La Chiesa non può lasciare il mondo ai robot
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Monsignor Paglia invita in Vaticano il guru giapponese che vuole creare gli uomini macchina. Illudendosi di poter influenzare il progresso, la Santa Sede ne sposa le logiche. Ma quando sparisce la morale resta solo il darwinismo degli scienziati più in voga.

Curiosamente, nella Chiesa, spesso è evidente il complesso e la paura di apparire anti scientifica. Così, con l’intento di difendere la dignità umana, a volta rischia di confondere i fedeli. Forse per questo il presidente dell’Accademia per la vita, monsignor Vincenzo Paglia, ha organizzato il convegno Robo-ethics invitando uno scienziato giapponese, Hiroshi Hishiguro, «profeta» del neocreazionismo scientifico che ha creato un robot copia di sé stesso, «a sua immagine e somiglianza…». Lo stesso Paglia si è poi fatto intervistare dal Corriere della Sera per dare alcuni messaggi che ho trovato confondenti.

Uno è stato la scontata riconferma ecologista di Laudato sì, al fine di far intuire che chi ha ieri sfruttato il creato domani potrà sfruttare la creatura. È vero il contrario, chi ieri ha negato maltusianamente leggi naturali riguardanti la creatura, ha poi creato il problema ambientale.

Due: la conferma che la Chiesa è disponibile a un nuovo patto etico-tecnologico («Occorre una nuova alleanza tra etica, diritto e tecnologia e la stessa politica»). Forse sarà disponibile la Chiesa, ma non mi pare lo sia l’Organizzazione mondiale della sanità che ha «imposto» il biodiritto sulla bioetica.

Tre: «Urge un nuovo patto tra umanesimo e tecnica». Troppo ambiguo, se non si spiega cosa si intende per umanesimo, e persino contraddittorio se pensiamo che è stato proprio un certo umanesimo a corrompere l’uso della tecnica.

Tutto ciò mi fa temere: se si affronterà il problema dell’Intelligenza artificiale (I.A.) come si è affrontato il problema ambientale e l’immigrazione, cioè ignorando le cause e limitandosi alla considerazione sulle conseguenze, siamo ancora una volta in acque burrascose.

La ragione che ha generato l’accelerazione applicativa dell’I.A. è sostanzialmente economica, legata all’intento di risolvere problemi di competitività accelerando la crescita economica. Questa venne infatti rallentata dagli anni Settanta proprio grazie all’ambientalismo neomaltusiano che pretese di frenare la nascite per proteggere l’ambiente dall’uomo «cancro della natura» , provocando la crisi che ancora stiamo vivendo. È evidente che un tale modello tecnologico ponga il problema del ruolo dell’uomo e della visione di vita centrata su un «nuovo umanesimo», ma temo si tratti di un «nuovo umanesimo» privato definitivamente della visione cattolica, poiché questa rappresenterebbe un ostacolo insormontabile al passaggio da bioetica (principi non negoziabili) a quel biodiritto (nuovo concetto di salute e di valore della vita) imposto dalla Oms. È quindi difficile una nuova possibile alleanza tra etica, diritto, tecnologia e politica, in conflitto fra loro. Nasce il sospetto che si stia cercando, magari in modo non percepito da tutti, di rifare la creazione e l’uomo stesso. Sarà per questo che hanno invitato il profeta giapponese della creazione scientifica in laboratorio?

Se si dovesse poi pensare di proporre un nuovo patto tra «umanesimo e tecnica» verrà creata altra confusione visto che fu proprio un certo umanesimo a «corrompere la tecnica». Anzitutto avendo questo umanesimo facilitato la nuova «scienza politica machiavellica», poi avendo aperto le strade alla riforma protestante che separò fede e opere, permettendo alle tecniche di prendere progressivamente autonomia morale e sfuggire dalle mani dell’uomo. Come san Giovanni Paolo II intuì in Sollecitudo rei socialis e Benedetto XVI illustrò in Caritas in veritate .

La scienza infatti non è così neutrale come si dice, essa influenza l’etica poiché influenza il comportamento umano con il risultato delle ricerche scientifiche (così il biodiritto ha definitivamente sostituito la bioetica).

È possibile fermare il progresso scientifico? No e sarebbe anche sbagliato farlo. Ma è possibile gestirlo, appoggiandolo a norme morali in un mondo globale, con morali così differenti e dove lo scientismo ha un’influenza così forte verso una morale così debole? Moralmente oggi non vi è dubbio che si tende a valorizzare più la scienza che l’antropologia, certi che sia meglio lavorare sull’uomo invece di lavorare per l’uomo. Magari, date le sue imperfezioni, con il fine di «ricrearlo», rifacendolo su principi di darwinismo selettivo, con strumenti di eugenetica embrionale, nanotecnologie introdotte nell’uomo per potenziare il suo cervello, farmaci che addirittura fanno crescere intelligenza e volontà, vitalità e allungano la vita.

Oggi mettere in discussione la scienza è rischiosetto, soprattutto se lo si fa con criteri morali. Eppure lo stesso famoso fisico ateo Stephen Hawking dichiarò che «lo sviluppo pieno della I.A. potrebbe significare la fine della razza umana, perché può portarla a estinguersi». Anche il politologo Francis Fukuyama ha definito l’I.A. «il maggior pericolo al mondo». Perché altera la natura umana e le leggi naturali. I rischi tecnologici sono tanti certamente, ma restano tutti in mano all’uomo, non tanto nella scienza e tecnica che costruisce robot che potrebbero sostituire l’uomo. Poiché non ci riusciranno mai, saranno piuttosto gli hacker i veri potenziali dominatori del futuro tecnologico guidato dalla intelligenza artificiale, non «robot e algoritmi comanderanno noi uomini», come teme monsignor Paglia . Ma hacker, e gli hacker sono uomini.

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