Una nuova speranza si fa spazio nel cuore dei genitori di Alfie Evans, il bimbo inglese di 22 mesi, ricoverato all’Alder Hey children’s hospital di Liverpool, per il quale la giustizia ha siglato una condanna a morte, chiedendo di spegnere la macchina che lo aiuta a respirare.
A risvegliarla è stato papa Francesco, con un tweet lanciato mercoledì sera dal suo account @Pontifex, che conta cinque milioni di contatti. «È la mia sincera speranza che possa essere fatto tutto il necessario per continuare ad accompagnare con compassione il piccolo Alfie Evans e che la profonda sofferenza dei suoi genitori possa essere ascoltata», ha scritto Bergoglio. «Prego per Alfie, per la sua famiglia e per tutte le persone coinvolte». Come l’anno scorso, quando si è schierato al fianco di Charlie Gard, un bimbo britannico di dieci mesi in condizioni molto simili, il Pontefice ha deciso di prendere posizione a favore del più debole.
Alfie Evans è nato il 9 maggio 2016 a Liverpool ed è in coma dal dicembre dello stesso anno, a causa di una patologia neurologica degenerativa, che i medici non hanno saputo diagnosticare con certezza e che quindi non riescono a curare. Si trova in uno stato semivegetativo, risponde ad alcuni stimoli minimi e il suo cuore funziona, ma ha bisogno della ventilazione di una macchina per respirare. Per i dottori che lo hanno seguito negli ultimi due anni le sue condizioni non lasciano spazio al miglioramento, quindi non vale la pena di accanirsi, eppure questo piccolo, con i suoi capelli fini e le cannule per la respirazione nel nasino, rimane un tesoro prezioso, che mamma e papà vogliono proteggere. Tom Evans e Kate James ci hanno provato in tutti i modi, da quando gli specialisti gli hanno annunciato che volevano sospendere la ventilazione, perché non c’erano prospettive di recupero. Hanno sperimentato ogni grado di giudizio in Gran Bretagna, insistendo dopo ogni rifiuto, con una tenacia e una fiducia incrollabile. Quando l’ultimo livello, quello dell’Alta corte, si è risolto in un nuovo verdetto negativo, hanno bussato alla porta della Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo, che però ha dichiarato inammissibile il ricorso. Dai documenti ricevuti, secondo i giudici europei, si evincerebbe infatti che la malattia del bambino è «catastrofica, incurabile e progressiva», quindi insistere con la respirazione sarebbe inutile, anzi dannoso per il benessere del bimbo.
Un giudizio che la Corte europea ha già emesso altre due volte in passato, per due altri bambini inglesi. Il primo è stato Charlie Gard, affetto da una rara patologia genetica, che è morto il 28 luglio dello scorso anno. Il secondo Isaiah Haastrup, che ha riportato danni gravissimi nel parto, e si è spento solo un mese fa.
Tre casi su tre fanno la norma, insomma. Per la legge non ci sono chances, dunque è inutile mantenere accese le macchine, a dispetto dell’affetto dei genitori, del consenso di migliaia di cittadini, forse anche dei tweet del Pontefice. Eppure ai genitori di Alfie basterebbe il permesso di trasferire il loro piccolo altrove, magari all’ospedale Bambino Gesù di Roma, centro di eccellenza per la pediatria, che si è offerto di assisterlo fino alla fine, come peraltro aveva già fatto nel caso di Charlie Gard, senza però ottenere il permesso. Un ospedale vicino, in molti sensi, proprio a papa Francesco, che forse con le sue parole potrebbe avere riaperto i giochi.
I genitori, che avevano dichiarato alla stampa di sentirsi prigionieri di un incubo, hanno accolto positivamente l’intervento di papa Bergoglio. Secondo il quotidiano Sun, poi, ieri hanno anche dichiarato che il piccolo sembra reagire al loro tocco, che forse sarebbe in grado di respirare da solo. Hanno chiesto ai medici altro tempo. A questo punto, però, le prossime ore potrebbero essere decisive. Anche perché proprio oggi, 6 aprile, i dottori potrebbero decidere di staccare le macchine. Rispetto al trasferimento a Roma o in un altro centro disponibile ad accoglierlo, comunque, gli specialisti britannici si sono detti scettici. La loro valutazione è negativa perchè il viaggio potrebbe rivelarsi troppo faticoso per il corpo affaticato del bambino. Ma se la prospettiva rimane quella di spegnere le macchine e attendere, non converrebbe correre il rischio, sapendo che, nel peggiore dei casi, la fine arriverebbe mentre si gioca il tutto per tutto?
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