La minaccia russa? Non sono i droni ma la conquista delle menti europee

Ritengo sviante l’enfasi data da molta stampa sul pericolo di droni russi imbarcati che possono colpire la costa Nord europea del Mediterraneo.

La reale efficacia della minaccia navale russa

Non perché io ritenga la Russia a conduzione Vladimir Putin priva di una strategia di condizionamento dell’Ue anche via deterrenza, ma perché l’azione condizionante a Ovest è molto più raffinata.

Da un lato, la Russia sta trasformando naviglio mercantile come piattaforma globalizzata per il lancio di robotica militare proiettiva, aero e sub (per sabotaggi).

Dall’altro, pensare che il centro strategico russo voglia usare questo tipo di minaccia così aperta, molto visibile e quindi vulnerabile nonché poco dannosa per ottenere deterrenza significa pensarlo intellettualmente poco evoluto o molle. Un errore di sottovalutazione sia del rischio per la nostra sicurezza in ambiente Nato sia di contro-deterrenza insufficiente per avere forza in futuri negoziati. Correttamente, il ministero della Difesa italiano non ha dato peso a questa notizia di minaccia. Ma c’è una minaccia più realistica e potente?

Inversione tecnologica e sviluppo delle iper-armi

Certamente. Tuttavia, prima di inquadrarla serve una valutazione sull’inversione della arretratezza sia organizzativa sia tecnologica russa. Mosca sta imparando molto dal conflitto in Ucraina dove la sua organizzazione militare tradizionale è stata messa in grave difficoltà dalla reazione innovativa del sistema militare ucraino.

Inoltre, l’economia di guerra instaurata da qualche tempo, pur depressiva per l’economia civile, sta concentrando risorse su nuove iper-armi. Per esempio i missili ipersonici: da un lato, il loro sviluppo non è ancora perfezionato, per esempio materiali che resistano al calore prodotto dalla frizione con l’aria verso i 10.000 Km/h; dall’altro, pur a minore velocità ipersonica non sono facilmente intercettabili.

Per inciso, questo è il motivo per cui la Germania sta accelerando la cupola di difesa aerospaziale nazionale, la Grecia ha comprato il sistema «Iron dome» da Israele, gli Stati Uniti stanno costruendo il «Golden dome», l’Italia la cupola di sicurezza Michelangelo, ecc.

Minaccia nucleare? Potenzialmente è la più pericolosa, ma al momento oggetto di massima prudenza perché l’uso anche minimo (dalla Bielorussia per eventuali impieghi sotto «falsa bandiera») avrebbe effetti controproducenti anche per chi attacca.

Robotica militare russa? Sta evolvendo con una ripresa dei sistemi militari orbitali. Calcolando il tempo in cui la Russia riuscirà a trasformare il proprio apparato militare arretrato che abbiamo visto nella prima fase dell’invasione dell’Ucraina in uno aggiornato e super-proiettivo è di pochi anni, al momento stimato nel 2030 dalla Nato.

La gestione simbolica e la conquista delle menti

Ma il piano strategico della Russia è attaccare militarmente la Nato oppure quello di condizionare l’Europa occidentale con strumenti non bellici, meglio dire con strumenti di influenza sostenuti da una deterrenza credibile? È più probabile la seconda opzione.

Come? Conquistando le menti. Negli anni Sessanta dello scorso secolo un direttorato dell’allora Kgb avviò un contrasto popolare crescente dell’impegno militare statunitense in Vietnam manovrando con estrema competenza – e scienza psicologica – l’insorgenza di movimenti pacifisti.

Tecnicamente, l’azione può dirsi come una di costruire una minoranza che riesce ad avere effetti di maggioranza dominando i riferimenti morali più condivisi da un sistema sociale.

In alcuni casi – condizionamento della società avversaria per indebolirla – si sfrutta la paura dei giovani di andare in guerra o di tutta la popolazione di subire una guerra. In altri – dove l’obiettivo è demonizzare un attaccante – è, per esempio, mettere i bambini in zone bersaglio per farli uccidere, conquistando le menti dei benpensanti.

Tutte queste tecniche si chiamano «gestione simbolica» e sono lo strumento principale, più dei sabotaggi materiali, della cosiddetta «guerra ibrida». La Russia, fin dagli anni Trenta dello scorso secolo, ha costruito e ancora mantiene una capacità superiore in questo settore.

Quindi, semplificando, la reale minaccia russa si sta sviluppando come sostegno a forze politiche nelle democrazie che predichino, nelle circostanze, la pace. Ovviamente, per tale scopo è necessario sventolare una bandiera di guerra, ma tenendola al minimo per non ottenere l’effetto contrario, cioè il consenso a una difesa bellicista contro la minaccia russa.

Sull’altro lato, le nazioni europee Nato stanno enfatizzando la minaccia bellica russa proprio per evitare che l’effetto paura, tra l’altro in società de-bellicizzate, avvolto in linguaggi di pace provochi poi un una situazione favorevole alla Russia.

In sintesi, in questa guerra ibrida in atto dove pesa molto la gestione simbolica, Mosca ha l’interesse a mostrare un minimo di minaccia per spingere meglio la paura de-bellicizzante e la Nato a sottolineare un massimo di minaccia russa per sollecitare la sicurezza nazionale. Ma il problema non sono i droni su navi, ma una strategia di impatto psicologico dove la Russia sta conquistando terreno.

Il ruolo dell’Italia e le prospettive geoeconomiche

L’Italia? Mosca sta spostando l’offensiva di conquista psicologica dalla Francia all’Italia, perché più penetrabile, e sta valutando come gestire l’ascesa in Germania di un consenso euro-asiatico spontaneo. Quindi lo scenario è molto mobile.

Nel lungo periodo l’interesse nazionale geoeconomico italiano composto con quello di altri europei è che la Cina non prenda il dominio della Russia e che il mercato europeo vada da Lisbona a Vladivostok.

Prego rileggere il saggio di Karol Wojtyla del 1977 che aveva una geovisione simile e di condividerla con i russi che stanno pensando al dopo-Putin.

www.carlopelanda.com

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