Invece, ha comportato persino ulteriori costi».
Nessuno, comunque, ha eguagliato la popolarità di Wojtyla: lei è stato il primo giornalista a intervistarlo.
«Il giorno della sua elezione ero in piazza. Il pensiero iniziale fu egoistico. Era polacco come me: “Avrò un aggancio”, pensai».
Alla folla, disse: «Se mi sbaglio, mi corriggerete». Quarantasei anni dopo, il nuovo pontefice ha esordito: «La pace sia con tutti voi».
«Allora ci fu più spontaneità. Pronunciò la frase sornione. Era divertito da quello che vedeva. Anche Leone XIV ha detto delle cose bellissime, ma si percepiva l’emozione. E aveva un testo da leggere».
Come scrive nel libro Da Giovanni Paolo II a Giovanni Agnelli. Dialoghi del Novecento, un giorno la chiamò monsignor Stanislao Dziwisz, il segretario di Wojtyla.
«Mi chiese: “Per caso è libero domani sera? Il Santo Padre vorrebbe invitarla”».
Seguirono molti incontri.
«Sempre a cena: in una piccola stanzetta da pranzo, nei suoi appartamenti. Si cominciava alle sette e mezza di sera e si finiva alle nove e trenta».
Cosa mangiavate?
«Era la domanda di tutti».
Quindi?
«Pasta, patate e cattivo vino di Frascati».
E l’intervista?
«Dopo due o tre cene, gli chiesi: “La prossima volta posso portare il registratore?”. Non osai chiedere apertamente».
Perché?
«Non era mai successo prima. Cavallari e Montanelli avevano pubblicato i resoconti degli incontri con due Papi. Però, come loro stessi spiegarono, non si potevano prendere appunti e nemmeno fare domande».
Bergoglio, poi, non ha lesinato.
«Con dichiarazioni quasi giornaliere».
Troppe?
«Un personaggio, per diventare attraente, deve avere due caratteristiche. La prima: essere importante. La seconda: non concedersi. Altrimenti, diventa banale».
Anche Fidel Castro non si concesse facilmente.
«L’ho intervistato due volte. Gli chiesi: “Perché porta sempre quell’uniforme da guerrigliero? Ormai i tempi eroici della Sierra Maestra sono finiti”. E lui, dandomi del tu: “Al Papa, gliel’hai chiesto perché porta quel vestito bianco?”»
Wojtyla le parlò di politica: Hitler e Stalin, Saddam Hussein e George Bush, Eltsin e De Gasperi.
«È stata l’unica volta per un Papa. Accettare un microfono fu una novità assoluta. Non parlare di religione sembrò quasi rivoluzionario».
Lo scoop uscì sulla Stampa. Venne ripreso in tutto il mondo.
«Un prelato arrivò a dirmi: “Vale più di tre encicliche”. Fu il complimento più bello».
Perché Wojtyla chiamò lei?
«Intanto, gli faceva comodo colloquiare con un polacco come lui. Voleva capire meglio la politica italiana, scoprire i palazzi romani».
E poi?
«Detestava mangiare da solo. Credo che non lo abbia mai fatto. Con il tempo, ho capito che aveva bisogno di compagnia. Gli piaceva parlare. Ma il motivo principale dei nostri incontri fu un altro».
Quale?
«Ero il nipote di Pier Giorgio Frassati».
Il fratello di sua madre. Sarà proclamato santo il 3 agosto 2025.
«Fu proprio Wojtyla a beatificarlo. Ha parlato di lui tante volte pubblicamente, con entusiasmo e devozione immensi.
Come lo ricorda?
«Non era un frequentatore di sagrestie. Passava più tempo fra i poveri. Aveva capito che la religione non consisteva solo nel pregare, ma soprattutto nell’aiutare. Difatti è morto ad appena 24 anni per una poliomielite fulminate, che si prese frequentando i bisognosi».
Anche Bergoglio, per spronare i giovani, ha citato una sua frase: «Bisogna vivere, non vivacchiare».
«Con meno convinzione, però. Invece Wojtyla, quando parlava di Pier Giorgio, s’illuminava. Erano molto simili: amanti della montagna, atletici, sportivi».
Apparteneva all’altissima borghesia torinese. La vostra era una famiglia religiosa?
«Per niente. Ai suoi funerali arrivarono centinaia di poveri. Si stupirono tutti. Non sapevano nulla di quella vita. Quando è morto, gli trovarono in tasca un pezzettino di carta col nome di un medicinale da comprare per un malato. Usava per gli altri i soldi che gli dava il padre».
Era Alfredo Frassati, suo nonno, editore e direttore della Stampa. Si dimise nel 1925, per protesta contro Mussolini.
