- La prima rappresentazione della nascita di Gesù risale al 1223. E dopo tanto tempo è sempre amatissima dalla gente comune. Ma per il politicamente corretto è un simbolo di intolleranza.
- Danneggiamenti e distruzioni sono in aumento. Le istituzioni dovrebbero chiamarli col loro nome: atti di «cristianofobia»
- Il portavoce dell’associazione di Manarola (La Spezia) Stefano Cassigoli: «Tutto nasce dall’idea di un ferroviere. A volte ci tagliano l’elettricità».
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Alda Merini ricorda che ammirandolo, da bambina, si sentiva come «in un regno di favola bello che abbiamo perduto». La gioia che dava realizzarlo ripagava l’allora giovane e povero Mario Rigoni Stern e i suoi amici «di tutte le rinunce che la situazione delle famiglie imponeva». Un altro scrittore, Giovannino Guareschi, il «papà» di don Camillo e Peppone, se ne costruì uno perfino mentre era detenuto in un campo di concentramento nazista. Stiamo naturalmente parlando del presepe, simbolo natalizio per antonomasia che quest’anno conosce una ricorrenza speciale: quella delle 800 candeline. Proprio così.
Risale difatti al Natale 1223, in quel di Greccio, la prima sacra rappresentazione della nascita di Gesù Bambino; e, come noto, l’artefice ne fu san Francesco d’Assisi. Meno nota è forse la dinamica che vide la nascita del presepe. In breve, ci dicono le Fonti Francescane, accadde questo: circa due settimane prima della solennità natalizia il Poverello convocò un tale Giovanni dandogli disposizioni ben precise.
«Se vuoi che celebriamo a Greccio il Natale di Gesù», furono le parole dell’Assisiate, «precedimi e prepara quanto ti dico: vorrei rappresentare il Bambino nato a Betlemme, e in qualche modo vedere con gli occhi del corpo i disagi in cui si è trovato per la mancanza delle cose necessarie a un neonato, come fu adagiato in una greppia e come giaceva sul fieno tra il bue e l’asinello». Da quanto sappiamo, Giovanni – servendosi d’una nicchia naturale – non realizzò propriamente un «presepe vivente», limitandosi a predisporre una greppia, colma di fieno, il bue e l’asino. La rappresentazione però colpì molti frati, giunti il 25 dicembre di quell’anno a Greccio, e lo stesso Poverello ne fu estasiato. «In quella scena commovente», ebbe infatti a commentare, «risplende la semplicità evangelica, si loda la povertà, si raccomanda l’umiltà. Greccio è divenuto come una nuova Betlemme». 800 anni dopo «la nuova Betlemme» è diventata un pilastro dell’infanzia di tanti, anche celebri, con ciascuno che ha una sua personalissima memoria del presepe.
Per esempio, in aggiunta agli autori ricordati in apertura, possiamo segnalare il commovente ricordo condiviso sul mensile Il Timone da Pupi Avati. Si era nel 1943, c’era la guerra, il futuro regista aveva allora solo cinque anni, la sua Bologna era occupata dai nazisti e lui e la sua famiglia erano sfollati. Ciò nonostante, con l’avvicinarsi del Natale, il piccolo Avati soffriva l’assenza del presepe. «Allora mio padre e mio nonno», ricorda il regista, «rischiando enormemente, di sera, si avviarono a piedi a piazza Marconi, a Bologna, cercando di evitare tutti i contatti con i luoghi abitati e le strade frequentate dai tedeschi, per andare al mercato di Santa Lucia, un mercato in cui vendono tutto l’occorrente per poter fare il presepe e l’albero di Natale». «Così, mio padre e mio nonno», continua il viaggio avatiano nella memoria, «rischiando di essere portati in Germania, arrivarono, per di più a piedi, a Bologna e mi comprarono le statuine del presepe. Dunque quel primo presepe che riuscimmo a fare durante l’occupazione nazista sicuramente fu il più importante di tutta la mia esistenza».
Ma il presepe non è solo eredità del passato, è anche un’attrazione molto seguita perfino – paradossalmente – nell’Italia laica e secolarizzata di oggi, come mostrano l’enorme seguito che hanno rappresentazioni, «viventi» e non, della grotta di Betlemme. Praticamente in ogni angolo della penisola in queste settimane è possibile ammirare presepi, in ogni allestimento e dimensione. In Liguria, precisamente a Manarola, c’è per esempio il presepe più grande del mondo – di cui parliamo nella pagina accanto. E dove non ci sono numeri record per la singola rappresentazione, sono le singole rappresentazioni a moltiplicarsi in modo stupefacente. Basti pensare alle vie di Ossana, comune trentino di neanche 1.000 anime in Val di Sole, dove ogni anno si rinnova una tradizione che vede esporre per le vie del paese oltre 1.600 presepi fatti a mano; un’iniziativa che porta da quelle parti fino a 30.000 presenze. E poi ci sono anche i presepi di sabbia. In Veneto, a Jesolo l’ultima edizione della Jesolo Sand Nativity prima di quella attuale aveva superato la soglia delle 80.000 presenze, 25.000 delle quali solo nei primi quattro giorni del 2023.
La passione per «la nuova Betlemme» riguarda naturalmente anche le isole. In Sardegna il presepe di Assolo, in provincia di Oristano, con i suoi oltre 200 figuranti è celebrato come il più significativo dell’isola, e la Sicilia non è da meno; ad Ispica, Ragusa, il presepe vivente attira 11.000 presenze, mentre ad Agira dal 1989 c’è una seguitissima rappresentazione della nascita di Gesù che viene allestita proprio la notte di Natale. Insomma, paese che vai presepe che trovi. Ciò nonostante, il presepe è talvolta occasione di polemiche. Al punto che, al di là delle solite polemiche di chivorrebbe eliminarlo perché lo ritiene un’offesa ai musulmani, negli anni c’è chi è stato in grado di vederci, udite udite, perfino del «fascismo».
Non è uno scherzo: nel 2018 l’Anpi Provinciale di Milano è arrivata a rivolgersi ufficialmente nientemeno che a Laura Boldrini e ad Emanuele Fiano denunciando come sulla pagina Facebook del presidente della commissione sicurezza del Municipio 4, Francesco Rocca di Fratelli d’Italia, si potesse scorgere «una pastorella nell’atto di fare il saluto romano». Nel 2019 in Francia, precisamente a Tolosa, era invece toccato ad una cinquantina di militanti dell’Union Antifasciste Toulousaine interrompere un presepe vivente di bambini delle elementari, allestito in place Saint-Georges, al grido di: «Stop ai fascisti». Visti i tempi, non ci sarebbe da stupirsi se il presepe fosse accusato di rappresentare una «famiglia patriarcale». Aspettiamoci di tutto.
Anche perché un po’ politicamente scorretta, in effetti, la riproduzione della Natività lo è. Tanto per cominciare perché il presepe – se si escludono i Magi – non rappresenta affatto l’incontro fra «culture diverse», essendo popolato esclusivamente da ebrei. Non è neppure vero che esso offra l’immagine di Gesù Bambino «povero». Anzitutto perché se ci fosse stata tutta questa attenzione alla povertà san Giuseppe – come ironicamente notava il cardinal Giacomo Biffi – ai Magi avrebbe dovuto rispondere: «L’oro non lo possiamo accettare, perché è segno di ricchezza e contamina chi lo dà e chi lo riceve». Lo stesso Bambinello, inoltre, risulta perfino di origini nobili: il padre, Giuseppe, era infatti «figlio di Davide» (Mt 1,20) e la madre, Maria, era molto probabilmente appartenente alla stirpe di Aronne per la sua stretta parentela con Elisabetta, senza poter escludere antenati davidici. E che dire del fatto che nel presepe vediamo rappresentata, inutile negarlo, una famiglia composta ad un uomo ed una donna perfino sposati?
Ironie a parte, se solo ci si riflettesse più spesso non si potrebbe dubitare del fatto che il presepe sia la più formidabile rappresentazione di civiltà, umanità e progresso. Vi troviamo infatti una giovane donna che mette al mondo suo figlio dopo aver detto un libero e coraggioso «sì» alla vita; un uomo vero, che sceglie di non ripudiare questa madre, proteggendola; Dio che si fa Bambino, imprimendo una svolta decisiva nell’affermazione storica dei diritti dei più piccoli e della persona; infine, semplici pastori che – pur essendo socialmente ben poco considerati, se non visti male – sono i primi ad avere il privilegio di far visita alla Sacra famiglia. Scusate se è poco.
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