«Lo costrinsero a vendere il giornale a Giovanni Agnelli».
Curiosamente, lei è diventato uno dei migliori amici del nipote: Gianni.
«L’Avvocato sfotteva mio nonno perché era parsimonioso. Gli rispondevo: “Almeno non si è mai fatto fotografare in orbace, come il tuo”».
Si sentiva in colpa?
«Era incapace di questo genere di sentimenti. Del resto, non era stato lui l’autore di quell’esproprio. All’epoca era un bambino».
Vi siete poi conosciuti da ragazzi.
«A Torino. Io cominciavo a fare il giornalista. Lui era affascinato dal comunismo, lo spionaggio, le prigioni. Voleva sapere come si viveva sotto un regime».
Anni dopo, avrebbe persino assistito alle sue famose telefonate del mattino.
«Quando ero ospite da lui, lo raggiungevo in camera per commentare i quotidiani. Il suo centralino cominciava a chiamare alle sei. La prima cosa che chiedeva sempre era: “Ma ti ho svegliato?”. Nessuno che gli abbia mai risposto: “Sì”. Ammettere che a quell’ora si può anche dormire, sembrava a tutti una vergogna».
Durante un volo in elicottero, le disse: «Se avessi potuto scegliere non avrei investito a Torino, non nell’auto, non in Italia».
«Pensava che, dal punto di vista finanziario, sarebbe stato più conveniente vendere la Fiat».
Non lo fece, però.
«L’immagine per lui era tutto: prima c’erano il patriottismo, l’interesse nazionale, il senso delle istituzioni».
Gli eredi hanno assecondato quell’intimo desiderio. La Fiat non è più italiana.
«Gli eredi sono diversi. Non hanno l’ossessione per l’immagine, che l’Avvocato estremizzava».
Le beghe testamentarie hanno offuscato il suo mito?
«Meno di quanto si potrebbe immaginare. In fondo, se ne parla sempre in positivo».
Cosa pensa della guerra legale tra figlia e nipoti?
«Penso che Margherita abbia fatto male a intentare causa per qualche miliardo in più. Non ne ha bisogno. E mette in cattiva luce tutta la famiglia».
Dopo le celebri interviste e il glorioso periodo alla Rai, nel 1981 cominciò la sua carriera politica.
«Mi ero candidato con il Partito repubblicano al Parlamento europeo. Fui il primo dei non eletti, dietro Susanna Agnelli. Due anni dopo, Suni si dimise. Mi chiese di prendere il suo posto».
E lei?
«Facevo il corrispondente a Mosca. Cominciavo però ad averne abbastanza della tetra capitale ai tempi di Breznev. Ero incuriosito dalla politica. Ci ho pensato per una settimana. Alla fine, lasciai la Rai».
Anni dopo, il suo nome fu trovato nel dossier Mitrokhin?
«Mentre ero in Urss, tre o quattro volte i servizi mi chiesero di collaborare. Offrirono una ricompensa. Volevano che spiassi le ambasciate. Cercavano informazioni sul governo. Ovviamente, declinai».
È rimasto a Strasburgo ventitré anni. Poi arrivò Silvio Berlusconi.
«Già lavoravo nelle sue tv, che speravano inutilmente di trasformarmi nel nuovo Piero Angela».
Diventò il portavoce del Cav.
«Avrà anche avuto qualche difetto, ma possedeva una straordinaria qualità».
Ovvero?
«Essere trasparente. Non aveva segreti. Non nascondeva niente. I nostri uffici erano attaccati. Le porte rimanevano sempre aperte. Sentivo tutto quello che succedeva».
Nel libro, racconta: «Due sole volte mi ha chiesto: “Lasciami solo con…”». Con chi?
«Non erano donne».
Allora?
«Uno era Maurizio Costanzo».
L’altro?
«Sali Berisha, che poi sarebbe diventato primo ministro in Albania».
A Palazzo Chigi, adesso, c’è Giorgia Meloni.
«Quando è stata nominata, ero preoccupatissimo. Pensavo che mancasse di esperienza. Invece, mi ha sorpreso: in politica estera è stata davvero abile».
Meglio del Cav?
«Lui pensava più all’apparenza, ma resta un grande protagonista».
I giornali stranieri la paragonano a a Margaret Thatcher.
«Lei arrivò al potere quando era già conosciuta. Meloni, no».
Ha intervistato pure la «lady di ferro» inglese.
«Donna eccezionale: pugnace, orgogliosa, inflessibile. Abbiamo avuto due incontri. Nel primo, scoprii quanto ammirava Reagan. Nel secondo, mi stupirono le sue critiche ai politici italiani».
Quali?
«La più feroce fu su Andreotti: “È profondamente convinto che un uomo di principi sia condannato a essere ridicolo”».
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